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venerdì 19 agosto 2011

Biomasse negli inceneritori, l'ultima trovata di Hera

Quando fu progettato il nuovo inceneritore di Forlì, firmato dal noto architetto Gae Aulenti, molti ambientalisti correttamente evidenziarono come fosse completamente sovradimensionato rispetto al bacino territoriale di Forlì-Cesena. Autorizzato a bruciare esclusivamente materiale proveniente dalla provincia, fino a un limite di 120.000 tonnellate/anno. Oggi constatiamo di avere avuto ragione, dato che non è praticamente mai riuscito a funzionare al massimo regime autorizzato.

Questo potrebbe far trarre un sospiro di sollievo ad alcuni, invece non dovrebbe, poiché la progettazione di impianti così complessi prevede un potere calorifico in ingresso prevedibile e ben garantito, previa il non corretto funzionamento del sistema automatico di controllo delle emissioni.

In effetti, questo sistema di controllo necessario per mantenere la temperatura all'interno del forno a griglia intorno ai 900-950 °C (pena la formazione di pericolose diossine), prevede l'utilizzo di massicce iniezioni di gas metano (specialmente durante i transitori) e insufflamenti di ossigeno (controllati al computer) per renderne stabile il funzionamento termico in ogni condizione di carico possibile.

Ecco allora l'ideona di Hera, perchè non integriamo la quota di rifiuti che non riusciamo a reperire sul territorio con altrettante biomasse ? Così possiamo farlo funzionare a pieno regime, ed inoltre ci pappiamo pure un surplus di certificati verdi come fosse un impianto ad energia rinnovabile.

La richiesta che Hera ha fatto pervenire al comune di Forlì, per alcuni considerata indecente, é equivalente a un ampliamento della capacità autorizzata per altre 45.000 ton/anno, ma di biomasse anziché di rifiuti. Anche se a rigore potrebbe essere mantenuto il limite massimo attuale (120.000ton/a), ma da intendersi del complessivo biomasse + rifiuti.

Purtroppo, le cose non sono affatto così semplici, poiché se anche è vero che l'approvvigionamento di rifiuti è soggetto a incertezza, anche quello di biomasse non è da meno, pertanto ci si potrebbero aspettare effetti molto modesti sulla riduzione della quantità di metano complessiva che l'impianto dovrà comunque utilizzare per garantire la sua necessaria stabilità termica.

Nonostante ciò, il presidente della provincia Massimo Bulbi, che con tutta evidenza si intende assai più di caccia che di tecnologia, se ne esce con queste affermazioni:

“Attualmente l’impianto di termovalorizzazione di Hera, oltre ai rifiuti urbani, utilizza anche gas per mantenere la migliore funzionalità – sostiene Bulbi -. Quindi utilizzare biomasse in luogo di un combustibile fossile non può che essere un passo nella direzione giusta."

Quando si parla di incenerimento, la quantità autorizzata per un impianto non é un parametro fondamentale di progetto, poiché dal punto di vista di un forno il bruciare 1 tonnellata di materiali oppure 1/2 tonnellata ma dal potere calorifico doppio è pressoché equivalente. Sarebbe perfettamente lecito addirittura bruciare molto meno materiale di quanto autorizzato attualmente, purché esista una qualche pre-selezione capace di innalzarne il potere calorifico a un livello sufficiente. 

Ebbene, utilizzare biomasse (che hanno un potere calorifico più alto dei rifiuti urbani tal quali ma comunque basso rispetto al mentano) non sembra essere una soluzione intelligente per questo impianto, progettato con in mente un potere calorifico in ingresso di 2500 Kcal/Kg. Che bruciare biomasse faccia risparmiare metano quindi, non bisogna solo dirlo, bisogna anche dimostrarlo. Inoltre, i camion in più per trasportare le biomasse necessarie sicuramente consumeranno prezioso gasolio.

Benissimo ha fatto quindi l'assessore all'ambiente Bellini di Forlì, nonchè ingegnere esperto, a suggerire una modifica in senso opposto, ossia anziché incrementare la quantità di materiale (quindi di camion, con relativo inquinamento e consumi energetici di fonti fossili indotti dai trasposti) si cerchi di valutare se sia possibile aumentare il potere calorifico di quanto già arriva, magari ricorrendo a una separazione spinta delle frazioni grazie al metodo della raccolta domiciliare.

Il residuo secco dalla raccolta differenziata, tolta la parte umida, i materiali ferrosi, il vetro, le plastiche ben riciclabili (che sarebbe un peccato bruciare anziché riutilizzare), diventa CDR e potrebbe avere un potere calorifico sufficiente a giustificare l'impianto così come è, senza la necessità di ricorrere al trucco delle biomasse per garantire la sua piena utilizzazione.

In soldoni, visto che l'impianto già esiste e non ce lo toglieremo di torno a breve termine, per lo meno rendiamolo funzionale a una raccolta differenziata spinta, in modo da distruggere termicamente solo quanto non sappiamo recuperare, e che quindi andrebbe inevitabilmente in discarica.

Qualcosa mi fa pensare però che Hera difficilmente abbandonerà questa ideuzza balorda di trasformare i suoi inceneritori in altrettanti impianti a biomasse, infatti anche a Ferrara stanno pensando a un progetto del genere, sintomo che questa è una precisa strategia che vedremo presto fiorire un po ovunque

Fermiamoli (per il bene delle "vere" energie rinnovabili), non si rendono conto della portata devastante per un futuro sostenibile di ciò che stanno facendo... un inceneritore truccato da centrale a biomasse in ogni provincia, costituirebbe un perfetto non-senso ambientale.

UPDATE: Trovate sul sito di Forlì Ambiente tutti i dettagli tecnici sulla richiesta fatta da Hera.

giovedì 5 novembre 2009

Sotterriamo e non bruciamo le biomasse in agricoltura

Federico Valerio, sul suo blog, ha avuto una grande idea. I contadini utilizzano oggi grandi quantità di combustibili fossili per il trattore, pesticidi e concimi a profusione, grandi quantità di acqua, per produrre grano e frumento il cui valore di mercato a malapena copre i costi di produzione. Naturale quindi che si parli spesso della possibilità di sovvenzionare (tramite certificati verdi) la combustione di biomasse direttamente da parte delle aziende agricole, per recuperare energia dagli scarti, spacciandola come soluzione per sostenere una agricoltura a bassa rendita destinata a scomparire.

Purtroppo questa pratica non è bene in accordo con il protocollo di kyoto e non sembra generalmente molto benefica dal punto di vista ambientale. Si bruciano infatti scarti in carbonio per immetterlo nell'atmosfera, recuperando qualche soldo per la vendita di energia elettrica e i certificati verdi. Analogamente, i terreni si impoveriscono, si inaridiscono, lavorarli diventa sempre più difficile per la perdita dello strato fertile, e i costi aumentano.

Ecco all'ra l'idea, anzichè sovvenzionare i contadini per bruciare le biomasse, li si potrebbe sovvenzionare per seppellire le biomasse nel proprio terreno, accedendo così ai crediti di carbonio che saranno istituiti anche in Europa, così come chiedono le conferenze sul clima, non ultima quella del prossima di Copenaghen.

Si fa quello che facevano i nostri nonni, ovvero il sovescio, che ha come beneficio la fissazione di gran parte del carbonio degli scarti all'interno del terreno (meno co2 in atmosfera), un terreno che assorbe più acqua, che si lavora con meno combustibile, più ricco di humus quindi con minori necessità di fertilizzanti.

Si sovvenzionerebbero i contadini per ridurre i loro costi globali anziché per aumentarli! La stessa cosa dovrebbe valere secondo me anche per le deiezioni agricole, incentivandone il riutilizzo in loco aumentandone così il valore di mercato. A quel punto incenerirle diventerebbe antieconomico e nessuno vorrà più farlo, con beneficio pure per il clima.

Trovate qui l'interessante articolo completo sul blog di Federico Valerio.

domenica 4 novembre 2007

Fotovoltaico e Biomasse a confronto

Entro un periodo che va da ai 20 ai 30 anni l'economia mondiale riceverà una bella "smusata", ciò che oggi è insostenibile solo dal punto di vista ambientale, domani lo sarà anche dal punto di vista dei costi. In qualsiasi scelta economica in materia energetica, fra i principi della termodinamica e le "leggi" dell'economia queste ultime avranno sempre la peggio, in quanto mentre i principi della fisica non possono essere mutati, distorcere l'economia è invero assai facile, basta considerare le sovvenzioni, i finanziamenti, gli incentivi, e tutte le politiche che deviano i corsi economici dal loro alveo in funzione del perseguimento dei fini della politica. Ammettiamo quindi almeno per il momento che questa "smusata" dovuta all'esaurirsi delle risorse energetiche a buon mercato arrivi davvero, quali sono le prospettive per diversificare le fonti di approvvigionamento a breve periodo ? Allo stato attuale sono solamente due, il fotovoltaico e i biocombistibili. I primi riuniscono tutte quelle tecnologie che ricavano energia direttamente dal sole, incluso il solare termico, ed alla fin fine anche l'eolico il quale sfruttando il vento in realtà sfrutta lo spostamento di masse d'aria la cui energia cinetica é data dal sole. I secondi riuniscono invece tutti i tentativi di sfruttare la fotosintesi clorofilliana per imprigionare l'energia del sole in quelle che vengono chiamate biomasse, indifferentemente che si tratti di colza, soia, girasole, sorgo, mais, piante ricavate da bioingegneria. Chi vince allora fra fotovoltaico e biocombustibili ? Potete scoprirlo leggendo uno studio piuttosto dettagliato che ho trovato tramite gli amici del gruppo Aspo Italia.


In sintesi, anticipo i risultati dello studio, in termini di rendimento e produttività media stimata sul suolo italiano:

  • Fotovoltaico 119,8 kWh/(m2 anno)
  • Biomassa 1,84 kWh/(m2 anno)
Risulta quindi che il fotovoltaico è superiore alla biomassa di un fattore 65.

Per quanto riguarda il rendimento, le biomasse si attestano attorno ad un misero 1% e anche meno nelle condizioni ideali, mentre il fotovoltaico già oggi permette di superare il 5%. Come rendimento si intende il rapporto di perdita di energia su tutta la filiera dal sole fino all'utilizzatore, cioè includendo il rendimento dei motori a combustione interna per le biomasse e il rendimento dei motori elettrici per il fotovoltaico. Risulta quindi evidente che anche e soprattutto dal punto di vista termodinamico incentivare le biomasse è una scelta sciagurata e suicida, senza nemmeno considerare come coltivare biofuels entri in competizione con la coltivazione per uso alimentare etc. etc. Quindi, se c'è un soldo da spendere, investirlo sul fotovoltaico consente di farlo rendere 65 volte di più che investirlo sulla produzione di bioetanolo e/o assimilati. L'unica soluzione alla crisi energetica imminente è si diversificare e puntare tutto sulle fonti rinnovabili, senza però dimenticare che alcune hanno un elevato rendimento, altre rappresentano solo uno specchietto per le allodole. Meditate gente, quando vi raccontano che andremo tutti a biocarburante pur di continuare ad utilizzare le nostre adorate automobili!