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martedì 22 dicembre 2009

La nostra assicurazione sui cambiamenti climatici


Vorrei lanciare un appello verso tutti coloro, specialmente quelli affezionati ad una visione in chiave puramente economica della realtà, che ritengono ingiustificate le spese rivolte a contrastare i cambiamenti climatici.

A mio parere costoro dovrebbero vedere la cosa nel modo seguente:

Me la sentirei di sostenere che stipulare una assicurazione è inutile perchè si basa sulla alta probabilità che un evento non si verifichi mai ? Perchè fare ad esempio una assicurazione per l’incendio della casa, se non ho motivo di credere che la mia casa possa prendere fuoco ?

Faccio una assicurazione sull'incendio perchè magari vivo a ridosso di un bosco, o un vulcano, e so che se casomai pigliasse fuoco la mia casa i danni sarebbero incalcolabili.

Per quanto riguarda il clima è uguale, quanto noi stiamo cercando di stipulare è una ASSICURAZIONE sulla possibilità di eventi catastrofici nella vita futura del pianeta. Quello che rischiamo di perdere è la possibilità di abitare a 10Km dalle attuali coste (se il livello dei mari crescesse di qualche metro in 100 anni come si dice possa accadere se la temperatura media aumenta troppo), e uno sconvolgimento totale della biodiversità, con conseguenze catastrofiche sotto forma di fenomeni energetici violenti come uragani, siccità, tropicalizzazione di zone temperate, migrazioni di massa.

Siamo disposti a correre questo rischio ? Con quale probabilità potrebbe verificarsi ?

Sembra che molti di noi oggi non siano disposti a credere che questa probabilità esista, ma non certo a causa dei due soldi chiesti oggi ai governi. All'ultimo vertice di copenaghen, Ugo Chavez ha affermato che se il clima fosse una banca si sarebbero potuti fare sforzi almeno cento volte superiori per salvarlo. Questo perchè il rischio di fallimento di una banca è un rischio ben percepito, mentre quello dei cambiamenti climatici non lo è.

Non ci interessa nemmeno sapere se il rischio è di 1%, 10%, o 90% (a mio parere è un rischio quasi certo se continuiamo a immettere CO2 a questi incredibili volumi, e tale fatto è in correlazione con l'aumento della temperatura media), ci interessa esclusivamente percepirlo.

Se la si vedesse davvero come una assicurazione, scuse un po superficiali del tipo “non abbiamo le risorse” oppure "così rischiamo di fermare lo sviluppo" farebbero solo sorridere. Siamo in piena crisi energetica, lo sviluppo è GIA fermo.

Proviamo ad evidenziare varie possibilità future nel caso si ponessero in essere dei seri e radicali provvedimenti:

Non ci abbiamo azzeccato, l'allarme era ingiustificato.
Abbiamo comunque facilitato una transizione (peraltro inevitabile) verso una società oil-free, che ci ha permesso di salvare parte della civiltà così come la conosciamo oggi quando i prezzi dei combustibili saliranno alle stelle a causa della scarsa capacità produttiva in confronto alla domanda mondiale.

Ci abbiamo azzeccato (e i rimedi sono stati efficaci).
Abbiamo semplicemente salvato il culo (in tutto o in parte) alle future generazioni.

Ci abbiamo provato ma non ci siamo riusciti, sono successi disastri immani.
I disastri ambientali di domani (e relativi costi) faranno comunque impallidire quanto abbiamo già speso oggi, e vivremo nella convinzione che in ogni caso abbiamo contribuito a mitigare il danno.

Quindi, me la sento di dire che non abbiamo proprio scelta, salvo forse tentare per l'ennesima volta a fare la politica dello struzzo e delegittimare migliaia di scienziati solo per evidenziare alcuni fanatici, giusto perchè ci tornano comodi per mantenere il business as usual.

Dobbiamo solo decidere il COME, non più il SE, ma soprattutto dobbiamo decidere CHI deve contribuire di più (scommettiamo che faremo di tutto per non essere noi?).

Non ci rende più intelligenti il preoccuparci del bollilatte quando la casa brucia.

sabato 19 dicembre 2009

Copenhagen: e così la montagna partorì il topolino



Grandi aspettative per il summit di Copenhagen, in cui si sarebbero potute delineare finalmente le future strategie e gli impegni formali dei governi per combattere i cambiamenti climatici. Grandi aspettative infatti, ma fatti concreti assai pochi, tanto che alla fine, dopo una seduta ad oltranza protratta fino a notte fonda, si è arrivati al fatidico accordo: limitare di due gradi al massimo l'incremento di temperatura. Quindi, nessun impegno realmente vincolante (come si fa a raggiungere questo obiettivo ?), tutto spostato ad una verifica nel 2016, nessun trattato ma solo un accordo, appunto.

E' di fatto una mediazione al ribasso, l'intesa (senza valore vincolante) annunciata ieri sera dal presidente americano Obama e sottoscritta dal premier cinese, dal primo ministro indiano e dal presidente sudafricano, è stata silurata dall'opposizione del piccolo stato insulare di Tuvalu, nel pacifico (il primo paese che ha già avuto dei 'rifugiati climatici') e poi da una raffica di interventi contrari di paesi latinoamericani: Venezuela, Bolivia, Cuba, Nicaragua e Costarica.

Vi chiederete (forse) il perchè io non abbia parlato della conferenza di Copenaghen fin dalla sua apertura, il 7 dicembre scorso, il perché è presto detto: credo sia sostanzialmente inutile, anzi probabilmente dannosa.

Dannosa perchè, per come è stato concepito l'evento, sembra che il nocciolo della questione non siano tanto i cambiamenti climatici in se, ma gli accordi sul mercato delle emissioni di co2 e la spartizione degli aiuti  in denaro ai paesi emergenti. Tutti i capi di stato mondiali non si sarebbero mai riuniti ad un tavolo se non fosse per un motivo maledettamente serio (cioè economico), e questo motivo è solo in parte dovuto alla sensibilità riguardo ai rischi sui cambiamenti climatici (che per ora percepiscono solo gli esuli dall'isolotto Tuvalu).

La vera posta in gioco è ovviamente economica, sono li per capire come spartirsi la torta, o meglio, per evitare che chi deciderà come spartire la torta lasci ai paesi meno rappresentati solo le briciole. Ascoltate queste parole:

Mediaticamente vien detto che c’è il riscaldamento globale e allora si deve fare questo mercato sulle emissioni di CO2. Nel frattempo c’è un ambiente planetario – ambiente, non clima – che fa schifo e ne parla solo il Papa. Dobbiamo trovare l’unanimità internazionale sull’ambiente, che è già deteriorato.

Il deterioramento ha ormai colpito tutto il pianeta. Oceani compresi. I pesci sono imbottiti di metalli pesanti pure in Antartide. È necessario un approccio globale che affronti i tre poli del problema: energia, ambiente e clima.


Chi ha detto queste cose ?

Non ci crederete, ma è stato il climatologo Franco Prodi (si, è il fratello di Romano Prodi ex presidente del consiglio).

Forse tanta attenzione verso il clima, e tanta indifferenza verso ambiente ed energia, è perché hanno trovato il modo di cavarci quattrini grazie al mercato delle emissioni ? Quello che dice Franco Prodi non credo che vada sottovalutato, anche se sottostima la reale portata dei problemi che domani i cambiamenti climatici già oggi in atto potrebbero provocare.

Energia, ambiente, clima, sono assolutamente inscindibili e strettamente correlati, tirando un filo qualsiasi si scopre una matassa che imbriglia tutti e tre questi temi in modo inestricabile.

Politiche ambientali, politiche energetiche, riduzione dalla dipendenza da fonti fossili (incluso il nucleare che è una fonte fossile), riduzione quindi non solo delle emissioni ma anche dei consumi energetici e di risorse. Se non si affrontano realmente questi problemi, l'accordo di copenaghen rischia di rimanere solo una vuota dichiarazione di intenti, o al meglio una assicurazione che alcuni stati si porteranno a casa per cui, qualsiasi sia la decisione, non ne verranno penalizzati eccessivamente nelle loro economie locali.

Lo stesso concetto, da cui ho preso spunto per questo articolo, lo potete ricavare (ovviamente scritto molto meglio) dallo splendido post di Debora Billi uscito qualche tempo fa su Petrolio, blog che vi invito a seguire.

giovedì 5 novembre 2009

Sotterriamo e non bruciamo le biomasse in agricoltura

Federico Valerio, sul suo blog, ha avuto una grande idea. I contadini utilizzano oggi grandi quantità di combustibili fossili per il trattore, pesticidi e concimi a profusione, grandi quantità di acqua, per produrre grano e frumento il cui valore di mercato a malapena copre i costi di produzione. Naturale quindi che si parli spesso della possibilità di sovvenzionare (tramite certificati verdi) la combustione di biomasse direttamente da parte delle aziende agricole, per recuperare energia dagli scarti, spacciandola come soluzione per sostenere una agricoltura a bassa rendita destinata a scomparire.

Purtroppo questa pratica non è bene in accordo con il protocollo di kyoto e non sembra generalmente molto benefica dal punto di vista ambientale. Si bruciano infatti scarti in carbonio per immetterlo nell'atmosfera, recuperando qualche soldo per la vendita di energia elettrica e i certificati verdi. Analogamente, i terreni si impoveriscono, si inaridiscono, lavorarli diventa sempre più difficile per la perdita dello strato fertile, e i costi aumentano.

Ecco all'ra l'idea, anzichè sovvenzionare i contadini per bruciare le biomasse, li si potrebbe sovvenzionare per seppellire le biomasse nel proprio terreno, accedendo così ai crediti di carbonio che saranno istituiti anche in Europa, così come chiedono le conferenze sul clima, non ultima quella del prossima di Copenaghen.

Si fa quello che facevano i nostri nonni, ovvero il sovescio, che ha come beneficio la fissazione di gran parte del carbonio degli scarti all'interno del terreno (meno co2 in atmosfera), un terreno che assorbe più acqua, che si lavora con meno combustibile, più ricco di humus quindi con minori necessità di fertilizzanti.

Si sovvenzionerebbero i contadini per ridurre i loro costi globali anziché per aumentarli! La stessa cosa dovrebbe valere secondo me anche per le deiezioni agricole, incentivandone il riutilizzo in loco aumentandone così il valore di mercato. A quel punto incenerirle diventerebbe antieconomico e nessuno vorrà più farlo, con beneficio pure per il clima.

Trovate qui l'interessante articolo completo sul blog di Federico Valerio.

giovedì 14 maggio 2009

Cambiamenti climatici cancellati per legge

In totale controtendenza rispetto ai paesi occidentali più avanzati, è passata al senato della repubblica italiana una mozione che nega esplicitamente il coinvolgimento dell'uomo nei cambiamenti climatici.

Il documento, è stato firmato da "eminenti e illustri" scienziati del PdL, come il condannato per favoreggiamento mafioso Marcello dell'Utri, il cacciatore Franco Orsi (suo l'indecente ddl sulla caccia) , l'avvocato condannato Nania, la assenteista cronica Adriana Poli Bortone, più una trentina di altri luminari.

In sostanza, dopo accurate indagini si contesta:

... l’attribuzione della responsabilità del riscaldamento globale in atto da circa un secolo nell’atmosfera terrestre all’emissione dei gas serra antropogenici (e tra questi soprattutto all’anidride carbonica prodotta dall’uso dei combustibili fossili)

Incredibilmente si confondono le previsioni sul clima con i cambiamenti climatici, che non sono previsioni ma scenari con ampio margine di errore, sostenendo:

per sottolineare in merito come le previsioni climatologiche a lungo termine, attualmente effettuabili nei migliori centri di ricerca del mondo, siano ben lontane dall’essere affidabili, non essendo ancora sufficientemente conosciuti gli effetti climatici dovuti ad importanti elementi della fisica terrestre ...

Insomma, tutto quadra con il tentativo della Prestigiacomo di boicottare le direttive europee sul pacchetto clima, che a parere del governo italiano affosserebbero l'economia nazionale caricandola di spese insostenibili:

... piuttosto che avviare un costosissimo e probabilmente velleitario sforzo di mitigazione del riscaldamento globale in atto, più proficuo potrebbe essere destinare le risorse disponibili, inevitabilmente limitate, all’adattamento a tale riscaldamento e alla promozione di interventi sul territorio finalizzati all'efficienza energetica .... per sottolineare che gli obiettivi intermedi e le relative sanzioni introdotte dal cosiddetto Protocollo di Kyoto e dal cosiddetto Accordo 20-20-20 si muovono in antitesi alla dinamica degli investimenti in ricerca

Come dire, secondo me non si scalda, ma se si scalda spendiamo i soldi in frigoriferi e in palafitte per le coste sommerse. E' il solito sistema all'Italiana, se per risolvere un problema occorrono interventi dolorosi, meglio impegnarsi per negare l'esistenza del problema, oppure aspettare il periodo emergenziale. (Vi ricorda niente di recentemente accaduto in Abruzzo?)

Ora che per legge si sono negati i cambiamenti climatici, aspettiamo una mozione per negare l'evoluzionismo di Darwin, oppure magari una proposta di legge per deliberare che la crisi non esiste più.

Leggete il
documento del senato sui cambiamenti climatici.

Fonte: ecoblog.it

mercoledì 18 marzo 2009

I consumatori in marcia per il clima

Alla vigilia della discussione europea sugli obiettivi per il clima, il Comitato "In Marcia per il Clima", nato in occasione della manifestazione del 7 giugno a Milano, torna oggi a proporre al governo e ai cittadini una serie di soluzioni che individuano, settore per settore, strumenti e politiche utili a tagliare i gas serra e raggiungere uno sviluppo moderno, pulito e redditizio per il Paese. Le organizzazioni del comitato promotore, tra cui il Movimento Difesa del Cittadino, hanno pertanto presentato questo documento condiviso al Governo per combattere i cambiamenti climatici.

Per Lorenzo Miozzi, presidente del Movimento Consumatori:
Iniziative come questa servono a orientare l’attenzione dell’opinione pubblica verso un problema, quello del clima, che ogni giorno si fa sempre più drammatico e difficile da risolvere. Con l’impegno di ognuno però possiamo farcela, questo l’intento cui crede il Movimento Consumatori. Ma la volontà di fare deve essere di tutti: dai governi al semplice cittadino. Il nostro impegno sta quindi nell’aderire e nell’appoggiare pienamente una campagna che siamo sicuri ha e avrà la forza di farsi sentire. Insieme per una società responsabile.

55 associazioni diverse - ambientaliste, sindacali, di categoria o a carattere sociale - sono risultate concordi nel voler costruire nel Paese una spinta e una consapevolezza sempre più diffusa, affinché l’Italia abbracci con forza e coraggio una politica attiva contro i cambiamenti climatici, per mitigarne, nel più breve tempo possibile, gli effetti.

Occorre che tutti gli Stati con economia avanzata sottoscrivano impegni vincolanti di forte riduzione delle emissioni. Anche i paesi in via di rapido sviluppo, come Cina e India, devono contribuire a contenere le emissioni, mentre vanno da subito adottate politiche di adattamento e mitigazione condivise e sostenute economicamente. L’Europa ha dato un segnale forte in questi anni, dichiarando di volersi impegnare in un accordo globale a ridurre del 30% delle emissioni. Intanto la decisione vincolante del 20-20-20 (riduzione del 20% di emissioni di CO2, incremento del 20% di fonti rinnovabili e di efficienza energetica) assunta in maniera unilaterale, va concretamente sostenuta e perseguita senza cedimenti.

Il Comitato esorta dunque il Governo italiano, il Parlamento e gli Enti locali ad assumere obiettivi coerenti con le potenzialità dell’Italia, stabilendo precise responsabilità e meccanismi sanzionatori, chiudendo con la politica del rinvio e con la richiesta di sconti ulteriori che stanno portando il nostro Paese fuori dall’Europa e finiranno per accelerarne il declino economico industriale e sociale. Per farlo, occorre dare pieno slancio alle misure di efficienza energetica, dire sì al modello distribuito e quindi alla democrazia energetica, sì alle rinnovabili nel rispetto del territorio e della biodiversità, mentre la scelta del nucleare - fermo restando la necessità di sviluppare ulteriormente la ricerca in tale settore -non deve pregiudicare le risorse finanziarie a danno delle politiche di efficienza e delle rinnovabili. Non è infatti più rinviabile un massiccio investimento nella ricerca a favore delle politiche di efficienza e di sviluppo delle rinnovabili nonché per rinvenire soluzioni pienamente sostitutive dei combustibili fossili, che non aggravino i rischi per la sicurezza internazionale.

[Movimento Consumatori]

Update: Ma in europa cosa fanno realmente per il global warming ? Fra una pastoia burocratica e l'altra prendono il bovino per le corna!

lunedì 9 febbraio 2009

Cambiamenti climatici, l'irreversibile leggerezza dell'essere

Susan Solomon è una ricercatrice del National Oceanic and Atmospheric Administration che ha supervisionato una parte del lavoro dell'IPCC; insieme ad altri tre scienziati svizzeri e francesi ha da poco pubblicato l'articolo: Irreversible climate change due to carbon dioxide emissions. (1)

Secondo l'articolo i cambiamenti climatici indotti dalle emissioni di CO2 sono in larga parte irreversibili, almeno sulla scala temporale di un millennio.

In parole povere, le scelte che faremo nei prossimi decenni influenzeranno il pianeta e i nostri discendenti in saecula saeculorum.

Il motivo è illustato da questi due grafici. In alto si vede l'andamento futuro della CO2 in atmosfera ipotizzando che cresca al ritmo attuale del 2% all'anno fino a raggiungere livelli massimi di 450, 550, 650,750, 850 e 1200 ppm.

Dopo il picco si suppone che le emissioni si interrompano. Naturalmente non si tratta di previsioni realistiche, ma semplicemente di scenari volti a illustrare la risposta del sistema atmosferico. Dopo la fine delle emissioni la CO2 atmosferica decadrà perchè verrà assorbita dagli oceani, ma molto lentamente. Alla fine del millennio si prevede che rimanga ancora intorno al 40% del valore raggiunto al picco (meno il valore preindustriale di 280 ppm).

La temperatura continuerà a salire fintanto che le emissioni proseguiranno, ma dopo la loro eventuale interruzione non scenderà (grafico in basso, le curve hanno colori corrispondenti a quelli del grafico in alto).

Questo è un risultato della massima importanza. Se smettiamo di emettere CO2, la temperatura non scenderà per almeno mille anni. Ci aspetteremmo che la riduzione della CO2 dovrebbe ridurre il forcing radiativo e quindi almeno in parte la CO2, ma purtroppo non è così,perchè questo effetto verrà compensato dalla minore disponibilità degli oceani ad assorbire il calore dell'atmosfera.

Parlando in soldoni, il succo è questo:

I cambiamenti climatici ed il relativo innalzamento di temperatura accenderanno a breve un dibattito mondiale per stabilire se saranno o meno un disastro per l'umanità, oppure banalmente uno stato anomalo a cui l'umanità finirà per adattarsi. In ogni caso, le decisioni che prenderemo adesso avranno influenza per i prossimi mille anni e oltre, il danno già causato sarà pertanto irreversibile.

Siamo disposti a scommettere ora se vale la pena di intervenire oppure no ? Anche senza la matematica certezza che la situazione sia grave, siamo disposti a correre questo rischio sulle spalle dell'intero futuro dell'umanità ?

Saremo in grado noi tutti di sollevare lo sguardo dalle nostre preoccupazioni immediate ed effimere per preoccuparci del futuro ?


(1) PNAS 106,1704 (2009). L'articolo era stato già annunciato una decina di giorni fa sul sito NOAA, ma la versione integrale è disponibile solo da qualche giorno.

Leggi l'intervista alla Dr.a Solomon in occasione della presentazione del rapporto IPCC (febbraio 2007).

Fonte: EcoAlfabeta

giovedì 15 gennaio 2009

La tifoseria dei cambiamenti climatici

Desidero pubblicare un articolo di Luca Mercalli apparso sul quotidiano La Repubblica il 13 Gennaio 2009, dal nome "I negazionisti del gas serra". Parla nella sua consueta maniera semplice e diretta dello scontro fra catastrofisti e negazionisti, talvolta sempre più prossimo alla tifoseria calcistica. Questo atteggiamento, che vede fazioni contrapposte depositarie di certezze assolute, rischia seriamente di gettare discredito verso tutti gli studi sui cambiamenti climatici. Questi andrebbero invece perseguiti nell'ottica del massimo rigore e della massima trasparenza e collaborazione, in quanto il rischio potenziale delle conseguenze è troppo alto perchè la materia venga trattata con la consueta superficialità, tipica di molte testate giornalistiche.

Karasjok, nella Norvegia settentrionale, è uno dei luoghi più freddi d' Europa, nel 1886 ha registrato 51 gradi sottozero. Nei giorni scorsi vi faceva più caldo che a Piacenza, con "soltanto" meno nove gradi, nel buio della notte polare. Lassù il dicembre 2008 si è chiuso con sette gradi oltre la media. Quindi, mentre nell'Italia innevata il riscaldamento globale non va più di moda, in Scandinavia si potrebbero fare titoli cubitali sulla sua avanzata.

L' aggettivo "globale" serve proprio per evitare questo continuo rumore di fondo focalizzando l' analisi su un dato significativo per l' intero pianeta. Michel Jarraud, segretario generale dell'Organizzazione Meteorologica Mondiale ha dichiarato che «nonostante l' attuale freddo sull'Europa centro-meridionale, la tendenza generale rimane senza dubbio verso il riscaldamento». Ed è la stessa agenzia internazionale, che dal 1951 coordina le osservazioni meteorologiche di tutto il mondo, a ribadire che il 2008 è stato il decimo anno più caldo dal 1850 (il settimo in Italia dal 1800, dati Cnr-Isac) e ha visto una stagione degli uragani atlantici tra le più attive, con 16 eventi.

E i ghiacci artici in aumento? Frutto di un frettoloso giornalismo in cerca di scandali, basato su dati non correttamente interpretati a causa di differenti satelliti utilizzati dal 1979 a oggi per misurare la banchisa artica. (AspoItalia ha fatto chiarezza qui: www.aspoitalia.it). Ma è assurdo trasformare il problema del cambiamento climatico antropogenico in uno scontro da tifoseria calcistica: oggi fa freddo uno a zero per i negazionisti, domani fa caldo e segnano i serristi. Così come è assurda la divisione, aggressiva e improduttiva, tra elenchi di scienziati pro e contro: la scienza non si fa a maggioranza, ma verificando le ipotesi con fatti ed esperimenti.

L'Ipcc, tanto vituperato quanto poco conosciuto, non è certo depositario di verità assolute, ma ha posto in essere dal 1988, anno della sua fondazione, un serrato processo di validazione dei dati che è quanto di meglio oggi si sia riusciti a mettere in atto con la cooperazione di tutti i governi. Il riscaldamento degli ultimi decenni è inequivocabile e l'aumento dei gas serra è il processo fisico che ha maggiori probabilità di spiegarlo, come aveva già intuito nel 1896 il chimico svedese Svante Arrhenius.

Sulla previsione del futuro le incertezze sono molte di più, lo diceva già il Nobel per la fisica Niels Bohr, ma da quando nel 1967 Syukuro Manabe e Richard Wetherald del Geophysical Fluid Dynamics Laboratory di Princeton elaborarono la prima previsione numerica computerizzata del riscaldamento atmosferico causato dall'aumento dei gas serra, qualcosa si è imparato e il legame più CO2 uguale più caldo non è mai stato smentito. Semmai è la complessità delle interazioni nell'intero sistema terrestre - atmosfera, oceani, ghiacci, suoli, foreste, alghe, batteri, uomo - a rendere per ora limitata la comprensione del problema.

Il fatto che poi le risposte all'aumento della concentrazione di gas serra siano lente rispetto alla durata della vita umana e si esplicitino in molteplici modalità, ci priva di quella desiderabile verifica causa-effetto che in altri settori della scienza è talora più netta, ma meno diffusa di quanto si immagini. Se prendiamo la medicina, vediamo che sono ancora molte le patologie mal conosciute. Non per questo si rinuncia alla cura. E considerando il fumo, pur nella concorde affermazione della sua tossicità, nessuno è disposto a credere che quelle cupe minacce stampate sul pacchetto di sigarette si verificheranno proprio su di sé molti anni più tardi. Se le sigarette uccidessero all'istante, il nesso causa-effetto sarebbe chiarissimo e nessuno fumerebbe.

La posta in gioco sul riscaldamento globale è dunque così alta che la sua prevenzione, in sintesi la riduzione dell' uso di combustibili fossili a vantaggio di energie rinnovabili e sobrietà, presenta comunque vantaggi collaterali, come nel caso del fumo, clima o non clima. Consumare meno e meglio, ridurre inquinamento e rifiuti, chiudere i cicli produttivi in un pianeta limitato, è un progetto per la salvaguardia a lungo termine del nostro benessere. Personalmente detesto il caldo e adoro neve e freddo, non sono dunque un teologo del riscaldamento globale, preferirei senz'altro l'avvento di un' era glaciale. Ma le evidenze che qualcosa non funziona nel termostato terrestre sono tanto più numerose di quelle che minimizzano il problema, da non poterle trascurare.

Luca Mercalli - Repubblica 13/1/09

martedì 21 ottobre 2008

20-20-20 L'italia dice NO

Come noto, l'Italia ha puntato i piedi in sede europea, trainando con se i paesi meno sviluppati, per contestare il famoso (famigerato) piano 20-20-20, che sarebbe in soldoni la necessità entro il 2020 di diminuire del 20% le emissioni, conseguendo il 20% come obiettivo di risparmio energetico e 20% di incremento delle energie rinnovabili. Il sig. B afferma che allo stato attuale il rapporto costi/benefici non è chiaro e il piano penalizzerebbe in maniera inaccettabile paesi come l'Italia molto forti sul lato manifatturiero, pertanto inevitabile divoratore di risorse.

Cerchiamo di ritornare tutti nell'alveo di un ragionamento corretto. A prescindere dall'area di pensiero nobile o illuminato di appartenenza, quello che mi preme stabilire è: il piano 20-20-20 è una sciocchezza oppure ha un qualche fondamento scientifico ?

E' pacifico che fenomeni come l'iper regolamentazione, una certa politica miope di incentivi, una tassazione non equilibrata, possa potenzialmente causare danni più grandi di quelli che sulla carta intenderebbe risolvere, però non dobbiamo nemmeno prenderci in giro fino a questo punto!

Intendo dire che non è possibile ogni volta utilizzare la legge come una coperta corta a seconda di chi si vuole riscaldare, quando nasce a tutela di qualche interesse viene sostenuta a spada tratta, quando solo rischia di lederne altri viene bistrattata all'inverosimile. Leggi del genere in materia ambientale, per quanto perfezionabili, hanno la caratteristica di ledere TUTTI gli interessi, perchè NESSUNO vuole realmente ridurre le proprie emissioni, così come nessuno vuole ridurre il PIL o peggio diminuire i consumi energetici (ad esso storicamente proporzionali).

Allora, il punto non è burocrazia si o burocrazia no, la riduzione delle emissioni è davvero indispensabile oppure, dato che siamo in recessione (se mai ne usciremo) è rimandabile ?

Pretendere di rinviare una decisione così cruciale solo per un mero conto della serva del rapporto costi/benefici, fra l'altro dettato da un problema congiunturale di crisi economica, mi sembra una stupidata colossale.

Occorre concentrarci sul capire se perseverando con lo sfruttamento attuale delle risorse andremo verso il disastro oppure no, perché se mai questo disastro arriverà, sappiate che quisquilie come la democrazia (e la burocrazia) passeranno completamente in secondo piano, sull'onda della devastante crisi sociale causata da un mondo non più in grado fisicamente di sostenerci tutti, agli attuali ritmi di crescita dei consumi. Il problema va anche al di la della crescita dei mari di qualche metro, per il quale basterebbe evacuare qualche centinaio di milioni di persone e costruire qualche milione di palafitte... il concetto è, siamo disposti a correre il rischio e i costi futuri di uno sconvolgimento climatico globale ?

Ridurre le emissioni, va fatto oppure no ? Oppure meglio difendere le nostre rendite finanziarie e spendere i nostri soldi sani in un mondo malato ? Secondo il mio parere ne vale la pena, siamo di fronte ad un immenso esperimento a scala globale dalle conseguenze incerte e dai rischi altissimi, in cambio di un bel po di carta che chiamiamo volgarmente soldi possiamo comprarci una assicurazione sul nostro futuro, e migliorare al contempo la salute dei cittadini.

venerdì 19 settembre 2008

Diga di Ridracoli: 10 anni di cambiamenti climatici ?

Nell'alto Appennino tosco-romagnolo, all'interno del parco delle foreste casentinesi, lungo il corso del fiume Bidente, s'innalza questo imponente manufatto al servizio dell'Acquedotto della Romagna, la diga di Ridracoli. (mappa) Questa grande opera d'ingegneria italiana, i cui lavori sono iniziati nel 1975, dopo 13 anni di studi, è stata completata nel 1982.

La diga ad arco ha un'altezza di 103,5 m. e una lunghezza di 432 m. Il lago a cui da vita ha una superficie di 1,035 kmq, l'invaso una capienza di 33 milioni di mc di acqua di alta qualità. Possiamo dire con certezza che se non fosse stata a suo tempo costruita (malgrado le contestazioni di allora) adesso la Romagna sarebbe veramente in grossi guai di approvvigionamento idrico, dato che i pozzi di falda sembrano essere sempre più incapaci di far fronte al vertiginoso aumento della domanda di acqua potabile, proveniente specialmente dalla affollata area costiera.

Recentemente il sito di Romagna Acque è stato ristrutturato con una nuova veste grafica, rivedendo ed ampliando le pagine contenenti i dati in tempo reale dell'invaso. Sono adesso consultabili tutti i dati storici dal 1999 fino a oggi riguardanti il livello igrometrico dell'invaso. Ho pensato di prendere le varie immagini ed incollarle in un unica sequenza, in maniera di avere con un unico colpo d'occhio l'andamento degli ultimi 10 anni, nella speranza di scorgere qualche particolare che potesse evidenziare una qualche traccia di cambiamento climatico.

L'anno 2007 è stato quello della "crisi idrica" romagnola, ove i sindaci erano ad un passo dall'emettere ordinanze (palliative) per il razionamento dell'acqua (tipo il divieto di lavare la macchina in giardino). In effetti si può notare dal grafico soprastante che il volume dell'invaso ha subito un "minimo storico" proprio nel 2007. Con mia grande sorpresa però, dal grafico si evince anche che il 2007 non è stato l'unico anno in cui si sono verificate vistose anomalie, nel 2002 la situazione era stata analoga se non peggiore. Ciò è strano considerando il fatto che non si ricorda il 2002 come anno problematico, bensì il 2003, storicamente noto per essere stato un anno record per quanto riguarda la siccità, con il livello del PO ai valori minimi, nonché temperature alte in maniera anomala (ricordate i morti in Francia per il caldo ?).

Ritornando al grafico sull'andamento dell'invaso, tolti i periodi del 2003 e 2007 caratterizzati da evidenti anomalie, possiamo ravvisare in questi dati una qualche "tendenza" che evidenzi un peggioramento del clima ?

Non voglio tediarvi certo con noiose elucubrazioni statistiche, non ne sarei nemmeno in grado, mi limiterò a qualche osservazione "a braccio". L'andamento stagionale della quota idrica, (a parte i due anni anomali), non sembra avere apprezzabili "shift" di fase, ogni anno assistiamo al consueto veloce riempimento dell'invaso in corrispondenza del mese di Dicembre, con un minimo periodico attorno ad Agosto, a seguito del maggior prelievo estivo e delle minori precipitazioni. Uno straccio di analisi però proverò a farla.

Portando tutti i dati su un banale "foglio Excel", è possibile calcolare con pochi click un andamento di tendenza lineare, su una media temporale pesata, ne risultano questi due grafici (con e senza gli anni 2002 e 2007 di anomalia):


Come sui può notare, c'è una pendenza non trascurabile decrescente sull'andamento medio del volume dell'invaso, ma tolti gli anni di anomalia la tendenza è assolutamente trascurabile. Da tutto ciò ne deduco due semplici considerazioni, se vogliamo piuttosto banali:
  • La crisi idrica del 2007 è stata largamente sovrastimata dai media
  • Non ci sono dati sufficienti per ravvisare previsioni di cambiamenti climatici radicali
I cambiamenti climatici, specie se locali e legati a fenomeni periodici e altamente non lineari, si manifestano non con un graduale deterioramento delle misurazioni (livelli idrici) quanto con una aumentata probabilità di incorrere in eventi (anni) anomali. Due anni di questo tipo su nove non possono certo dare alcuna indicazione attendibile sulla loro frequenza relativa, per quanto ne so potrebbero semplicemente essere distribuiti casualmente.

Se però si ripetessero in sequenza, le cose potrebbero presto cambiare, la frequenza di eventi anomali è ad esempio evidente negli uragani che in fila indiana stanno devastando i Caraibi, nonchè nelle irregolarità delle correnti fredde in Artico, globalmente gli effetti si vedono, ma localmente sembrano fluttuazioni casuali, per cui addirittura qualche punto della terra sembra trarne cambiamenti positivi (come il raffreddamento in Antartide).

Fare considerazioni globali partendo da misurazioni locali è quindi sempre molto fuorviante e pericoloso, anche senza invocare sciagure climatiche prossime venture il risparmio idrico è comunque una scelta intelligente che va perseguita, data la scarsità di acqua potabile di buona qualità che abbiamo a livello mondiale, in un mondo sempre più sovrappopolato ed incline a standard sempre più alti di benessere.

Nota: La foto di apertura del post è live in tempo reale come fornita dalla webcam di Romagna Acque

mercoledì 6 agosto 2008

La bufala del petrolio abiotico

Questo articolo di Roberto Vacca scritto per il sole 24 ore davvero mi ha fatto imbufalire, rappresenta a mio parere un fulgido esempio di come utilizzare impropriamente un mezzo di informazione per trasformare gli auspici di taluni in verità scientifiche, inquinando le poche certezze che ci rimangono, e questo proprio utilizzando (guarda caso) l'organo ufficiale della confindustria.

Sostanzialmente cosa afferma Vacca nel suo articolo ? Che il petrolio è illimitato, in quanto si riformerebbe da solo per origini non biologiche, filtrando dagli strati profondi del mantello, e quindi "rigenerandosi", basta scavare più in là e ne troveremo a UFO! Che qualcuno ci creda e possa convincersi che ci siano verosimili possibilità per questa teoria può anche passare, se non fosse il modo e il tono con cui queste notizie escono periodicamente, e soprattutto il perché .... "tranquillizzare gli investitori che la crisi è una idea malsana degli ambientalisti" dico io!

Ugo Bardi di Aspo Italia ha prodotto una esauriente confutazione della teoria mostrando il perché l'origine abiotica del petrolio è probabilmente una fantasia, ma di esempi del genere ce ne sono a bizzeffe, basti pensare al negazionismo strisciante verso i problemi del cambiamento climatico, ove molti scenziati si affrettano a strombazzare che il global warning è una bufala perchè hanno selezionato un singolo dato controtendenza fra tanti.

Però ora, ragazzi, bisogna darci un taglio ed avere il coraggio di spiegare le cose come stanno realmente.

  1. Quanto petrolio c'è ancora rimasto là sotto ? TANTO
  2. Quanto petrolio c'è ancora di facile estrazione tale da non rischiare di essere consumato tutto già dalla macchina stessa che esegue le trivellazioni ? POCO
  3. I cambiamenti climatici sono opera dell'uomo ? SI, é assai probabile che siano legati strettamente allo sfruttamento del petrolio, ed anche se non lo fossero interamente non riusciremmo più ad arginarne le conseguenze in tempo se non si intervenisse comunque da subito.

Questa è l'unica cosa che conta, e se i fatti non stanno così armatevi di picozza ed andatevi a cercare un giacimento voi, così salverete l'economia mondiale dal collasso. magari trovando pure un sistema per eliminare tutta quella CO2 di troppo. Cercare prove scientifiche per teorizzare il mondo come a noi ci piace, è infantile ed immorale, Vacca ci è caduto in pieno, cercando argomentazioni a sostegno del "sarebbe bello se fosse così".

Possiamo anche deliberare a maggioranza che cercando bene la forza gravitazionale è repulsiva, ma non cambieremmo di molto i connotati della realtà. Gente come Vacca, infondendo una fiducia sconfinata nella scenza miracolosa che saprà trovare una soluzione per garantire il "business as usual", in realtà ci sta facendo perdere tempo prezioso, avvicinandoci sempre più alla grande "smusata", cioè un collasso inevitabile ed irreversibile del mondo economico così come oggi (e non ieri) lo intendiamo.

mercoledì 9 luglio 2008

Summit G8, dimezzare le emissioni entro il 2050

Leggendo i rapporti sulle decisioni prese al G8 in Giappone, mi sono cadute le braccia, quasi come sono cadute a Berlusconi mentre con una pala tentava in maniera impacciata di piantare un albero per simboleggiare il rispetto dei grandi per il clima. Rispetto che, in soldoni, sembra più di facciata che altro, dato che si è deciso, contrariamente al parere della stragrande maggioranza dei climatologi, di ridurre della metà le emissioni di gas serra ma solo entro il 2050, senza tappe intermedie.

L'impatto economico del frenare i consumi (perché è in definitiva di questo che si parla) per "salvare" il clima è sicuramente enorme, farebbe tremare i polsi a chiunque, non oso pensare quanti miliardi di euro si dovrebbero spendere per imbrigliare le industrie e costringerle globalmente ad una riconversione tale da dimezzare la produzione delle emissioni, semmai fosse possibile. Tuttavia, appena fatti i conti degli "x" miliardi di euro necessari, sono convinto risulti naturale per un politico arrivare subito alla lampante idea... visto che dobbiamo spenderli, usiamo gli stessi soldi per rilanciare l'economia, dilazionando il pagamento del contributo verso l'ambiente in 30 anni anziché in 10, così possiamo continuare a mantenere il "business as usual" e con molti meno sacrifici...

Non serve uno scienziato per capire che si tratta di una scelta folle. Esiste il riconoscimento pubblico che il problema esiste, però costa troppo risolverlo, pertanto se ne fa di necessità virtù come se fosse un mutuo o uno "swap" da rimodulare, rimandando al 2050 la data in cui ottenere il risultato voluto. Nel protocollo di kyoto, totalmente disatteso, l'obiettivo era il pericolosamente vicino 2015, meta oramai irraggiungibile! A questo aggiungiamo le legittime aspirazioni delle neo potenze economiche come Cina, India, le quali desiderano fortemente svilupparsi e non possono concepire che quello che per i grandi della terra è stato possibile in passato per loro che arrivano solo ora al benessere dei consumi non sia più possibile.

Nel frattempo, supponendo una crescita costante ai livelli attuali delle emissioni, arriveremo nel 2050 a oltrepassare le 450 ppm di anidride carbonica equivalente, sufficienti (a quanto dicono gli esperti) per innalzare di due gradi centigradi la temperatura media del globo, considerato il massimo tollerabile per non produrre danni irreversibili.

Può anche essere che tutta questa storia dei cambiamenti climatici sia una colossale montatura, io non credo, ma vogliamo davvero correre questo rischio solo per continuare a consumare ai ritmi attuali, petrolio permettendo ?

Riguardo poi al petrolio, consapevoli di come l'economia mondiale ne sia dipendente tanto quanto un drogato lo è della cocaina, ci si aspettava qualche sforzo per incentivare il risparmio energetico, spingere verso l'utilizzo delle rinnovabili.. invece ? Invitano i paesi produttori ad estrarre di più! Sarebbe come cercare di risolvere il problema dello spaccio della droga incentivando gli spacciatori ad emettere dosi più sostanziose sul mercato!

Credo che i nostri governanti non capiscano che i soldi e la crescita anno senso solo se abbiamo un mondo in cui goderseli.

giovedì 29 maggio 2008

Ridurre le emissioni entro il 2050, cioè mai

Ridurre della metà le emissioni di gas a effetto serra entro il 2050. Lo hanno affermato i ministri dell'Ambiente del G8 riuniti a Kobe, in Giappone, ribadendo che sono proprio i paesi industrializzati a doversi impegnare in prima linea nella lotta contro il riscaldamento climatico. L'annuncio dei dirigenti dei principali paesi sviluppati (per l'Italia presente il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo) non ha al contrario fissato obiettivi di riduzione per il 2020. La dichiarazione, diretta a preparare il terreno per il vertice del G8 in luglio in Giappone, precisa anche che è responsabilità dei paesi ricchi di dare l'esempio in termini di diminuzione delle emissioni di anidride carbonica. Il testo tuttavia menziona solo indirettamente la raccomandazione della comunità scientifica di una riduzione dal 25% al 40% delle emissioni entro il 2020, sottolineando semplicemente che "la necessità di obiettivi intermedi efficaci come ribadito dal Giec (gruppo d' esperti intergovernativo sull'evoluzione del clima dell'Onu) è stata espressa".

fonte: APCom

Il riassunto è questo: "ridurre le imissioni ? Ci penseranno i nostri posteri, non è un affare urgente."

mercoledì 26 marzo 2008

Clima, risorse, rifiuti, tre problemi ed una soluzione

Il problema dei cambiamenti climatici, quello dell'esaurimento delle risorse, e quello della gestione dei rifiuti, sono tutti strettamente correlati. Oggi si parla politicamente assai più del primo, sul quale i governi si impegnano con accordi trans-nazionali per cercare di mitigare l'impatto sul clima, assai meno degli altri due.

Del secondo problema, quello dell'esaurimento delle risorse, se ne parla a torto molto poco, in virtù del fatto che su questo problema non c'è davvero molto da fare, oltre che ribadire a chiare lettere come ogni grammo di risorsa non rinnovabile sia preziosa e che una volta consumata non si rigenera più. Mi riferisco soprattutto al petrolio ma anche al gas naturale, al carbone, all'uranio, al fosforo, al rame, tutti in via di progressivo ed inesorabile decremento di produzione. Per intenderci, essi non si esauriranno, semplicemente il divario fra domanda e offerta si allargherà sempre di più, creando un rialzo esponenziale dei prezzi fino a raggiungere un nuovo punto di equilibrio di mercato.

Del problema dei rifiuti, si parla genericamente solo in termini di costi, di degrado urbano e di salute pubblica, davvero poco se ne parla in termini energetici. Cosa conviene fare ? Riciclare ? Bruciare ? Seppellire tutto nelle buche ? Cercare di limitarne la produzione alla fonte ? Affidarci a multiutility come Hera che faccia sparire il problema al posto nostro in barba a qualsiasi bilancio ambientale ?

Come descritto all'inizio, questi tre aspetti fondamentali della sostenibilità, clima, risorse materiali/energetiche e rifiuto, sono trattati diversamente, ma fortunatamente sono così correlati per cui buone soluzioni per l'uno rappresentano anche buone soluzioni per l'altro. Basti pensare al risparmio energetico, favorisce il clima (meno gas serra), diminuisce il bisogno dei combustibili, riduce il rifiuto grazie al riciclaggio, che è un ottimo modo infatti per risparmiare energia.

Segnalo un eccezionale articolo sulle politiche energetiche di UGO Bardi, non parla specificatamente di rifiuti ma soprattutto di clima ed energia, lettura comunque altamente consigliata a chi intende avere una visione globale e non ideologica delle sfide che abbiamo di fronte nell'immediato futuro.

sabato 8 marzo 2008

La sindrome della rana bollita

Una immagine più di ogni altra spiega la reazione tipica della gente comune di fronte a tutte le ansiogene notizie sugli odierni sconvolgimenti climatici. Prendete una rana e buttatela nell'acqua bollente, con tutta probabilità zomperà fuori immediatamente spaventata a morte. Se invece la posate delicatamente in una pentola piena d'acqua a temperatura ambiente, non ne subirà alcun danno e nuoterà tranquilla. Se ora accendete il fuoco e lasciate crescere la temperatura, gradualmente, prima 40°, poi 50°, poi .... accetterà la situazione fino a lasciarsi bollire e morire. Se la rana potesse parlare nel frattempo vi risponderebbe alla stessa maniera di come le persone rispondono quando salta fuori il discorso dei cambiamenti climatici. Gli scienziati chiamano questo atteggiamento "sindrome della rana bollita" come metafora della situazione umana che si appresta a varcare la soglia di trasformazioni irreversibili.

Supponiamo quindi che la rana potesse parlare, ed interroghiamola quando la temperatura ha già raggiunto i 50°, essa risponderebbe: "Non c'è differenza, davvero, si in effetti è un po più caldo di prima, ma mi sto adattando bene".

Qualcuno a questo punto potrebbe chiedergli: "Ma se il calore continua ad aumentare con questo ritmo, prima o poi morirai!".

Vi sentirete rispondere: "E' tanto tempo che sono qui a mollo, non sono mica ancora morto, pertanto perché mai dovremmo preoccuparci ?"

Questa sindrome è fatale, di fronte ad una trasformazione che non ha precedenti nella storia umana appare naturale sottovalutare la pericolosità di una situazione, la quale non appare critica neppure di fronte alle più drammatiche conseguenze previste ed imminenti. Lasciando la metafora della rana ed affrontando il problema dei cambiamenti climatici, le cose stanno purtroppo così, gli scenari dell'IPCC spaziano da un ottimistico aumento di temperatura di +2°C per fine secolo (interrompendo bruscamente la produzione di gas serra oggi, cosa certamente improbabile) fino a un +6°C (continuando lo sviluppo di una società basata sui consumi fossili all'insostenibile ritmo esponenziale attuale).

Con grande sforzo, i governi riusciranno forse a collocare il mondo in uno scenario intermedio, ricordo che tutti i cambiamenti climatici a cui stiamo assistendo oggi (siccità, desertificazione, scioglimento dei ghiacciai) sono causati da un aumento di temperatura media di appena 0,75°C. Cosa succederà quando questi scenari si saranno verificati non è dato di saperlo con esattezza.

Le cose sono due, o questi scienziati sono tutti pazzi e stanno sfruttando un rischio inesistente per giustificare interventi assurdamente costosi (la temperatura della pentola per qualche motivo si fermerà da sola), oppure realmente rischiamo di fare la fine delle rane bollite. In presenza di due ipotesi, una rassicurante ed una catastrofista, quale sceglere ? Davvero l'umanità può correre il rischio e non fare nulla ? E il principio di precauzione ?

Ad oggi, al di la di qualche lodevole conferenza internazionale ed impegni assai poco rispettati dai governi come il protocollo di Kyoto sul clima, abbiamo scelto la strada di lasciarci bollire, speriamo che le cose cambino presto, non mi va proprio giù di sentirmi una rana bollita per troppo tempo.

giovedì 6 marzo 2008

Conferenza a Cesena sui Cambiamenti climatici



GIOVEDI' 6 MARZO ore 20.30

Conferenza sul tema:

CAMBIAMENTI CLIMATICI ED ALTERAZIONI DEGLI ECOSISTEMI: DA QUESTIONE DI NATURA SCIENTIFICA A PRIORITA' DI CARATTERE SOCIALE.

Relatore:
PROF. RICCARDO SANTOLINI
DOCENTE PRESSO L'UNIVERSITA' DI URBINO - CORSO DI LAUREA "VULNERABILITA' TERRITORIALE E ADATTAMENTO AI CAMBIAMENTI CLIMATICI"

Luogo della conferenza:

AULA MAGNA DEL CONVITTO ANNESSO ALL'ISTITUTO TECNICO AGRARIO DI CESENA VIA SAVIO 2400 Tel.0547-331130
Referenti: G.Paolo Missiroli - Massimo Mazzotti

COINVOLGETE ED INFORMARE QUANTA PIU' GENTE POSSIBILE, LA SALA PUO' CONTENERE PIU' DI 400 PERSONE A SEDERE.

martedì 4 marzo 2008

Effetto serra for dummies

Quanti di noi sentono parlare in continuazione di effetto serra, di sconvolgimenti climatici, di previsioni catastrofiche così immani da farle sembrare ... spettacolo da guardare in televisione. Così come siamo capaci di assorbire dai mass media dosi da cavallo di morti spettacolari, dal cinema, dai telegiornali, immagini crudeli tanto reiterate che non ci emozionano nemmeno più, così si sta innestando nella civiltà l'idea deviante che i disastri climatici siano solo il frutto di spot televisivi. La spettacolarizzazione dei problemi, per elaborarli e dimenticarli. Stiamo giocando al piccolo chimico con il pianeta terra, al futuro che lasciamo in eredità alle prossime generazioni nessuno pensa più. Di tanto in tanto qualcuno riesce a risvegliare la coscenza sopita con linguaggio semplice e diretto, spettacolare appunto, perchè anestetizzati come siamo solo l'estremo provoca in noi un breve sussulto.




Video: ByoBlu intuizioni ovvie

martedì 10 luglio 2007

I cambiamenti climatici sono una bufala ?

Che il clima stia cambiando lo sanno anche i sassi, quello che i sassi forse ancora non sanno è se i cambiamenti climatici sino di origine antropica (cioè causati dall'uomo, in particolare dall'aumento incontrollato dell'anidride carbonica), oppure no. Ci sono disarmanti evidenze di come la correlazione fra i livelli di CO2 e la temperatura media (non assoluta) porti a pensare che la risposta sia si, ovvero che l'uomo tramite la combustione di grandi quantità di materiale fossile in un breve periodo di tempo sia il principale responsabile dei cambiamenti che potrebbero potenzialmente portare ad un disastro su larga scala. La crescita dell'anidride carbonica è di tipo esponenziale, organismi internazionali come l'IPCC sono piuttosto allarmistici e impongono ai governi scelte decisamente radicali per evitare il peggio. In ogni caso, anche se si smettesse improvvisamente ora di bruciare combustibile fossile, i primi effetti positivi si potrebbero notare solo alla fine di questo secolo... è già tardi! E' chiaro che gli investimenti richiesti sono colossali, forse i risultati ottenibili potrebbero addirittura essere troppo modesti a fronte della spesa folle da sostenere, ed allora ecco che parte la teoria della bufala... L'obiettivo è ridurre la scienza ad una espressione di opinione, si introduce artificiosamente una teoria alternativa, studiata a tavolino solo per dire "guardate! C'è chi dice cose diverse, C'è chi dice che é tutta una montatura per spillare dei finanziamenti". Si arriva quindi alla teoria del complotto a scala globale. Ciò che realmente io credo sia devastante è il tentativo di fare passare nell'opinione pubblica l'idea che le verità in ambito scientifico non siano frutto dello studio, di modelli accreditati, di verifiche sperimentali, ma siano solamente atti di fede, e come tali confutabili tramite qualsiasi proclama alternativo, anche se strampalato, meglio ancora se in televisione. Ne volete una prova ? Basta rivedere la puntata di matrix dedicata ai cambiamenti climatici, ("Il grande caldo, bufala o verità", canale cinque, 6 Luglio scorso). Una intera puntata che anzichè documentare il perchè la comunità scientifica ritiene che esista un pericolo serio da non sottovalutare si dilunga nel ripetere continuamente "E' tutta una bufala, è tutta una bufala". Credo che un atteggiamento simile, ancora più che ridicolo, sia meramente indice di come la cultura scientifica nel nostro paese sia destinata ad un lento ed inesorabile declino.