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mercoledì 28 ottobre 2009

In Giappone si ricicla ma senza ipocrisie


Tutto si può dire dei Giapponesi tranne che siano ipocriti in tema di tutela ambientale e gestione dei rifiuti. La raccolta di tipo "porta a porta" è ubiquitaria e viene presa dannatamente sul serio, come abbiamo già dimostrato in un precedente post sulla città di Kamicatsu, dove sperimentalmente la raccolta differenziata è stata portata all'estremo.

Perchè si può sostenere che non sono ipocriti ? Perchè sanno benissimo che il loro sistema di vita, ad alta intensità di shopping, non è il massimo della sostenibilità e non consente loro di riciclare efficacemente una larga fetta dei materiali post-consumo che acquistano. Lo stato ha così deciso già alcuni decenni fa di puntare molto sull'utilizzo massiccio degli inceneritori (che li vengono chiamati infatti esattamente così, senza ipocrisie come "termovalorizzatori"). L'obiettivo strategico è quello di ridurre virtualmente a zero l'impiego delle discariche per smaltire il materiale non differenziabile. In tutto sono oltre 1800 inceneritori, anche di piccolissima taglia, disseminati capillarmente sul territorio giapponese.

Il video in oggetto è parte di una serie di documentari promossi della rete radiofonica australiana abc, dal nome A world without waste: Japan e mostra una delle campagne informative sui rifiuti tipiche del territorio giapponese. I cittadini del sol levante vengono educati a dividere i rifiuti suddividendoli come inceneribili e non inceneribili. Ovviamente è sottinteso che i rifiuti non inceneribili debbano per forza di cose essere riciclabili. Ciò che può essere riciclato viene differenziato e chiuso in sacchi trasparenti per essere ispezionati dal servizio di raccolta.


Che succede se i rifiuti (non inceneribili) non sono correttamente separati ? Le multe per chi non fa bene il proprio lavoro sono terribili, ma prima di arrivare a vere e proprie denunce l'operatore ecologico addetto al ritiro (vedi immagine) applica un bel post-it sul sacco trasparente, che recita all'incirca:

Questa spazzatura non è differenziata in modo corretto, riprovaci ancora oppure verrà lasciata qui ...

Inutile dire che questo per un giapponese rappresenta una vergogna enorme, tale da essere additato dai vicini come incivile, normalmente la cosa si risolve quindi pacificamente, ma in casi estremi si può arrivare ad identificare la famiglia coinvolta e convincerla "con le buone" a fare quanto è un suo preciso dovere, cioè differenziare tutto correttamente e senza errori.

Per i Giapponesi gli inceneritori sono quindi solo un modo per trattare la parte del problema che ancora non sanno risolvere, non una strategia da perseguire a lungo termine, infatti si affidano a tanti piccoli impianti anzichè a pochi maxi-impianti molto costosi (e quindi difficili da smantellare se non servono più). Per tutto il resto c'è una differenziazione spinta e una educazione della cittadinanza rigorosa e inflessibile. Dovremmo prendere un po spunto anche da loro.

Fonte: ecoblog.it

giovedì 25 giugno 2009

Come coniugare coesione sociale e riciclaggio

Parte lunedì prossimo nel carcere bolognese della “Dozza” il primo di tre laboratori in cui i detenuti saranno impiegati nel trattamento dei rifiuti elettrici ed elettronici, per favorirne il recupero e il riciclaggio. Si tratta del progetto “Rifiuti elettrici ed elettronici in carcere” che coinvolgerà a breve anche gli Istituti penitenziari di Forlì e di Ferrara e che è stato presentato qualche giorno fa a Bologna.

I laboratori saranno opportunamente allestiti e attrezzati per lo smontaggio dei Raee ovvero quei rifiuti come lavastoviglie, lavatrici e computer che, se non opportunamente trattati, possono essere molto pericolosi per l’ambiente a causa delle sostanze che contengono, su tutte mercurio e piombo.

Tale attività all’inizio impegnerà complessivamente 10 detenuti per 30 ore alla settimana, con un’adeguata retribuzione e il concorso della contrattazione sindacale. Secondo l’assessore all’ambiente della Regione Emilia-Romagna, Lino Zanichelli:

Il progetto mette al centro persone in condizione di difficoltà, ma anche il corretto uso delle risorse naturali. Entrambi due grandi temi di civiltà e un esempio concreto di cosa significa fare sviluppo sostenibile, ovvero tenere insieme ambiente, economia e coesione sociale.

Frutto dell’iniziativa comunitaria Equal “Pegaso”, finanziata dalla regione con il Fondo Sociale Europeo, il cui obiettivo è l’inclusione socio-lavorativa delle fasce deboli, il progetto ha avuto una prima fase sperimentale tra la fine del 2007 e l’inizio del 2008.

Fonte: ecoblog.it