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mercoledì 9 marzo 2011

Il MIZ ospite all'iniziativa Battito d'Ali di Gambettola

Il Movimento Impatto Zero sarà presente Venerdi 11 Marzo, presso lo spazio Fabbrica di Gambettola, per una breve conferenza in tarda serata dal titolo "Meno Risorse e Più Rifiuti: Verso una società del riciclo"

La conferenza è inserita nella cornice dell'iniziativa Battito D'ali, rassegna di musica, arte, danza, poesia, ecologia, nella pregievole cornice della struttura Fabbrica di Angelo Grassi. Si parlerà di risorse naturali, picco del petrolio, riciclo creativo, decrescita e sostenibilità ambientale, con l'ausilio di alcuni brevi filmati.

BATTITO D'ALI
Fabbrica di Gambettola

11/03 venerdì ore 21

artisti:
Giovanni Belvisi e Michele Barbagli presentano
”il fuoco in mano”, percorso per lampi e movimenti nelle parole di garcia lorca.
 
la serata è dedicata al movimento impatto zero con relativa conferenza e brevi proiezioni video.

Per ulteriori informazioni, scarica il volantino completo.

domenica 30 maggio 2010

Intervento di Ugo Bardi alla conferenza di Lugo


Chi intende analizzare correttamente la realtà e trarne qualche tipo di previsione, non può fare a meno di dati, numeri, tabelle e grafici. Non solo, ma deve pure verificare che tali dati siano attendibili e che in passato abbiano saputo alimentare modelli che si sono rivelati congrui con quanto poi è successo nella evoluzione reale storica dei sistemi. 

Troppa fatica per i decisori politici, i quali hanno bisogno di ragionamenti semplici e immediatamente fruibili per farsi capire da coloro ai quali chiedere il consenso. A loro volta, chi vota non ha tempo o è incapace di analizzare le complesse (e talvolta ambigue) conseguenze dei dati forniti dai decisori politici, preferiscono decisioni banali fondate su motivazioni semplici, troppa fatica verificare che il decisore politico non abbia preso fischi per fiaschi e millantato o piegato i dati in funzione della propria ideologia. 

Ammesso e non concesso che la maggioranza degli elettori abbia un livello culturale fra il basso e il medio-basso, la semplificazione ideologica e la selezione degli argomenti saranno sempre un arma vincente. Da queste due forze contrapposte ma complici (cioè politici che trovano interesse a semplificare, ed elettori che hanno difficoltà a capire cose non presentate in maniera semplice) nasce l'attuale propensione a tagliare con l'accetta i concetti.

Tutto nasce forse da una scarsa propensione della società contemporanea a valorizzare correttamente la cultura scientifica e l'analisi critica. Nella società dei consumi, propensa a ragionare in termini economici e consumare le risorse a ritmo sempre più forsennato, la scenza e la tecnologia sono strumenti che servono principalmente a creare beni e servizi, offrire comodità e piacevole intrattenimento, Invece, dovrebbero servire anche ad arricchire culturalmente gli individui e renderli in grado di capire le complesse evoluzioni che stiamo sperimentando sulla nostra pelle. 

Senza adeguate conoscenze scientifiche sorrette da modelli plausibili, non siamo più in grado di capire come evolve il Mondo. Questa è essenzialmente la ragione che ha portato alla negazione delle tesi contenute ne "I Limiti dello Sviluppo" di Aurelio Peccei, che nel 1972 ha rivoluzionato, e continua a farlo ancora oggi, la vita di tante persone. Il sistema mondo trattato come modello dinamico non lineare ma semplificabile sul quale disegnare degli scenari e effettuare delle previsioni, un concetto rivoluzionario. Haimè, coloro ai quali questo libro ha cambiato radicalmente la vita, me compreso, sono quasi solo ricercatori e intellettuali scientificamente preparati.

Siamo essenzialmente tutti incoscentemente impreparati a vivere in un mondo che sperimenta ovunque "picchi" di produzione nelle risorse minerarie. Viviamo in una macchina che si lancia a folle corsa pur consapevole di avere poca benzina nel serbatoio. E ancora ci ostiniamo di parlare di "Nucleare si o Nucleare no", come se potesse davvero cambiare qualcosa.

L'intervento di Ugo a Lugo (perdonatemi il curioso gioco di parole) prende spunto da questa triste realtà di "assopimento" culturale e scientifico che regna in Italia, per poi affrontare quelli che saranno i veri temi dominanti nel nostro immediato futuro: la riduzione graduale di disponibilità di risorse. Non si pretende di offrire previsioni e tempistiche, non siamo indovini, ma siamo consapevoli che ad esempio il peakoil è qualcosa che non possiamo sottovalutare ne ignorare. 

Ci stiamo scontrando contro vincoli e limiti globali, vale per l'energia, per il petrolio, per i rifiuti, per l'inquinamento, per la pesca, per l'agricoltura insostenibile, per i cambiamenti climatici, per le risorse fossili e minerarie, per tutto! Occorre quindi prepararsi a radicali e irreversibili cambiamenti sociali e tecnologici, saperli affrontare preparati può fare davvero la differenza.

Al termine della serata, ovviamente, pochi (se non nessuno) hanno davvero colto l'importanza del messaggio, ed è partita la solita diatriba fra "centrale a biomasse si e no", bloccare gli inquinatori dell'aria, incentivare le tecnologie pulite.

Ok, va bene tutto, ma se è vero che la produzione di risorse fossili è in stallo, e queste sono alla base e motore propulsivo di tutte le dinamiche che conosciamo, la vera domanda può essere solo: come ci attrezziamo di fronte all'inevitabile ?

Avere questa risposta ancora è prematuro, si va da chi predica la Decrescita Felice, chi si lancia nella lotta politica, fino a chi auspica un rilancio dei consumi per creare nuovo lavoro. Sono tutti estremi utopici che ci allontanano dal fare quello che semplicemente la natura ci ha concesso come capacità, e per la quale ci ha regalato un grandioso cervello: adattarci al cambiamento.

La natura però non ha tenuto conto che il nostro adattamento è limitato, non può essere troppo rapido, mentre invece stiamo rivoluzionando l'intero pianeta nell'arco di pochi decenni. La vera sfida non è quindi sapere quando avverranno i grossi cambiamenti, e neppure perchè, l'unica vera sfida su cui dovremmo puntare tutta l'energia che abbiamo è solo: rendere il cambiamento il più graduale e indolore possibile.

Solo così avremo una qualche speranza di adattarci e pensare a un mondo non troppo ostile e alieno rispetto a quello che ci stiamo godendo ora.

martedì 8 settembre 2009

Il paradigma della crescita ha le ore contate ?


Il «peak oil», momento di massima produzione di petrolio oltre il quale inizia una inesorabile discesa, è un fantasma di cui si discetta da decenni. Già negli anni Cinquanta il geofisico americano Marion King Hubbert allarmò i petrolieri paventando il raggiungimento del picco, sul continente statunitense, negli anni Settanta. Hubbert indovinò e divenne un punto di riferimento. Vent'anni dopo le grandi crisi petrolifere, Colin Campbell riprese in mano i suoi studi diventando uno dei massimi esperti internazionali. Nel 2001, mettendo insieme diversi scienziati e contributi, fondò Aspo, acronimo di Association for the study of peak oil.

A oltre cinquant'anni dalle prime previsioni di Hubbert il mondo si interroga davvero su come andare oltre quel barile di oro nero che ne accompagna lo sviluppo da 150 anni. Luca Pardi, vicepresidente di Aspo Italia e primo ricercatore dell'Istituto per i processi chimico-fisici del Cnr, prende spunto dall'intervista rilasciata al Sole24ore.com dal direttore del Dipartimento Energia e Trasporti del Cnr, in cui veniva previsto il collasso energetico per il 2065 e il picco del petrolio per il 2030. Pardi contesta sia le previsioni temporali che l'analisi delle soluzioni (il Cnr indicava nella fusione nucleare la maggiore promessa, ndr). «Il metabolismo socio-economico del pianeta dipende dal petrolio - spiega Pardi -. E' la fonte energetica più conveniente, non esiste nulla di paragonabile: è per questo che il momento di picco è un evento critico di dimensioni inaudite. Vediamo una certa semplificazione del problema che rischia di indurre un eccessivo ottimismo nel settore e nei cittadini».

Segue una intervista a Luca Pardi pubblicata recentemente su "Il sole 24 ore":

Il Cnr prevede il peak oil per il 2030. Voi?
C'è molta confusione. Nel novembre scorso l'Agenzia internazionale per l'energia (Aie), agenzia intergovernativa dei paesi Ocse, ha presentato, nel suo World energy outlook 2008 (Weo2008) un quadro della situazione e le proiezioni fino al 2030. Ebbene, il picco del petrolio estratto dai giacimenti in attività è già stato raggiunto. Il picco globale potrebbe, secondo l'Aie, essere rimandato a dopo il 2030 solo se si comincerà a produrre petrolio da risorse il cui sviluppo richiederebbe ingenti investimenti: la stima è di ventiseimila miliardi di dollari. Investimenti che, al momento, appaiono fuori dalla portata di qualsiasi compagnia petrolifera pubblica o privata. La produzione globale oggi arriva a 83-85 milioni di barili al giorno. Il livello è lo stesso dal 2004. I modelli secondo noi più attendibili indicano un possibile momento di picco per il 2010.

Quindi l'anno prossimo. Eppure vengono scoperti nuovi giacimenti, come quello di Bp nel Golfo del Messico, definito dalla compagnia «gigantesco»...
Vero, ma il giacimento di Tiber, stando a quanto dice Bp, contiene 3 miliardi di barili che dopo le prime trivellazioni potrebbero arrivare a 6 miliardi. Non è poco, ma nel mondo ne vengono consumati 30 miliardi l'anno. Siamo a un decimo. I giacimenti scoperti negli anni Sessanta, come quello di Ghawar, contenevano 170 miliardi di barili. Dall'inizio degli anni Ottanta consumiamo più di quanto troviamo.

Le nuove tecnologie non possono allontanare la data in cui il petrolio inizierà a diminuire andando a scovarlo in posti un tempo impensabili?
Può incidere ma molto poco. Credo che la nostra previsione sul momento di picco abbia un margine di errore di cinque anni, non venti o trenta.

Passiamo al carbone. Diverse analisi concordano sul fatto che durerà di più.
Sì, ma meno di quanto si pensi: molte delle riserve disponibili non potranno essere sfruttate al 100%. Oltre un certo limite l'estrazione non è più conveniente. Uno studio del 2007 dell'Energy watch group prevede un picco globale del carbone entro la metà del secolo.

Cosa c'è oltre?
Crediamo molto nelle rinnovabili. La critica che viene mossa storicamente a questo tipo di energia è che il suo contributo rimane marginale nella torta complessiva e intermittente (il fotovoltaico non funziona di notte, l'eolico quando non c'è vento, ndr). La crescita degli ultimi anni è stata rilevante in assoluto, meno in relazione al fabbisogno energetico. Guardando avanti bisogna puntare sulle grandi centrali, non solo alla microgenerazione. Arrivare alla produzione di centinaia di Megawatt. Per uscire dalla nicchia. Io stesso sono tra i piccoli investitori del progetto Kitegen per l'eolico d'alta quota che può fornire notevole potenza e risolvere il problema dell'intermittenza, visto che in quota i venti sono più abbondanti.

E il nucleare?
Le tecnologie da fissione nucleare sono affidabili e mature. Il punto è che le circa 450 centrali attualmente in esercizio dipendono per circa il 40% dall'Uranio di riserve strategiche accumulate in passato e certamente finite. Anche qui ci sarà un picco, previsto per metà secolo.

In cinquant'anni potrebbero però vedere la luce le centrali di quarta generazione e quelle a fusione nucleare.
Ha detto bene, "potrebbero". Sono tecnologie estremamente complicate, diffido di appuntamenti così lontani nel tempo.

Anche le vostre previsioni sul picco del carbone e dell'uranio arrivano a metà secolo.
Fare previsioni non è mai semplici. I modelli servono per ragionare con un set di variabili sulle direzioni future, non per indovinare l'anno preciso. Il problema è che le politiche vengono scelte su modelli mentali, mentre quelli di cui parlo sono fisico-matematici. Spesso si fanno paralleli con il passato, pensando che all'era del petrolio ne seguirà un'altra, fucina di ulteriore sviluppo.

Non è così?
Chi l'ha detto? Io credo che ci sarà un cambio di paradigma. La crescita economica continua ed infinita finirà. Non si tornerà alla stessa abbondanza. Gli ecosistemi terrestri non possono reggere questi ritmi, lo sviluppo ha dei limiti. Dovremo abituarci.

L'articolo completo si trova - qui -

giovedì 6 novembre 2008

Crolla il petrolio, viva l'abbondanza finchè dura

A tutte le persone (compreso il mio babbo) che ora, con il petrolio a 60$ al barile, cominciano a farmi la stecca sostenendo "te lo avevo detto che queste tue teorie stampalate sul peak oil sono tutte minchiate", vorrei rispondere che si sbagliano, e pure di grosso.

E se proprio non se ne rendono conto, possono provare a leggere questo articolo, poi magari cominciare a cacarsi sotto, oppure continuare a negare l'evidenza, fino a che il tenore di vita attuale ci consentirà di farlo. Il picco è già stato nel 2005, pertanto la crescita è finita, e se da qualche parte è rimasta è per forza a scapito di qualcun'altro che dovrà necessariamente contrarre i propri consumi con la forza.

Oltre al picco c'è un limite alla produzione (estrazione) di energia, quindi anche della produzione industriale, legata storicamente al PIL e a ciò che consideriamo comunemente "ricchezza". Oltre c'è la decrescita, che sembra nei fatti già incominciata, con tanto di relative instabilità economiche e sociali all'orizzonte. Saremo in grado di governarla ?

Se ci rendiamo conto che la crescita della produzione non può continuare indefinitamente, allora il solo modo per alleviare la povertà è di affrontare sia il problema della distribuzione attuale delle risorse tra i popoli sia quello del controllo demografico.
Herman E. Daly - Oltre la crescita

venerdì 26 settembre 2008

The Crash Course

Chris Martenson ha realizzato un rapido corso di economia in 22 lezioni.

Ci spiega in un inglese semplice e diretto (e con molti grafici comprensibili) di come il sistema economico mondiale DEVE cambiare radicalmente il prima possibile per evitare il collasso e minimizzare i danni.

E’ un appello ragionato alla decrescita economica..

The Crash Course

venerdì 18 luglio 2008

Decrescita ed energia, un connubio inscindibile

Per ragionare in termini di decrescita, occorre a mio avviso partire dai fondamentali problemi di approvvigionamento e di gestione dell'energia, non può esserci a mio avviso una transizione morbida verso un mondo senza petrolio se permane l'irrazionale modello attuale fatto di sprechi e gestione superficiale delle risorse energetiche: