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mercoledì 28 aprile 2010

Nuovo conto energia, verso una riduzione del 20%

Intorno al settore fotovoltaico si è ormai creata un’economia, con relativo indotto, che rappresenta qualcosa di più di una semplice realtà di nicchia. Corrono insistenti voci secondo le quali il prossimo conto energia (il terzo in programma) subirà una decurtazione del 20% rispetto all'incentivo precedente. Ne avevamo già parlato nel febbraio scorso in questo post.

Questo preoccupa non poco gli operatori del settore, che erano abituati ad aspettarsi incrementi di fatturato a due o tre cifre, pur rimanendo il settore ancora assolutamente di nicchia per l'esiguità della potenza installata rispetto al totale della produzione nazionale. Era comunque un volano formidabile per l'economia.

Con il primo conto energia, attuato dal 2005 al 2007, il sistema di incentivi per la diffusione degli impianti fotovoltaici ha avuto un primo input che ha “prodotto” installazioni per una potenza totale di 165 MegaWatt. Con il “secondo” conto energia, dal 2007, sono stati incentivati ben ulteriori 835 MegaWatt, una quantità quintuplicata rispetto a quella del triennio precedente del primo conto energia. Nel solo 2009 sono stati installati ben 574 MegaWatt di energia pulita. Ad oggi l’Italia è anticipata solamente dalla Germania in quanto ad energia fotovoltaica installata in Europa, raggiungendo il 2° posto nella classifica dei Paesi europei con oltre 1GWp installato, soglia psicologica e simbolica. 

Purtroppo, in termini di energia reale prodotta, ciò rappresenta un po meno dello 0,3% di tutta l'energia prodotta in Italia, pur con un incremento di produzione del 288% dal 2008 al 2009 (fonte Terna). E' quindi fondamentale per garantire che il fotovoltaico rappresenti una quota sempre più significativa della domanda, oltre ovviamente alla riduzione degli sprechi, anche un adeguato sostengno da parte del governo.

Tuttavia, occorre anche considerare che la tecnologia sta facendo passi da gigante, e mentre solo una decina di anni fa la tecnologia fotovoltaica era molto costosa e relativamente inefficiente, oggi la curva di discesa dei prezzi permette di ottenere la stessa produttività ad una frazione della spesa, rendendo possibile un calo degli incentivi a parità di vantaggio economico. Il grafico sottostante (fonte), di origine americana, mostra in dollari il costo medio di un modulo fotovoltaico, in funzione della quantità di produzione cumulativa, differenziando fra moduli cristallini e moduli a film-sottile, che sono inefficienti ma molto più economici.

La discesa dei prezzi è evidente, e procede imperterrita di mano in mano che aumenta la potenza installata, in questo modo si potrebbe addirittura raggiungere la grid parity entro un decennio, ovvero la possibilità di utilizzo della tecnologia in modo conveniente anche con zero incentivi. Cioè il punto in cui si incentiva da sola. Oggi non è difficile trovare impianti fotovoltaici dal prezzo inferiore ai 5000€ per KWp installato chiavi in mano.

Dove sta allora il problema della riduzione degli incentivi ? Sta nell'incertezza politica! I soggetti economici devono avere prospettive stabili di lungo periodo per compiere degli investimenti, questo continuo balletto di cifre non fa altro che spaventare il settore e creare barriere all'ingresso verso i nuovi operatori. Una diminuzione degli incentivi è certamente possibile e pure necessaria per evitare di drogare il mercato, però deve essere graduale e prevedibile, in modo da non penalizzare bruscamente con interventi "a scalino".

Assecondando la naturale evoluzione del settore delle rinnovabili "pulite", cioè soprattutto fotovoltaico ed eolico, con una politica di incentivi lungimirante e prevedibile, potremmo avere domani una quota sufficiente di energia per rendere obsoleti gli sforzi odierni che vedono privilegiare il costosissimo nucleare e l'ipersfruttato gas naturale, come fonte di energia primaria per il prossimo futuro. 

E se domani i prezzi dei combustibili (petrolio e uranio) cresceranno a dismisura come già si intravede oggi, il punto di pareggio dell'energia rinnovabile si avvicinerà sempre di più, e per un paese che non ha ne petrolio ne gas ne uranio in quantità apprezzabili questa potrebbe essere l'unica ancora di salvezza.

La posta in gioco è altissima per il nostro futuro, equivale a ciò che distingue un paese in prosperità da un paese che potrebbe precipitare in una crisi irreversibile energetica, economica, e quindi sociale. Il nucleare di oggi sarà solamente una breve transizione (in attesa di tecnologie del tutto nuove tipo ITER), il futuro nemmeno tanto lontano volenti o nolenti è solo questo qua. Non perdiamolo mai troppo di vista.

lunedì 19 ottobre 2009

C'è arrivato persino un comunista!

La settimana scorsa si è svolto a Torino Uniamo le Energie, incontro realizzato dalla Regione Piemonte e dedicato alla sostenibilità ambientale. Si è discusso del futuro dell'energia e delle prospettive socio economiche di un mondo che potrebbe dover rinunciare al petrolio.

Il nucleare ne è uscito ovviamente con le ossa rotte, dato che richiede investimenti enormi e produce pochissimi posti di lavoro, senza nemmeno citare il problema delle scorie e il fatto che si tratta comunque di una fonte di energia non rinnovabile se affrontato con la tecnologia attuale (L'uranio fissile disponibile sulla terra è molto limitato e in via di esaurimento).

Uno degli ospiti d'onore è stato Michael Gorbachov, oggi a capo del World Political Forum da lui stesso fondato, occupandosi tra l'altro anche di cambiamenti climatici e sostenibilità ambientale. Sentite con quali parole il "comunista" Gorbachov ha esordito all'assemblea:

L'unico futuro possibile, ed anche l'unico futuro senza guerra, è quello in cui il consumo di energia derivante da fonti rinnovabili arrivi non al 20 o al 50%, ma al 100 per cento. A quelli che ci dicono che la crisi è finita e che il peggio è alle spalle - ha proseguito - vorrei dire che ci stanno ingannando.

La crisi c'è e, secondo ogni ragionevole previsione, ci resteremo a lungo. Per la semplice ragione che quel tipo di sviluppo che ci ha sostenuto fino ad oggi non è più procrastinabile per l'apparizione dei "limiti". Che sono molteplici e invalicabili.

Intendo dire che, anche se dal punto di vista delle energie tradizionali non ci fosse un'urgenza drammatica, e io ritengo invece che questa urgenza ci sia, noi dovremo fronteggiare comunque il problema del riscaldamento climatico che, anche da solo, costituisce un rompicapo di una difficoltà senza precedenti nell'intera storia dell'umanità


Avercene di "comunisti" così lucidi! Occorre aggiungere altro ?

Fonte: Blog Crisis

martedì 8 settembre 2009

Il paradigma della crescita ha le ore contate ?


Il «peak oil», momento di massima produzione di petrolio oltre il quale inizia una inesorabile discesa, è un fantasma di cui si discetta da decenni. Già negli anni Cinquanta il geofisico americano Marion King Hubbert allarmò i petrolieri paventando il raggiungimento del picco, sul continente statunitense, negli anni Settanta. Hubbert indovinò e divenne un punto di riferimento. Vent'anni dopo le grandi crisi petrolifere, Colin Campbell riprese in mano i suoi studi diventando uno dei massimi esperti internazionali. Nel 2001, mettendo insieme diversi scienziati e contributi, fondò Aspo, acronimo di Association for the study of peak oil.

A oltre cinquant'anni dalle prime previsioni di Hubbert il mondo si interroga davvero su come andare oltre quel barile di oro nero che ne accompagna lo sviluppo da 150 anni. Luca Pardi, vicepresidente di Aspo Italia e primo ricercatore dell'Istituto per i processi chimico-fisici del Cnr, prende spunto dall'intervista rilasciata al Sole24ore.com dal direttore del Dipartimento Energia e Trasporti del Cnr, in cui veniva previsto il collasso energetico per il 2065 e il picco del petrolio per il 2030. Pardi contesta sia le previsioni temporali che l'analisi delle soluzioni (il Cnr indicava nella fusione nucleare la maggiore promessa, ndr). «Il metabolismo socio-economico del pianeta dipende dal petrolio - spiega Pardi -. E' la fonte energetica più conveniente, non esiste nulla di paragonabile: è per questo che il momento di picco è un evento critico di dimensioni inaudite. Vediamo una certa semplificazione del problema che rischia di indurre un eccessivo ottimismo nel settore e nei cittadini».

Segue una intervista a Luca Pardi pubblicata recentemente su "Il sole 24 ore":

Il Cnr prevede il peak oil per il 2030. Voi?
C'è molta confusione. Nel novembre scorso l'Agenzia internazionale per l'energia (Aie), agenzia intergovernativa dei paesi Ocse, ha presentato, nel suo World energy outlook 2008 (Weo2008) un quadro della situazione e le proiezioni fino al 2030. Ebbene, il picco del petrolio estratto dai giacimenti in attività è già stato raggiunto. Il picco globale potrebbe, secondo l'Aie, essere rimandato a dopo il 2030 solo se si comincerà a produrre petrolio da risorse il cui sviluppo richiederebbe ingenti investimenti: la stima è di ventiseimila miliardi di dollari. Investimenti che, al momento, appaiono fuori dalla portata di qualsiasi compagnia petrolifera pubblica o privata. La produzione globale oggi arriva a 83-85 milioni di barili al giorno. Il livello è lo stesso dal 2004. I modelli secondo noi più attendibili indicano un possibile momento di picco per il 2010.

Quindi l'anno prossimo. Eppure vengono scoperti nuovi giacimenti, come quello di Bp nel Golfo del Messico, definito dalla compagnia «gigantesco»...
Vero, ma il giacimento di Tiber, stando a quanto dice Bp, contiene 3 miliardi di barili che dopo le prime trivellazioni potrebbero arrivare a 6 miliardi. Non è poco, ma nel mondo ne vengono consumati 30 miliardi l'anno. Siamo a un decimo. I giacimenti scoperti negli anni Sessanta, come quello di Ghawar, contenevano 170 miliardi di barili. Dall'inizio degli anni Ottanta consumiamo più di quanto troviamo.

Le nuove tecnologie non possono allontanare la data in cui il petrolio inizierà a diminuire andando a scovarlo in posti un tempo impensabili?
Può incidere ma molto poco. Credo che la nostra previsione sul momento di picco abbia un margine di errore di cinque anni, non venti o trenta.

Passiamo al carbone. Diverse analisi concordano sul fatto che durerà di più.
Sì, ma meno di quanto si pensi: molte delle riserve disponibili non potranno essere sfruttate al 100%. Oltre un certo limite l'estrazione non è più conveniente. Uno studio del 2007 dell'Energy watch group prevede un picco globale del carbone entro la metà del secolo.

Cosa c'è oltre?
Crediamo molto nelle rinnovabili. La critica che viene mossa storicamente a questo tipo di energia è che il suo contributo rimane marginale nella torta complessiva e intermittente (il fotovoltaico non funziona di notte, l'eolico quando non c'è vento, ndr). La crescita degli ultimi anni è stata rilevante in assoluto, meno in relazione al fabbisogno energetico. Guardando avanti bisogna puntare sulle grandi centrali, non solo alla microgenerazione. Arrivare alla produzione di centinaia di Megawatt. Per uscire dalla nicchia. Io stesso sono tra i piccoli investitori del progetto Kitegen per l'eolico d'alta quota che può fornire notevole potenza e risolvere il problema dell'intermittenza, visto che in quota i venti sono più abbondanti.

E il nucleare?
Le tecnologie da fissione nucleare sono affidabili e mature. Il punto è che le circa 450 centrali attualmente in esercizio dipendono per circa il 40% dall'Uranio di riserve strategiche accumulate in passato e certamente finite. Anche qui ci sarà un picco, previsto per metà secolo.

In cinquant'anni potrebbero però vedere la luce le centrali di quarta generazione e quelle a fusione nucleare.
Ha detto bene, "potrebbero". Sono tecnologie estremamente complicate, diffido di appuntamenti così lontani nel tempo.

Anche le vostre previsioni sul picco del carbone e dell'uranio arrivano a metà secolo.
Fare previsioni non è mai semplici. I modelli servono per ragionare con un set di variabili sulle direzioni future, non per indovinare l'anno preciso. Il problema è che le politiche vengono scelte su modelli mentali, mentre quelli di cui parlo sono fisico-matematici. Spesso si fanno paralleli con il passato, pensando che all'era del petrolio ne seguirà un'altra, fucina di ulteriore sviluppo.

Non è così?
Chi l'ha detto? Io credo che ci sarà un cambio di paradigma. La crescita economica continua ed infinita finirà. Non si tornerà alla stessa abbondanza. Gli ecosistemi terrestri non possono reggere questi ritmi, lo sviluppo ha dei limiti. Dovremo abituarci.

L'articolo completo si trova - qui -

sabato 27 giugno 2009

Cura dimagrante in vista della crisi, intanto consumate gente

Che ci piaccia oppure no, la tecnologia è solo un motore, che per funzionare ha bisogno di carburante, e questo è dato dalle risorse naturali (in gran parte purtroppo non rinnovabili).

Il concetto é spiegato molto bene a grandi linee anche qui (un link a caso fra mille).

Quindi, preservare le risorse è un imperativo categorico per farle durare più a lungo, e magari sperare che il progresso riesca nel suo vero scopo ultimo, che è quello di sostituire una risorsa non rinnovabile con un altra equivalente che permetta di mantenerci nello stesso livello di comodità, servizi, salute.

Purtroppo, non si vede attualmente niente all’orizzonte che possa sostituire anche solo lontanamente il petrolio, se volessimo farlo ora utilizzando esclusivamente le energie rinnovabili sarebbe una grossa delusione, poiché non saremmo in grado di soddisfare i consumi attuali con quel "nuovo" carburante, cioè sarebbe impossibile fare andare il prodigioso motore del “progresso” con la velocità assurda con cui è avanzato recentemente.

Eppure, dobbiamo in qualche modo farlo, perchè il picco del petrolio sta arrivando inesorabile e lascia all'umanità sempre meno tempo per cercare degni sostituti. Se state pensando al nucleare, vi arriverà un altra grande delusione.. Il nucleare è cosa non rinnovabile, pertanto al di la dei seppur gravi problemi di costo e di inquinamento può allungare l’agonia della civiltà solamente per due o tre decenni, che è un niente nella scala dei fatti umani, è quindi purtroppo una strada senza uscita.

Possiamo però contrastare la concezione dominante di progresso "energivoro", rallentandolo volutamente e consciamente, indirizzandolo verso il risparmio energetico e la sistematica chiusura di tutti gli sprechi, e per farlo serve MOLTA PIU’ TECNOLOGIA che per accelerarlo ancora di più. Questo ci farebbe guadagnare tempo prezioso, ma occorre andare controcorrente rispetto a quanto tutti vogliono fare oggi, mentre invocano il mito della crescita infinita, cioè consumare e buttare. L'idea che il progresso significhi consumare è quella che potrebbe portare a bruciarci tutta l'energia disponibile in meno di una mezza generazione.

La soluzione si chiama decrescita, o cura dimagrante, o sobrietà autoindotta come dir si voglia, e dovresti volerla come amica, perché oggi ti crogioli con il SUV e ti rimbambisci davanti alla tv sognando i viaggi spaziali, domani avrai una vanga in mano per dissodare le patate, se ci va di lusso. E lo dice uno che non è affatto pessimista.

W il Berlusca che annuncia tronfio che la crisi è finita e che possiamo ritornare a consumare e spendere soldi, e che i catastrofisti vanno zittiti! Che memorabile visionario.

Update: Come è d'uso fare, Berlusconi ha appena smentito di voler cucire la bocca ai catastrofisti.

mercoledì 3 dicembre 2008

Dalla crisi alla decrescita

Vorrei rilanciare, per chi non lo avesse ancora letto in rete, questo bel post di Alessandro Ronchi, che personalmente condivido appieno dalla prima all'ultima riga. Non potendo aggiungere altro ritengo utile citarlo in forma integrale, aggiungendo solo qualche link per evidenziare le tragiche verità di cui parla:

In questo clima di crisi economica i furbetti tentano di sfruttare il panico per fare, come al solito, i propri interessi, seguiti da chi, al governo del territorio o del nostro Paese, si trova a dover proporre soluzioni per uscirne.

Recentemente il Governo ha limitato le possibilità per i privati e le imprese di ottenere incentivi e detrazioni sugli interventi per il risparmio energetico.

Nello stesso tempo ha parlato della necessità di aumentare i consumi, senza parlare di cosa e come si debba consumare in una società sostenibile economicamente ed ecologicamente tentando, invano, di tornare ad un sistema che strutturalmente non si regge in piedi.

Dalla concorrenza al ribasso su prezzi e diritti di chi lavora, alla rincorsa alla disoccupazione, allo sfruttamento di tutte le risorse come se fossero infinite ed a costo zero. Se c’è un insegnamento che dovremmo trarre da questa situazione è proprio il segnale chiaro della necessità di regole sensate ed uguali per tutti, di una economia che si basa sulle reali necessità e disponibilità del territorio, di risparmio nell’uso delle risorse che sono finite e non rinnovabili.

E’ per questo che il taglio agli incentivi alle energie alternative ed al risparmio energetico è una iniziativa gravissima e stupida: se c’è una cosa che deve crescere, in tutto il Pianeta, è proprio il lavoro che porta alle famose tre sostenibilità: sociale, economica ed ambientale. Lo stesso vale per il contesto locale, nel quale la crisi rischia di diventare il pretesto con il quale concedere sfruttamento del territorio senza regole ed in maniera discrezionale, non uguale per tutti.

In questo momento devono essere date possibilità di crescita alle aziende che intendono investire sul territorio, ma allo stesso tempo si deve fare molta attenzione alla speculazione, che è una delle cause del crollo dei mercati finanziari. Il passato recente dimostra che i nostri dubbi erano fondati, che costruire più del necessario non porta solo problemi ambientali e sociali ma alimentano anche bolle che, allo scoppio, mettono in crisi soprattutto i più deboli.

Oggi chi crede che l’ambiente sia un costo da tagliare in momenti di ristrettezze economiche, purtroppo non ha compreso le grandi occasioni che abbiamo perso e stiamo perdendo. Se avessimo lavorato di più in passato sul risparmio energetico avremmo creato posti di lavoro non delocalizzabili in Cina, pagati senza continui sostegni pubblici ma con il taglio dei consumi di fonti fossili provenienti quasi esclusivamente dall’estero, ed allo stesso tempo migliorando la qualità del nostro Paese.

Il Sole ed il Vento non salgono di prezzo da un anno all’altro, al contrario del Petrolio. Lo stesso ragionamento si può fare per l’acqua, che da bene comune si vuole trasformare in risorsa privata, per i rifiuti che gettiamo e bruciamo e che rappresentano uno spreco continuo di materie prime che importiamo dall’estero.

Purtroppo questa concezione di una economia nuova, di cui ha recentemente trattato un bell’articolo sul Sole 24 Ore (non proprio un quotidiano ecologicamente estremista) e che ha giustamente riempito la campagna elettorale di Obama, è totalmente sconosciuto a tutti i partiti oggi presenti nel nostro Parlamento.

Mentre sulle sciocchezze si possono inscenare teatrini, sul ritorno al nucleare, sulle opere inutili e su tante altre questioni che oggi dovrebbero prendere una strada diversa assistiamo a continui inciuci e strette di mano sottobanco. Oggi più che mai è necessario un cambiamento, un passaggio verso la giusta misura delle cose, non ad una crescita fine a sè stessa dei consumi. Altrimenti non usciremo dalla crisi, ed a questa continueranno a seguirne ciclicamente altre.

Io vedo in queste parole l'idea della decrescita.

mercoledì 29 ottobre 2008

Rinnovabili, costano troppo ?

Talune persone, in buona fede, specialmente coloro che rispondono prevalentemente a logiche di tipo economico, sono molto scettiche di fronte alle energie rinnovabili basandosi sul principio che sono costose, intermittenti, a bassa resa, troppo incentivate, incapaci di soddisfare la domanda, insomma considerano l'apporto dato dalle rinnovabili di poco valore. Sono ovviamente le stesse che, in maniera a mio parere miope, spalleggiano le fonti nucleari, l'incenerimento dei rifiuti con recupero di energia, le biomasse, i biocarburanti, viste come unica alternativa immediata alla diminuzione della produzione da parte delle energie fossili convenzionali (petrolio, gas, carbone).

Le rinnovabili non hanno affatto un "valore" decisamente minore, caso mai hanno un "costo" decisamente maggiore, cosa comunque tutta da dimostrare nella prospettiva di un futuro non BAU (che non è un cane, ma significa "Busines as Usual") di aumento drammatico del costo per l'energia fossile. In ogni caso, l'insostenibilità dei costi é cosa già NON vera (allo stato attuale) per l'eolico, anche senza ricorrere troppo furbescamente all'accaparramento dei certificati verdi ...

Come ricorda sempre Maurizio Pallante, inoltre, le rinnovabili in se NON HANNO SENSO se non sono precedute dall'utilizzo di tecnologie a risparmio energetico. Ad esempio, riempire gli edifici scolastici di pannelli fotovoltaici non ha senso se prima non sostituiamo tutte le lampade con unità a basso consumo temporizzate, o non riusciamo a coibentare efficacemente il sottotetto e le aule per evitare troppe dispersioni termiche. Chiudere i buchi del secchio è molto più efficiente che cambiare il tipo di approvvigionamento dell'acqua, sempre per dirla alla Maurizio Pallante.

Il fatto che le rinnovabili siano intermittenti non ne riduce di per se il valore (gli elettroni sono sempre elettroni) caso mai complicano la gestione della nostra obsoleta infrastruttura di distribuzione la quale non è in grado assolutamente di modularne completamente l'utilizzo di modo tale che ogni KWh prodotto coincida assolutamente con il KWh consumato. Ciò avviene a causa dell'architettura distributiva della rete, il cosiddetto "equilibrio" di distribuzione, che è pensato per un sistema in cui poche grandi centrali forniscono energia a una miriade di tanti piccoli utilizzatori. Ciò tuttavia è un problema squisitamente tecnologico, NON fisico.

La valenza enorme delle rinnovabili, sta nel fatto che sono ... SOSTENIBILI, cioè risolti i problemi tecnici e accettati i relativi costi forniscono un apporto "virtualmente illimitato" allo sviluppo di una società ancora basata sull'energia elettrica. Semplicemente, le rinnovabili sono un INSULTO verso tutti coloro che non vogliono accettare l'idea (peraltro inevitabile perchè vera) che esistano dei LIMITI ALLO SVILUPPO, ai quali volenti o nolenti l'umanità si dovrà adattare. Con meno consumi, le rinnovabili danno un buon contributo, con gli sprechi attuali non lo daranno mai!

Capito che uno sviluppo energetico illimitato è un non senso, il costo delle rinnovabili non è più tale ma diventa una opportunità (di occupazione, di sviluppo tecnologico, di educazione, di cultura).

Sarebbe come dire: l'umanità è riuscita ad inviare sulla Luna una nave spaziale, non perché abbia banalmente investito tanto denaro e sostenuto dei costi, ma perché molte persone hanno lavorato d'ingegno affinché tutto ciò fosse possibile. Se fosse bastato del vile denaro per produrre un risultato come questo, avremmo dovuto comprare la tecnologia, che ne so, dagli abitanti di Giove, risparmiandoci tanti anni di costosi studi e di fatica intellettuale.

Insomma, il sunto è che esistono cose, come la sostenibilità e gli equilibri naturali, che oggettivamente non hanno prezzo, costano volontà politica e sacrifici, e pertanto in termini monetari non hanno nemmeno "costo".

La sostenibilità non ha prezzo, per tutto il resto c'è mastercard!

venerdì 17 ottobre 2008

Catastrofe annunciata o nuovo rinascimento ?

Crisi finanziaria ? Borse che crollano ? Non preoccupatevene troppo:

In una prospettiva più lunga, il declino energetico sarà il fattore determinante nel destino della nostra civiltà, non una crisi monetaria o del debito. - Richard Heinberg

Il picco del petrolio è già dietro di noi, la crisi dei mercati finanziari non potrà che avere un effetto dirompente sugli investimenti necessari per recuperare il "petrolio difficile" (quello facile e a basso costo è già oggi bello che finito). La crisi finanziaria non ha fornito altro che la scusa per tagliare finalmente la produzione di petrolio. La recessione, sta riuscendo al posto dei prezzi alti nello scopo di distruggere la domanda di greggio che non potrebbe comunque essere evasa in quanto limitata dal picco attuale di produzione. Pertanto, la mia analisi da profano (non da profeta), lasciata oggi ai posteri, mi induce a pensare questo:

Il prezzo del petrolio scenderà un bel po, poi saranno tagliate drasticamente le produzioni di greggio dei paesi OPEC per sorreggerne il prezzo, anche allo scopo di favorire gli investimenti necessari per trivellare il petrolio "difficile", magari in Alaska o in Canada. Non ne arriverà (assai probabilmente) a sufficienza per fare ripartire in pieno l'economia, la quale attualmente ha subito una specie di arresto cardiaco a causa della crisi finanziaria. Pertanto, prepariamoci fra qualche annetto ad una recessione perenne e al prezzo del petrolio che sale, sale, sale, sale, sale....

Suvvia, lo dice anche Tremonti.

Tutto questo arriverà alle strette finali all'incirca quando le tre grandi tematiche che preoccupano il mondo, rispettivamente crisi petrolifera, crisi del capitalismo, crisi climatica ed ambientale, confluiranno al bivio. La data in cui ciò accadrà dovrebbe collocarsi, guardacaso, attorno al 2012. Cosa succederà dopo non mi è dato sapere, ma non sarà piacevole in ogni caso. Già da oggi sento crescere come un riccio nelle mutande.

...bzzz... catastrofic mode off

Il mondo imparerà presto che esistono economie solidali basate sul concetto di bene e non di merce. L'ambiente diventerà soggetto giuridico dotato di diritti inviolabili riconosciuti a livello mondiale. Si riscopriranno lavori utili che si pensava dimenticati dal tempo.

Avverrà una deregolamentazione totale sia fiscale che legislativa in maniera da liberare il mercato del lavoro di sussistenza dal condizionamento e controllo delle lobby di categoria. Riscopriremo il valore del mutuo soccorso e l'auto produzione di beni e servizi essenziali. Varrà istituito il ministero della decrescita.

Si investirà pesantemente sulle fonti di energia alternative, solare, eolico, fusione nucleare di nuova generazione, al punto da realizzare una incredibile e ciclopica nuova infrastruttura, l'internet dell'energia, di modo che ognuno possa generare elettricità e calore quando ne ha bisogno e cedere la propria eccedenza in rete.

La guerra verrà dichiarata illegale. La popolazione mondiale si ridurrà dolcemente e spontaneamente a due miliardi di persone permettendo l'utilizzo di una agricoltura sostenibile non basata sul petrolio. Il mondo attraverserà un periodo di nuovo rinascimento.

Esistono secondo voi alternative diverse rispetto ai due scenari sopra esposti ? Quale dei due scegliereste per i vostri figli ?

mercoledì 30 luglio 2008

Stato illuminato e lungimirante oppure stato di polizia

Questo interessantissimo articolo tratto dal Blog di ByoBlu, pur con una crudezza a dir poco didascalica, contiene un concetto che gira nella mia testa da molto tempo, e che Claudio Messora è riuscito ad esprimere benissimo; qual'è la differenza fra un Governo che pensa al futuro del paese in maniera lungimirante (come forse quello spagnolo) e un governo che strumentalizza il sentimento popolare per raggiungere secondi fini non dichiarati (vedi alla voce P2), miranti al controllo sociale mediatico e paramilitare in previsione di un futuro fatto di crisi economico-energetica e lotte sociali senza quartiere:

Ma forse a tutta questo c'è uno scopo non dichiarato. Forse, con l'esercito già dispiegato nelle città, sarà più facile gestire la vera crisi. Quella degli italiani in fila per il pane, che assaltano le banche nel tentativo di riprendersi i risparmi.

Pensateci, il petrolio è già pressoché al picco, il gas naturale arriverà al picco con tutta probabilità nel 2014-2016, due sono le soluzioni possibili, lavorare per un "nuovo" futuro basato su paradigmi differenti dagli attuali, incentrati su una economia orientata al risparmio energetico ed all'utilizzo razionale delle risorse, oppure creare uno stato di polizia per pilotare il consenso e stroncare sul nascere qualsiasi velleità di rivolta quando i cittadini scopriranno che la cuccagna dell'economia che regala benessere a tutti è finita..

La conclusione è chiara e si può riassumere nella frase: é stato bello finchè è durato. Ora diamoci da fare per rifondare il seme di una nuova società in grado di affrontare il futuro, con legalità ma senza i manganelli.

giovedì 24 luglio 2008

I limiti dello sviluppo

Aurelio Peccei, nei lontani anni 60-70, noto per essere stato amministratore delegato dell'Olivetti (prima di de Benedetti), importante manager di Fiat (fondatore di Fiat Argentina), era indiscutibilmente un timoniere d'azienda d'eccezione, di quelli tutti di un pezzo orientati verso il capitalismo più sfrenato. Da personaggi simili ci si aspetterebbe di sentire discorsi come "dobbiamo incrementare i consumi", "la crescita industriale è il benessere del paese", "maggiore produttività significa ricchezza e benessere".

Invece, sulla fine degli anni 60, si ritrova informalmente a Roma con un manipolo di personalità della società civile, cominciando a farsi delle domande, fondando così nel 1968 il nocciolo di quello che sarà denominato Club di Roma. Il frutto di questo fortunato incontro fu la produzione di alcuni documenti, allora assai criticati, i quali sostenevano un fatto che oggi sembra di una semplicità disarmante: non può esistere crescita infinita in un mondo finito. Incompreso e deriso in Italia, a causa di profezie allora considerate avventate se non nefaste, decise di vederci chiaro nella sua intuizione e commissionò finanziariamente al famoso MIT (Massachusetts Institute of Technology) uno studio mirato sull'argomento.

Utilizzando i primi elaboratori elettronici di allora, grazie al contributo di un eccezionale gruppo di scienziati come solo al MIT se ne possono trovare, Dennis e Donella Meadows realizzarono una simulazione al computer utilizzando modelli matematici empirici che tenevano conto di molti fattori, come la crescita della popolazione, il tasso di inquinamento, il livello di industrializzazione, la disponibilità di cibo, l'utilizzo delle risorse, il riciclo dei materiali, etc. Questo modello avrebbe dovuto prevedere i dati storici ed essere abbastanza robusto da consentire "estrapolazioni" per i dati futuri, cosa che si è sostanzialmente verificata dopo oltre 30 e passa anni di ulteriori misurazioni. Il risultato del loro sforzo fu un libro uscito nel 1972, subito best seller in America, chiamato I limiti dello sviluppo (Limit to Growth), di cui è uscito recentemente una edizione aggiornata scritta dello stelsso Meadows 40 anni dopo (oggi signore attempato ma ancora arzillo).

Il libro originale del 1972, rarissimo e quasi introvabile, è stato scansionato ed è disponibile e consultabile in rete gratuitamente, se masticate l'inglese leggetelo perchè nelle sue profetiche previsioni è assolutamente sconcertante. Chiunque si occupa di ecologia in modo pratico, scientifico e non ideologico dovrebbe leggerlo a mio modesto parere.

Cosa predice in soldoni ? Più o meno che siamo già alla frutta e da un pezzo in maniera pressochè irreversibile, veleggiando allegramente verso una crisi disastrosa e repentina.

Riporto due grafici presi dal libro, il primo è un modello "standard" nell'ipotesi che i governi si limitino ad amministrare l'esistente e si continui imperterriti nel modello energivoro industriale attuale (fai click sull'immagine per ingrandire).
La previsione è di un drammatico abbattimento delle risorse naturali attorno al 2010, di un picco di inquinamento insostenibile coincidente con il massimo sviluppo industriale attorno al 2020, ed infine un drastico ridimensionamento della popolazione che avrà un picco nel 2030, falcidiata dalla mancanza di cibo e dalle possibilità di accesso alle cure mediche. Sostanzialmente prevede l'azzeramento della civiltà industriale così come oggi noi la conosciamo fra il 2050 e il 2100, con il pressochè totale esaurimento delle risorse energetiche fossili e minerarie.

Allego un altro grafico sempre proveniente dal libro.
Questo rappresenta il "migliore dei mondi possibili" che possiamo sperare (se il modello si rivelerà realistico) operando drasticamente sui parametri coinvolti , purchè lo si faccia almeno a partire dall'anno 2000 (e siamo già al 2008). Le condizioni al contorno sono imposte per ottenere uno stato di stabilizzazione indefinita, l'unica cosa che possiamo sperare di ottenere, giacché una crescita infinita è ovviamente impossibile. Perchè si realizzi questo equilibrio, che corrisponde ad un reddito pro-capite all'incirca triplo rispetto a quello del 1970, occorrono queste precise condizioni:
  • Fissare a 2 il numero massimo di figli per coppia (nascite=morti)
  • Riciclare oltre il 75% di tutta la materia che consumiamo
  • Ridurre l'inquinamento fino ad 1/3 dei livelli del 1970
  • Allungare di almeno tre volte il ciclo di vita dei prodotti di consumo
  • Economia e industria riconvertita prevalentemente all'agricoltura
  • Utilizzo esclusivo di fonti rinnovabili di energia ed abbandono delle fonti fossili
  • Rateo di investimento del capitale uguale al deprezzamento dei beni (%PIL=zero!!!)
  • Recupero dei terreni cementificati e marginali alla produzione agricola
  • Mantenimento delle foreste e delle aree di biodiversità
Questo non impedisce il progressivo esaurimento delle risorse, ma sarà così lento che forse avremo il tempo, nel 2100, di trovare qualche tipo di progresso tecnologico in grado di rigenerarle o di riutilizzarle in maniera più intelligente. Converrete con me che attualmente da questi obiettivi siamo alquanto lontanucci!

La cosa sconcertante è che le simulazioni al calcolatore indicano che, se solo uno di questi obiettivi non sarà ottenuto, il sistema diverrà instabile e destinato al collasso ben prima del 2100! Significa che il sistema economico darà una "smusata" così dura da far impallidire la crisi del 29, nonchè la popolazione mondiale subirà uno spaventoso tracollo per assestarsi autonomamente ad un livello compatibile con le risorse che la terra metterà loro a disposizione. Non ci sarà mai industria o tecnologia miracolosa che potrà aiutarci, giacchè anche se ci fosse i fattori limitanti sarebbero multipli e tutti equamente instabili e tali da causare un crollo irreversibile dell'economia come la intendiamo oggi. Insomma, se desideriamo vivere come ora, con i consumi e redditi attuali (ed in europa siamo esattamente nella media per una stabilizzazione, al contrario che in US dove un ridimensionamento è inevitabile), dovremo fare sacrifici immani, altro che ccostruire entrali nucleari o coltivare biocarburanti.

E' un po che ci sto pensando, forse mi conviene fin da ora prepararmi per tempo ed imparare a gestire un orto in casa.