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venerdì 30 luglio 2010

Guida Steampunk, una lettura per l'estate

Viviamo in un mondo alle soglie della catastrofe ecologica, dove la lotta per l’accaparramento degli utili e delle risorse ricrea in tutto il pianeta bassifondi da Londra di fine secolo e i diritti dell’individuo, conquistati con le unghie e con i denti dalle lotte collettive degli ultimi duecento anni, cominciano nuovamente a erodersi uno dopo l’altro. Per questo molti iniziano a considerare l’idea della decrescita, di un rallentamento dei ritmi produttivi o anche di un ritorno a condizioni protoindustriali.

Questo è l'incipit con cui viene introdotto il libro Guida SteamPunk (all'apocalisse), scaricabile gratuitamente dalla rete con licenza creative commons. Narra di un mondo ecologicamente devastato e apocalittico, risultato del collasso della società industriale improvvisamente a corto di risorse fossili ed energetiche. 

Ambientato in un Ottocento vittoriano già informatizzato e altamente sviluppato, narra di una futura società improntata all’ordine ipertecnologico e alla cortesia vittoriana, un connubio decisamente originale. SteamPunk (il punk a vapore) è una trasfigurazione della corrente letteraria CyberPunk, ne riprende gli stessi concetti culturali ma con una estetica decisamente singolare. 

Mi auguro che non sia davvero questo il futuro che ci aspetta, val la pena comunque leggerlo sotto l'ombrellone come un vero manuale della sopravvivenza post-picco, perché se il collasso ecologico della civiltà deve arrivare che almeno non ci colga impreparati!

Altre informazioni su questa singolare opera culturale potete trovarla sul blog di Crisis.





venerdì 15 gennaio 2010

Porta a Porta in tempi di autarchia


Il periodo del fascismo pre-bellico era noto anche come autarchia, ossia il desiderio di mantenere una economia chiusa e autosufficiente, cercando di ridurre le importazioni e le dipendenze da approvvigionamenti all'estero. Una nazione autarchica produce e consuma quello di cui ha bisogno, e se i materiali non bastano occorre rimboccarsi le maniche e riciclare quello che si può.

Non sto sostenendo che sia un destino inevitabile quello di ritornare presto a un periodo di autarchia, ne che sia desiderabile, curioso però come molte delle soluzioni che oggi sembrano futuriste (come la raccolta differenziata spinta porta a porta) fossero in realtà già di uso comune nel ventennio!

Se davvero arriveremo vicini a una condizione di economia chiusa globale, dove nemmeno le importazioni  saranno sufficienti a soddisfare le nostre necessità a causa di una crisi globale di risorse, non ci resterà che rimboccarci ancora le maniche, e riscoprire le pratiche che il periodo illusorio di petrolio a basso costo ci ha fatto dimenticare completamente.

Fare passare oggi comportamenti e stili di vita improntati alla decrescita è ancora difficile, ma le soluzioni ci sono, impiegarle oggi ci consente di prepararci meglio per le sfide di domani. Se infatti la crisi davvero finisse come d'incanto (come il governo va strombazzando continuamente) e i consumi ripartissero  a ritmi insostenibili come nel recente passato, potremmo incontrare molti limiti di sfruttamento delle risorse ben prima di quanto ci potremmo aspettare. E per allora potrebbe essere molto più complicato e costoso organizzare una società equa ed eco-efficiente quando la priorità sarà reperire l'indispensabile per sopravvivere dignitosamente.

venerdì 20 novembre 2009

Messaggio di Pallante su "Il Fatto Quotidiano"


“Il Fatto Quotidiano” di domenica 15 novembre 2009, ha ospitato un articolo di Maurizio Pallante, ispiratore e presidente del movimento per la decrescita felice. Secondo il mio parere queste son cose che non si dicono mai abbastanza, e che invece si dovrebbero dire.

Decrescita, non Medioevo... di Maurizio Pallante 

Il periodo che stiamo vivendo è caratterizzato da diverse forme di crisi: economica, ambientale, sociale, finanziaria, spirituale. I rimedi che si propongono sono però sempre gli stessi, a partire da un improbabile rilancio dei consumi. Oggi tutti parlano di crisi, ma nessuno si prende la responsabilità di affermare che, ormai, l’unica via per uscirne è modificare l’approccio che noi tutti stiamo avendo non solo con l’economia, ma anche con la realtà. Nessuno si prende la briga di dimostrare che la soluzione sta nel cambiare l’uso che si fa della tecnologia, il tipo di partecipazione politica ed i propri stili di vita.

Il termine Decrescita nasce in ambito economico, come ferma contestazione al concetto di crescita economica illimitata (impossibile in un ambiente limitato) ed al PIL come metro di misura del benessere (il Prodotto Interno Lordo, infatti, cresce anche quando si comprano armi o psicofarmaci, o semplicemente quando si resta imbottigliati per ore nel traffico a respirare gas di scarico), per poi passare in ambito filosofico, come proposta di un nuovo paradigma culturale che ci liberi dalla schiavitù del produttivismo forsennato che ci ha attanagliati in particolare negli ultimi decenni. E che ci ha portato all’attuale situazione di “crisi” (economica, occupazionale, ambientale, sociale, climatica) causata dal mito della crescita economica e dell’aumento del PIL.

Il Movimento per la Decrescita Felice si pone quindi lo scopo di introdurre nel dibattito politico il tema, appunto, della Decrescita economica. Attenzione: decrescita non vuole dire ritorno al carro e alla candela, né tanto meno ripudio per la tecnologia. Vuole semplicemente dire rallentare questa corsa impazzita che ci sta portando (se non lo ha già fatto) al punto di non ritorno. Vuole tornare a parlare di qualità, piuttosto che di quantità, a dare valore a cose che ne hanno perso troppo negli ultimi tempi, a partire dall’ambiente fino ad arrivare alle relazioni umane. Felice perché unire l’attuale livello culturale a certi usi imprudentemente abbandonati ci potrebbe portare a migliorare notevolmente la qualità della nostra vita. Addirittura diminuendo la quantità di denaro necessaria a farlo.

.........

Continua su: decrescitafelice.it 

giovedì 8 ottobre 2009

Serge Latouche domenica prossima a Forlimpopoli

L’economista e sociologo francese Serge Latouche, teorico della decrescita, sarà a Forlimpopoli domenica 11 ottobre alle 17 per ricevere il Premio Artusi 2009, offrendo così un’occasione per incontrarlo dal vivo e ascoltare le sue riflessioni.

Il premio è assegnato ogni anno dal Comune di Forlimpopoli (FC), città natale di Pellegrino Artusi, a chi contribuisce con il pensiero e con le opere alla riflessione su cibo e dintorni. Dopo l’assegnazione del Premio 2008 a Wendell Berry, poeta e contadino americano, autore dello slogan mangiare è un atto agricolo, il testimone passa al più conosciuto sostenitore del concetto di decrescita contrapposto all’idea di sviluppo del mondo occidentale.

Come sottolinea lo stesso Latouche, la decrescita non va intesa in senso negativo e rinunciatario: “sarebbe più esatto parlare di a-crescita, così come si parla di ateismo, si tratta proprio dell’abbandono d’una fede, di una religione, quella dell’economia senza regole, del progresso e dello sviluppo sfrenato”.

Il Premio Artusi viene assegnato a Latouche in continuità con le riflessioni portate avanti nel corso delle precedenti edizioni della Festa Artusiana: la riduzione dei consumi superflui, la riscoperta della cucina di casa, la ricerca del vero in tavola, la proposta di corretti stili di vita rispettosi dell’ambiente, con meno merci viaggianti e più beni a filiera corta, il riciclo integrato dei rifiuti.

Per maggiori informazioni consultare il sito di Casa Artusi.

mercoledì 2 settembre 2009

Francesco Gesualdi, verso un altra via

Vorrei proporvi questa interessante intervista fatta a Francesco Gesualdi, allievo della scuola di Barbiana di Don Milani e uno dei principali promotori della rete Lilliput. Francesco ha recentemente scritto un libro: "L'altra via", in cui affronta una profonda riflessione sul nostro sistema economico globale criticando la sua inadeguatezza nel far fronte ai limiti strutturali che impone il nostro pianeta dalle risorse finite. Una sorta di "limiti dello sviluppo" moderno ma interpretato in chiave di giustizia sociale e modelli economici alternativi, capaci di ridare dignità e giustizia a tutti coloro che riusciranno a cambiare radicalmente i propri stili di vita, premessa indispensabile per conseguire una nuova economia capace di vincere la crisi.

Mi rivolgerei subito al "cuore" di "L'altra via", ovvero la necessità imprescindibile di orientare il corso economico non più verso la crescita, bensì verso l'elaborazione di un sistema che garantisca dignità per tutti attraverso un apparato produttivo "leggero".

Si tratta di un'esigenza la cui soddisfazione non può attendere oltre. Troppi i sintomi che lo confermano: l'esaurimento delle risorse, la degenerazione ambientale, l'impossibilità oggettiva di smaltire la quantità di rifiuti prodotta. Gli obiettivi di un sistema economico che contempla la crescita come sua unica ragion d'essere non sono più perseguibili. Il problema, però, è ancora più radicato. Viviamo in un mondo nel quale i diritti sociali sono legati esclusivamente alla crescita. Senza di questa, essi scompaiono. Ecco perché la necessità di riformulare il nostro sistema economico non è più rimandabile.

L'ecologismo ha comunque compiuto passi determinanti negli ultimi vent'anni.

Non sono sufficienti, forse perché non è solo un problema di ecologia, ma di "sistema". I comportamenti virtuosi, comunque fondamentali, non bastano da soli a contenere o addirittura risolvere il problema. La "scoperta" delle buone pratiche da parte della nostra società è stata senz'altro importante, anche perché è figlia di quella visione che vuole la società come il prodotto diretto del comportamento dei singoli. Langer diceva: "Il passaggio a una società ecologica deve essere socialmente desiderabile". Aveva ragione. Le buone pratiche non devono rappresentare un ostacolo alla vita, piuttosto che un oggettivo vantaggio.

Che cos'è il "limite"? Esiste una formula sintetica per questo concetto?

Non c'è, a mio avviso, una risposta univoca a questa domanda. La realtà stessa delle cose suggerisce una difinizione di "limite". Rispettare il limite significa mantenere il nostro stile di vita al passo con la capacità di rigenerazione espressa dalla natura. Per far sì che questo sia concretamente realizzabile bisogna formulare un altro paradigma economico. Un paradigma che per sostentare uno stato di diritto non debba necessariamente cedere alle deforestazioni o al consumo indiscriminato dei minerali o del petrolio presenti sul pianeta. Il limite è ricoscere la necessità di conservare e preservare anche per le generazioni che verranno. Cosa mai ci autorizza a "spolpare" una risorsa limitata come il petrolio che si è creata nell'arco di milioni di anni? Ecco, il limite non è solo una questione di quantità, ma soprattutto di atteggiamento. Detto in una formula semplice e concreta: la giusta misura delle cose.

L'uomo per sopravvivere deve obbligatoriamente corrispondere alcuni bisogni fondamentali. La gestione di questa condizione connaturata è, sembrerebbe, il perno di molti dei problemi connessi al consumo e alla creazione di richezza. Prima ancora che si operi una revisione di questo meccanismo, quali sono i bisogni che comunque è necessario privilegiare?

Si può operare una distinzione molto semplice dei bisogni. Essi si dividono in fondamentali e opzionali. Questi ultimi sono spesso legati al gusto della persona e non sono determinanti per il mantenimento della sua dignità. Ed è proprio questa la misura che discrimina la scelta: la dignità. La dignità di cibarsi quanto è necessario, di provvedere alla propria igiene personale e a quella collettiva. Ma anche la dignità di poter ricorrere a quella quantità di energia necessaria alla propria sopravvivenza, alla possibilità di poter contare su un alloggio. Bisogna dislocare questi diritti fondamentali in un luogo "altro" rispetto all'ossessione della crescita, essi non possono essere legati a doppio filo alle sorti di un sistema economico. Quest'ultimo dovrebbe sostenerle, non esserne la causa. La premessa della nostra vita non può essere il mercato. I diritti fondamentali devono sempre avere la priorità sul resto.

In questa prospettiva qual è lo spazio destinato al mercato?

Una cosa è certa: i bisogni non posso appartenere al mercato, semplicemente perché le regole di quest'ultimo non sono assimilabili alle nostre necessità primarie. Il mercato è preclusivo: non ammette chi non ha denaro. I diritti devono essere garantiti alla collettività, perché essi appartengono all' "economia pubblica". Se il mercato attuale è il solo pilastro dello stato di diritto, questo è un problema serio. Il sistema non funziona più e, davvero, in questo caso non può morire Sansone con tutti i Filistei.

E lo spazio, invece, destinato al denaro?

Il denaro è uno strumento antico, sorto contemporaneamente al processo di scambio. Di per sè è un mero mezzo operativo per la funzione di uno specifico sistema di rapporti; è il fatto che diventi un idolo, un feticcio, a renderlo opprimente. La dittatura del denaro si supera con un ritorno al lavoro, con una partecipazione diretta ai servizi, la stessa che potrebbe svincolarci dall'ossessione della crescita economica. Dovremmo ricondurre il denaro in una prospettiva economica nella quale le relazioni tra le persone abbiano una maggiore importanza rispetto al denaro stesso e ne riducano il ruolo. Sarebbe interessante e utile, in tal senso, tornare a forme di scambio più dirette.

Qual è stata la genesi di "L'altra via"?

Quest'ultimo lavoro non è foriero di particolari novità rispetto a quanto scritto da me altrove. Mi sono reso conto, nel tempo, che i lettori si soffermano molto sulle componenti relative alle buone pratiche quotidiane, trascurando così il quadro d'insieme. Queto mio ultimo tentativo, pur nella sua estrema agevolezza, si concentra proprio su questa componente "teorica". Cerco di dimostrare come l'economia sia fondamentalmente un'esperienza "vissuta" da tutti, non un soggetto estraneo. Un fenomeno in fondo semplice, composto di tante piccole relazioni che riguardano anche e soprattutto il nostro approccio alle cose di tutti i giorni.

Il tuo auspicio dopo la conclusione dei lavori?

Mi auguro di cuore che si apra finalmente un dibattito, soprattuto a sinistra, ovvero in quel luogo della politica dove problemi come quelli esposti nel mio libro dovrebbero trovare una loro naturale collocazione. Mi chiedo spesso: fino a quando la sinistra vorrà procedere al traino dell'agenda dell'attuale potere economico? I partiti devono assimilare - è ormai prerogativa assoluta - una lungimiranza rispetto ai problemi della crescita e del limite. Direi che, date queste premesse, il libro misurerà la sua riuscita in base al dibattito che riuscirà a sollevare.


Io credo che quanto scritto da Francesco Gesualdi offra spunti di riflessione pressoché infiniti, specialmente alla luce della disastrata situazione italiana dove vige ancora imperante un modello di comportamento economico e politico orientato ad un concetto di crescita che praticamente non esiste più. La sinistra di questo dovrebbe finalmente prenderne atto e farsi carico di sviluppare questo profondo e radicale mutamento sociale, lungimirante ma inevitabile.

Leggi l'intervista completa sul sito dei comuni virtuosi.

mercoledì 15 luglio 2009

La felicità sostenibile, nuovo libro di Maurizio Pallante

Come disse Bob Kennedy, il Pil misura qualsiasi cosa, tranne quello che può renderci felici. Ma la felicità può essere sostenibile? Eccome, risponde Maurizio Pallante: basta rinunciare alla droga (mentale) della crescita, sinonimo di benessere solo apparente, frutto di un equivoco generato dall’ideologia suicida dello sviluppo illimitato, che esaurisce le risorse e inquina il pianeta, mettendone a rischio il futuro e spingendo l’umanità in un vicolo cieco, dove si confondono beni e merci, lavoro e occupazione, e dove il semplice “divertimento” sostituisce la serenità della gioia. Per uscire da questa crisi globale, socio-economica e ambientale ma anche culturale e antropologica, non bastano più le ricette del passato: serve un nuovo Rinascimento, chiamato Decrescita.

Pallante, pioniere dell’ecologismo italiano e fondatore con Tullio Regge del Cure, Comitato per l’uso razionale dell’energia, insieme a Beppe Grillo si batte da anni per affermare in Italia la teoria e la pratica della Decrescita, perseguite dal Movimento per la Decrescita Felice. «Dobbiamo capire – insiste – che il decremento del Pil non coincide con una diminuzione del benessere: al contrario, anche se può sembrare un’assurdità, l’incremento del nostro benessere, individuale e sociale, deriva proprio dalla decrescita del Pil, che del resto misura soltanto il valore commerciale delle merci, prodotte e scambiate secondo dinamiche economiche insane, alla base dell’attuale crisi planetaria».

L’aggettivo “felice” si coniuga con la particolare sensibilità intellettuale dei sostenitori della Decrescita italiana, ed è proprio l’idea di felicità – esplicitamente evocata – a contrassegnare, già nel titolo, l’ultimo libro di Maurizio Pallante: “La felicità sostenibile” (Rizzoli) è un compendio efficace e completo, di taglio agile e divulgativo, per spiegare con estrema chiarezza che Decrescita significa benessere, equilibrio, speranza. In altre parole, “filosofia e consigli pratici per consumare meno, vivere meglio e uscire dalla crisi”, come annuncia il sottotitolo del volume, da qualche giorno nelle librerie italiane. Obiettivo del libro: aiutare i lettori a orientarsi nella crisi, spiegarne le cause e, soprattutto, proporre soluzioni accessibili e alla portata di tutti: singoli, famiglie, governi.

«Attanagliati dalla crisi economica e dall’emergenza energetica e ambientale – si domanda Pallante – possiamo sperare in un futuro di benessere e di serenità?». Certamente, a patto però di invertire la rotta, ribellandoci all’imperativo che ci ha guidati nell’ultimo secolo: la crescita ad ogni costo, misurata con l’aberrante strumento del Pil. La soluzione? Un nuovo modello di sviluppo, promosso dalla Decrescita Felice: «Una filosofia concreta, che chiunque – dal singolo cittadino fino al suo governo – può mettere in pratica: decrescere non vuol dire rinunciare a nulla, ma solo tagliare gli sprechi».

Continua su: comunivirtuosi.org

sabato 27 giugno 2009

Cura dimagrante in vista della crisi, intanto consumate gente

Che ci piaccia oppure no, la tecnologia è solo un motore, che per funzionare ha bisogno di carburante, e questo è dato dalle risorse naturali (in gran parte purtroppo non rinnovabili).

Il concetto é spiegato molto bene a grandi linee anche qui (un link a caso fra mille).

Quindi, preservare le risorse è un imperativo categorico per farle durare più a lungo, e magari sperare che il progresso riesca nel suo vero scopo ultimo, che è quello di sostituire una risorsa non rinnovabile con un altra equivalente che permetta di mantenerci nello stesso livello di comodità, servizi, salute.

Purtroppo, non si vede attualmente niente all’orizzonte che possa sostituire anche solo lontanamente il petrolio, se volessimo farlo ora utilizzando esclusivamente le energie rinnovabili sarebbe una grossa delusione, poiché non saremmo in grado di soddisfare i consumi attuali con quel "nuovo" carburante, cioè sarebbe impossibile fare andare il prodigioso motore del “progresso” con la velocità assurda con cui è avanzato recentemente.

Eppure, dobbiamo in qualche modo farlo, perchè il picco del petrolio sta arrivando inesorabile e lascia all'umanità sempre meno tempo per cercare degni sostituti. Se state pensando al nucleare, vi arriverà un altra grande delusione.. Il nucleare è cosa non rinnovabile, pertanto al di la dei seppur gravi problemi di costo e di inquinamento può allungare l’agonia della civiltà solamente per due o tre decenni, che è un niente nella scala dei fatti umani, è quindi purtroppo una strada senza uscita.

Possiamo però contrastare la concezione dominante di progresso "energivoro", rallentandolo volutamente e consciamente, indirizzandolo verso il risparmio energetico e la sistematica chiusura di tutti gli sprechi, e per farlo serve MOLTA PIU’ TECNOLOGIA che per accelerarlo ancora di più. Questo ci farebbe guadagnare tempo prezioso, ma occorre andare controcorrente rispetto a quanto tutti vogliono fare oggi, mentre invocano il mito della crescita infinita, cioè consumare e buttare. L'idea che il progresso significhi consumare è quella che potrebbe portare a bruciarci tutta l'energia disponibile in meno di una mezza generazione.

La soluzione si chiama decrescita, o cura dimagrante, o sobrietà autoindotta come dir si voglia, e dovresti volerla come amica, perché oggi ti crogioli con il SUV e ti rimbambisci davanti alla tv sognando i viaggi spaziali, domani avrai una vanga in mano per dissodare le patate, se ci va di lusso. E lo dice uno che non è affatto pessimista.

W il Berlusca che annuncia tronfio che la crisi è finita e che possiamo ritornare a consumare e spendere soldi, e che i catastrofisti vanno zittiti! Che memorabile visionario.

Update: Come è d'uso fare, Berlusconi ha appena smentito di voler cucire la bocca ai catastrofisti.

martedì 19 maggio 2009

Serata sulla decrescita al Quartiere Dinamico

presso

Centro Sociale Comunale a San Carlo di Cesena
via Castiglione n.37 (di fronte alla chiesa)

INGRESSO LIBERO

Mercoledì 20 Maggio ore 21:00

Decrescita: un' Alternativa in Pratica

Esistono alternative concrete e percorribili all' attuale concezione di progresso, col fine di migliorare la qualità della vita nel rispetto dell'ambiente.

"La decrescita è la possibilità di realizzare un nuovo Rinascimento, che liberi le persone dal ruolo di strumenti della crescita economica e ri-collochi l’economia nel suo ruolo di gestione della casa comune a tutte le specie viventi in modo che tutti i suoi inquilini possano viverci al meglio." M.Pallante

Relatori in sala Barbara Martini e Paolo Marani, rispettivamente presidente e com. scientifico dell'associazione Movimento Impatto Zero di Cesena.

Vedi tutti gli altri appuntamenti del quartiere dinamico

venerdì 3 aprile 2009

Nasci, produci, consuma, crepa

Intervista a Massimo Fini di Movimento Zero, ci parla di un altro modo per declinare il concetto di decrescita. Similmente al movimento di Maurizio Pallante, abbraccia anche egli la nota metafora del treno in corsa. Siamo su un treno impazzito, che vive di crescita e accelera la sua velocità dissipando a ritmi insostenibili le residue risorse naturali. L'uomo è ricondotto allo stereotipo produci, consuma, crepa! Da vedere e riflettere.

Parte 1


Parte 2

mercoledì 4 marzo 2009

Serve un new deal che accompagni dolcemente la decrescita

Questo articolo é stato spudoratamente copiato dal blog Crisis, perché quando talune verità le si riesce a dire bene e con stile, non c'è alcun bisogno di trovare spunti originali. Sono convinto che sia davvero questa la strada da seguire per uscire dalla crisi e accompagnare così in maniera morbida l'inevitabile decrescita:

Che lo Stato debba pesantemente metter mano al portafoglio è inevitabile. Che regalare quattrini sia una cavolata, è scontato. Che si debba pensare ad un new deal è sacrosanto. Eppure, forse c'è un modo per riuscire a mettere insieme le tre cose. Offrire un sussidio di disoccupazione ai precari, e contemporaneamente avviare un programma importante per le infrastrutture... ma infrastrutture che ci aiutino concretamente a vivere meglio nei prossimi difficili anni.

Non la TAV, ma i trenini pendolari in provincia. Serviranno, a chi non usa più la macchina. Non nuove autostrade, ma manutenzione degli acquedotti (pubblici!): l'acqua costerà sempre di più. Non monumentali centrali nucleari, ma energia rinnovabile e diffusa. Non inutili inceneritori, ma bonifica generale di tutti i siti inquinati del Paese e trasformazione in aree per la produzione agricola di biocarburanti (non ci si può più produrre cibo). Non pomposi grattacieli e centri congressi per improbabili Expo o Olimpiadi, ma manutenzione di scuole ed ospedali.

Ci vuole un new deal che accompagni dolcemente la decrescita: il Paese, tra qualche tempo, dovrà vivere con meno. I cittadini se la passeranno male assai. E sarà fondamentale che le strutture e i servizi pubblici siano efficienti: ogni servizio in più, sono soldi in meno di cui una famiglia avrà bisogno. E al lavoro, pala e piccone, i precari e i disoccupati col sussidio: a casa prendi 400 euro, se vieni a lavorare per il Paese invece avrai uno stipendio.

Suona sovietico? Chissenefrega. Suona ingenuo? Questo è probabile. Ma altrettanto ingenuo è pensare che i miliardoni di Monorchio vadano ai soliti prenditori traforisti, ricadendo poi per non si sa quale miracolo nelle tasche dei precari. E ingenuo è anche sognare centrali nucleari e ponti sugli stretti: non si faranno mai. Mai! Non c'è tempo, non ci sono più risorse, stiamo scivolando nel caos generale. Un caos che, tra qualche anno, si dipanerà tra mozziconi di inutili cattedrali rimaste incompiute.

(... Continua su Crisis)

Almeno qualche considerazione mi preme aggiungerla.

In tempi di stagnazione o di crisi, la ricetta economica professata dai governi è sempre stata quella di avviare grossi piani di infrastrutture e lavori pubblici, il cosiddetto new deal di Roosveltiana memoria. In effetti ha spesso funzionato, fiumi di denaro dirottati per la costruzione di grandi opere pubbliche possono assorbire la sfiducia e dare lavoro a milioni di persone, rilanciando l'economia e ponendo le basi per una rinnovata spinta di tipo economico.

Questo però era il passato, oggi il mondo è purtroppo profondamente diverso, il new deal è destinato a non funzionare più, perchè deve fare i conti con fattori che in precedenza non esistevano.

Il motivo principale del successo dei piani di sviluppo pubblico, ciò che aveva il fine di risollevare l'economia, non era tanto il lavoro o le iniezioni di capitale in se, quanto l'aumento del rateo di sfruttamento dell'energia a basso costo e buon mercato. Ovvero, si esce da una crisi estraendo risorse a ritmo forsennato, bruciandole in un immenso potlach, raccogliendone i frutti per incrementare la ricchezza e il benessere.

Oggi l'energia a buon mercato è finita, un piano di opere pubbliche e conseguente rilancio dei consumi energetici rappresenterebbe solamente un modo per avviarsi più velocemente verso la spirale recessiva. Forse l'ultimo new deal che in pratica ci è rimasto da spendere è proprio quello "green" di Obama, dove l'energia che consumiamo oggi ci potrà servire per costruire l'infrastruttura energetica (rinnovabile) di domani.

Chi pensa di potere uscire dalla crisi attuale costruendo TAV, ponti, grandi autostrade, inceneritori, mega-centrali nucleari, grattaceli, expo, con lo scopo di dare lavoro ma sprecando inesorabilmente preziose risorse naturali, temo che sarà costretto a rivedere presto i suoi piani. Non ha capito che il mondo è cambiato profondamente, e che come si suol dire si sta dando la zappa sui piedi.

giovedì 6 novembre 2008

Crolla il petrolio, viva l'abbondanza finchè dura

A tutte le persone (compreso il mio babbo) che ora, con il petrolio a 60$ al barile, cominciano a farmi la stecca sostenendo "te lo avevo detto che queste tue teorie stampalate sul peak oil sono tutte minchiate", vorrei rispondere che si sbagliano, e pure di grosso.

E se proprio non se ne rendono conto, possono provare a leggere questo articolo, poi magari cominciare a cacarsi sotto, oppure continuare a negare l'evidenza, fino a che il tenore di vita attuale ci consentirà di farlo. Il picco è già stato nel 2005, pertanto la crescita è finita, e se da qualche parte è rimasta è per forza a scapito di qualcun'altro che dovrà necessariamente contrarre i propri consumi con la forza.

Oltre al picco c'è un limite alla produzione (estrazione) di energia, quindi anche della produzione industriale, legata storicamente al PIL e a ciò che consideriamo comunemente "ricchezza". Oltre c'è la decrescita, che sembra nei fatti già incominciata, con tanto di relative instabilità economiche e sociali all'orizzonte. Saremo in grado di governarla ?

Se ci rendiamo conto che la crescita della produzione non può continuare indefinitamente, allora il solo modo per alleviare la povertà è di affrontare sia il problema della distribuzione attuale delle risorse tra i popoli sia quello del controllo demografico.
Herman E. Daly - Oltre la crescita

venerdì 17 ottobre 2008

Catastrofe annunciata o nuovo rinascimento ?

Crisi finanziaria ? Borse che crollano ? Non preoccupatevene troppo:

In una prospettiva più lunga, il declino energetico sarà il fattore determinante nel destino della nostra civiltà, non una crisi monetaria o del debito. - Richard Heinberg

Il picco del petrolio è già dietro di noi, la crisi dei mercati finanziari non potrà che avere un effetto dirompente sugli investimenti necessari per recuperare il "petrolio difficile" (quello facile e a basso costo è già oggi bello che finito). La crisi finanziaria non ha fornito altro che la scusa per tagliare finalmente la produzione di petrolio. La recessione, sta riuscendo al posto dei prezzi alti nello scopo di distruggere la domanda di greggio che non potrebbe comunque essere evasa in quanto limitata dal picco attuale di produzione. Pertanto, la mia analisi da profano (non da profeta), lasciata oggi ai posteri, mi induce a pensare questo:

Il prezzo del petrolio scenderà un bel po, poi saranno tagliate drasticamente le produzioni di greggio dei paesi OPEC per sorreggerne il prezzo, anche allo scopo di favorire gli investimenti necessari per trivellare il petrolio "difficile", magari in Alaska o in Canada. Non ne arriverà (assai probabilmente) a sufficienza per fare ripartire in pieno l'economia, la quale attualmente ha subito una specie di arresto cardiaco a causa della crisi finanziaria. Pertanto, prepariamoci fra qualche annetto ad una recessione perenne e al prezzo del petrolio che sale, sale, sale, sale, sale....

Suvvia, lo dice anche Tremonti.

Tutto questo arriverà alle strette finali all'incirca quando le tre grandi tematiche che preoccupano il mondo, rispettivamente crisi petrolifera, crisi del capitalismo, crisi climatica ed ambientale, confluiranno al bivio. La data in cui ciò accadrà dovrebbe collocarsi, guardacaso, attorno al 2012. Cosa succederà dopo non mi è dato sapere, ma non sarà piacevole in ogni caso. Già da oggi sento crescere come un riccio nelle mutande.

...bzzz... catastrofic mode off

Il mondo imparerà presto che esistono economie solidali basate sul concetto di bene e non di merce. L'ambiente diventerà soggetto giuridico dotato di diritti inviolabili riconosciuti a livello mondiale. Si riscopriranno lavori utili che si pensava dimenticati dal tempo.

Avverrà una deregolamentazione totale sia fiscale che legislativa in maniera da liberare il mercato del lavoro di sussistenza dal condizionamento e controllo delle lobby di categoria. Riscopriremo il valore del mutuo soccorso e l'auto produzione di beni e servizi essenziali. Varrà istituito il ministero della decrescita.

Si investirà pesantemente sulle fonti di energia alternative, solare, eolico, fusione nucleare di nuova generazione, al punto da realizzare una incredibile e ciclopica nuova infrastruttura, l'internet dell'energia, di modo che ognuno possa generare elettricità e calore quando ne ha bisogno e cedere la propria eccedenza in rete.

La guerra verrà dichiarata illegale. La popolazione mondiale si ridurrà dolcemente e spontaneamente a due miliardi di persone permettendo l'utilizzo di una agricoltura sostenibile non basata sul petrolio. Il mondo attraverserà un periodo di nuovo rinascimento.

Esistono secondo voi alternative diverse rispetto ai due scenari sopra esposti ? Quale dei due scegliereste per i vostri figli ?

giovedì 14 agosto 2008

La storia delle cose verso la decrescita


Una crescita infinita ed un flusso unidirezionale di risorse, in un mondo finito, è ovviamente una cosa impossibile, eppure è proprio questo il modello che stiamo supinamente accettando come normale se non come unico immaginabile. Un tempo non era così. Domani non sarà ancora più così. Oggi però nessuno ha realmente il coraggio di ribellarsi a tutto questo, aspetteremo quindi che sia il pianeta stesso a fare quanto dovremmo fare noi.. reagire.

Da anni abbiamo affrontato come movimento MIZ il tema dell'informazione in materia dei rifiuti, come antidoto per un sistema miope il cui unico obiettivo è quello di farci consumare e non pensare a niente altro, siamo come anestetizzati da una realtà virtuale da noi stessi generata. Ci siamo mai realmente chiesti che fine fanno le nostre merci dopo il breve utilizzo che ne facciamo ? Oppure quanto lavoro e quante attività nocive per il territorio ci sono a monte del nostro inconsapevole atto di acquisto ?

Allargare la visione che l'uomo comune ha del sistema, può essere un modo per creare cittadini non ridotti a semplici macchine consumatrici. La politica cosiddetta "democratica" asseconda in teoria ciò che la "gente" vuole, ma la gente è consapevole di cosa realmente vuole, bombardata come è da ogni tipo di pubblicità e strumentale propaganda ?

Subordinati alle subdole suggestioni di aziende dai colossali interessi economici (potenti tanto quanto gli stati) il concetto moderno di democrazia non scricchiola affatto ma diventa funzionale alle perversioni del sistema stesso, il trucco sta nel fare desiderare al popolo bue ciò che il sistema vuole per sopravvivere, così come il cervello di un tossico agisce per costringere il corpo a farsi la seconda dose. Si fa pertanto a gara a chi promette più crescita, più soldi, l'economia deve "tirare", altrimenti si rimane indietro (ma indietro rispetto a che cosa?), in un paradossale scambio fra la cura e la malattia stessa. Desideriamo il nostro male spacciandolo come cura, appunto.

Se non la democrazia, qualcosa che scricchiola però lo si avverte chiaramente comunque, come una corda troppo tesa che si sta sfilacciando, con il rischio di rompersi. Ciò che scricchiola si chiama ambiente, da "ambiens", cioè ciò che ci sta attorno, che ci circonda. Oggi siamo noi che circondiamo l'ambiente, pronti a derubarlo appena esso si distrae, forse un giorno così circondato l'ambiente si arrenderà. A quel punto difficilmente un concetto vetusto e ritrito come la democrazia riuscirà a mantenere l'ordine sociale, conseguenze assai traumatiche potrebbero essere all'orizzonte senza che oggi ce ne rendiamo conto.

Stato sociale, pensioni, assistenza sanitaria, saranno forse cose che non ci potremo più permettere, perchè l'unica maniera per mantenerle è utilizzare quantità enormi di energia, petrolio, risorse minerarie, ciò che mantiene in equilibrio il nostro bel mondo è la continua crescita. Cosa succederà quando non si riuscirà a crescere più di così ? La risposta si chiama Decrescita, sono sempre più convinto che non sia un male ma anzi una occasione unica per un nuovo rinascimento culturale e sociale, dove sarà questa volta davvero il benessere a crescere, e non solo l'economia.

venerdì 18 luglio 2008

Decrescita ed energia, un connubio inscindibile

Per ragionare in termini di decrescita, occorre a mio avviso partire dai fondamentali problemi di approvvigionamento e di gestione dell'energia, non può esserci a mio avviso una transizione morbida verso un mondo senza petrolio se permane l'irrazionale modello attuale fatto di sprechi e gestione superficiale delle risorse energetiche:

lunedì 7 luglio 2008

La recessione è ambientalista ?

E' un po di tempo che parlando fra la gente serpeggia la parola "recessione", per molti un incubo, fatto di diminuzione dei salari, disoccupazione, il famoso "non arrivare alla fine del mese", per altri semplicemente una contrazione dei consumi superflui. Da un punto di vista ambientale, contrarre i consumi, pensare alla possibilità di una vita più sobria, dovrebbe essere un buon affare, purché ciò non sia visto in un ottica di privazione.

Forse abbiamo vissuto fino ad ora come i bambini ai quali si dava l'abitudine di rimanere giorni interi all'interno della stanza dei giochi, diventandone emotivamente dipendenti, ma ora i giochi volgono quasi al termine, non sono rinnovabili, e gran parte di essi si sono con il tempo trasformati in rifiuti, residui di una società votata allo sfruttamento sistematico delle risorse naturali. Il distacco dal periodo della spensieratezza è traumatico ma salutare, sarà la stessa cosa con l'obbligo di sobrietà imposto dalla recessione ? Sicuramente non saprei spiegarlo meglio di quanto ha fatto Blogeko in questo bellissimo post, pertanto lo allego in forma integrale.

Ora che la borsa barcolla e che la Terra perdipiù è spolpata anch'io mi chiedo se questo può essere l'annuncio di un mondo migliore. Non so. Anzi: temo che non sia così. E tanto per cominciare, vorrei demolire uno dei pensieri correnti. Quello secondo cui battere e ribattere - come io faccio - sulla necessità di ridurre i consumi presuppone un mondo primitivo e deprivato. Questo non è vero: e da qui inizio a ragionare.

Il mondo migliore che spero è quello in cui ognuno ha cibo sufficiente e adeguato, cure mediche, caldo d'inverno e istruzione. Pure internet e un bel tot di libri, se possibile. Un mondo di questo genere però è un mondo complesso, che va oltre il puro e semplice zappare la terra e di lì campare. Presuppone che ciascuno produca più di ciò che gli serve per mangiare: gli antibiotici non crescono spontaneamente sui meli.

Però per quel che mi riguarda moltissimi consumi si possono felicemente potare. Che senso ha comprare un gioiello? Che senso ha il servizio buono di piatti per 12 persone, da usare una volta ogni mai, e la credenza solo per tenercelo dentro, e la sala da pranzo aggiunta alla casa perchè anche la credenza abbia un posto? Se la crisi - questa o un'altra ventura - si porterà via queste cose, dirò solo menomale. Ma c'è un problema.

Bisogna governarla, la crisi, perchè abbia questo sbocco, perchè porti via ciò che inutilmente appesantisce il pianeta e il resto invece sia salvo. Se si lascia che il mercato faccia semplicemente il suo corso, continuerà la tendenza che è in atto ora: i ricchi - pochi - sempre più ricchi di gioielli, credenze e tutte le altre varie ed eventuali; gli altri, se già non sono poveri, sempre più immiseriti. Pare che negli Stati Uniti le cose stiano prendendo proprio questa piega. E' per questo che la recessione mi fa paura.

domenica 22 giugno 2008

In diretta streaming da gambettola

Web TV provided by Ustream

La diretta in web streaming si è conclusa alle ore 13.00, nei prossimi giorni verrà riproposta la registrazione integrale con l'intervento di Dario Fo al convegno internazionale della decrescita.

lunedì 16 giugno 2008

Sta per partire il primo convegno internazionale sulla decrescita


Convegno internazionale sulla decrescita ed i centri europei per l'energia

- Una alternativa in pratica -

Ex cementificio SICLI "Fabbrica"
viale Carducci, 113-119
(di fronte alla stazione ferroviaria)
Gambettola (FC) vedi mappa

21 e 22 Giugno 2008
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Dopo avere parlato diffusamente in un precedente post sulla scelta di "Fabbrica" come luogo destinato ad accogliere il convegno, vediamo quali saranno a grandi linee i contenuti salienti di questo evento fortemente voluto e promosso da Maurizio Pallante.

La giornata di Sabato è dedicata alle imprese e alle esperienze dei centri europei che si occupano di tecnologia, risparmio energetico ed energie alternative, con particolare riferimento alle "Transition Town". Queste denominate città di transizione, altro non sono che realtà europee dove già oggi iniziano a mettersi in pratica gli stessi criteri di sostenibilità ispiranti il movimento della decrescita felice, come l'indipendenza dal petrolio, il risparmio energetico, la sobrietà nella corretta gestione dei consumi. Molto vasto l'elenco degli ospiti internazionali che verranno appositamente dall'Olanda, Danimarca, Germania, per partecipare come relatori.

Durante il convegno Beppe Grillo interverrà in diretta skype per un suo saluto alla platea.

Nella giornata di Domenica il taglio è più politico, con la presentazione dell'ultimo libro di Maurizio Pallante "Un programma politico per la decrescita" e l'intervento di vari relatori come Marco Boschini, ideatore dell'associazione comuni virtuosi ed omonimo libro.

Sempre nella serata di Sabato è prevista una speciale cena a buffet, di tipo "Vegano-Vegetariano", molto ricca e particolare. Inoltre per tutta la durata del convegno è aperto all'interno degli spazi espositivi un "Bio Bar", dimenticatevi quindi bevande commerciali e multinazionali, assai poco conformi al tema della decrescita, ed ampio spazio a succhi di frutta, spremute biologiche, bevande alternative. Per chi proprio non ne può fare a meno, è sempre disponibile un chiosco con piadina tipica romagnola farcita a due passi dall'ingresso del convegno.

Sempre nella serata di sabato è previsto al termine del buffet un momento conviviale, per chi decide di rimanere, con proiezioni di video, esperienze musicali (rigorosamente non amplificate), intrattenimento con i relatori, incontri con le associazioni che operano sul territorio.

L'elenco completo delle imprese che parteciperanno come espositori e delle varie associazioni sarà reso noto appena prima dell'inizio del convegno, una volta allocati tutti i posti disponibili. L'intero evento ha ricevuto il patrocinio del Comune di Gambettola, del Comune di Cesena, e della Assemblea Legislativa dell'Emilia Romagna.

Per ulteriori informazioni è possibile scaricare questo materiale informativo:


Per partecipare al convegno come espositore, richieste di informazioni, ricettività alberghiera è possibile contattare direttamente la coordinatrice referente:

Barbara Martini
CELL: 349 3207788

Maggiori informazioni disponibili sui siti: decrescita felice, associazione PAEA

sabato 14 giugno 2008

Sarà in "Fabbrica" il primo convegno internazionale sulla decrescita

Manca una settimana al 21-22 Giugno, giornata in cui si svolgerà il primo convegno internazionale sulla decrescita, promosso da Maurizio Pallante. Il MIZ è stato chiamato a dare il suo contributo per l'organizzazione dell'evento e non ci siamo certo tirati indietro, identificando nella struttura "Fabbrica" di Angelo Grassi a Gambettola il luogo ideale per sostenere il convegno. Cosa è "Fabbrica" ? Il designer Angelo Grassi ha rilevato 15 anni fa l'ex cementificio SICLI di Gambettola, tonnellate e tonnellate di cemento e di vecchi impianti fatiscenti, il cui unico destino doveva essere la completa ed inquinante demolizione. Trasformare un area malsana e decadente in un centro dedicato al lavoro, allo spettacolo, all'arte e tempo libero, preservando i macchinari originali recuperati come arredo artistico, non deve essere stata una cosa facile. L'arte del recupero è stata spinta ai massimi estremi, arrivando a recuperare ogni spazio utile possibile pur lasciando al contempo inalterati gli elementi impiantistici ed architettonici originali, compresi gli enormi forni per klinker. Gambettola già per vocazione è considerata la capitale europea del recupero del "ferrovecchio", con questo progetto Angelo ha aggiunto una nuova dimensione al recupero, la creazione di una forma d'arte contemporanea coniugata con la tutela ed il rispetto dell'ambiente. Quella che era la "sala dei filtri" è diventato ora un moderno salone per concerti e congressi, altre sale saranno adibite come spazi per l'esposizione delle varie aziende ed associazioni che parteciperanno al convegno per presentare le loro proposte per la sostenibilità. I tetti della struttura sono arricchiti con giardini pensili e terrazze in legno, ove è possibile godere di un colpo d'occhio panoramico di tutto rispetto sulla zona circostante. L'intera "fabbrica" si divide infatti in ben cinque piani, come una sorta di immenso "ziqqurat" post-industriale, interconnesso da una infinità di scale interne ed esterne, fino ad arrivare in cima al punto più sopraelevato della intera zona di Gambettola, dal quale si possono scorgere i piazzali delle tante aziende che lavorano i rottami metallici con finalità di recupero di materiale. Crediamo proprio che sia il luogo ideale per un convegno sulla decrescita. A breve forniremo tutti i dati sul programma completo dell'evento e sugli interventi dei vari relatori. Domani sabato 15 giugno alle 11.30 si terrà a Cesena, al caffè Sinatra, la conferenza stampa ufficiale per la presentazione ai giornali del convegno, con Maurizio Pallante che interverrà telefonicamente per spiegare ai giornalisti la filosofia e le finalità che stanno alla base di questa iniziativa.

sabato 7 giugno 2008

Perchè la sinistra ha perso ma sarà costretta a vincere

Mi sono imbattuto per caso, frugando in rete, in questo scritto che in maniera illuminante ed esemplare, anche se apparentemente un po complessa, spiega almeno due cose: Il perché la sinistra ha perso. Il perché sarà costretta a vincere.

La forza attrattiva della sinistra stava nella sua decisa denuncia delle contraddizioni della società borghese; della sua ipocrisia e della sua ingiustizia: dell’impossibilità di coniugare i suoi valori trascendenti esibiti, con la pratica della sopraffazione e dello sfruttamento. La sinistra di oggi si trova di fronte a classi dirigenti che, grazie al formidabile progresso tecnologico, non hanno più bisogno sistematico di sfruttamento del lavoro (sebbene questo sia tutt’altro che scomparso) essendo in grado di produrre masse enormi di beni di consumo. Viene meno dunque, almeno in parte, la sua missione di denuncia dello sfruttamento del lavoro. Si ingigantisce invece lo sfruttamento della natura, praticato in cambio di utilità sempre più frivole e al costo di distruzione di risorse irreversibili. D’altra parte, le nuove classi dirigenti rinunciano a presentarsi come portatrici di valori trascendenti per identificarsi con quelli decisamente immanenti dell’edonismo materialistico. Sul terreno economico, la virtù ascetica del risparmio è sostituita dalla incentivazione pubblicitaria dell’incontinenza consumistica; e l’ammirazione per i grandi imprenditori costruttori per quella dei grandi maghi speculatori. Di fronte a questa vera e propria conversione a U del vangelo capitalistico, la sinistra, da una parte si trincera combattendo un capitalismo che non c’è più; dall’altra, manca di percepire le nuove contraddizioni del nuovo capitalismo: che sono soprattutto ecologiche e morali.

Ecologiche: l’insostenibilità di una economia basata sul consumo del capitale naturale: una distruzione chiamata crescita.

Morali: l’orientamento della potenza creatrice della tecnica verso le finalità frivole del consumo, anziché verso la realizzazione di una società più giusta, di bisogni collettivi più urgenti, di scopi culturali realmente trascendenti.


Anche se solo indirettamente, l'articolo suggerisce che per riscattarsi la sinistra dovrebbe semplicemente fare proprio il paradigma della decrescita. Altrochè governo ombra!

Nel frattempo, in deroga a qualsiasi norma ambientale, motivati della gestione dell'emergenza, guidati dal pallino della crescita che vede in chi difende l'ambiente solo un nemico, il governo dei nuovi capitalisti vincenti vara nel decreto rifiuti norme che permetteranno di riversare in discarica come rifiuti normali le ceneri pericolose provenienti dai nuovi inceneritori campani.

mercoledì 16 aprile 2008

Avanti finchè dura la cuccagna


PIL + CONSUMI + CRESCITA + RICCHEZZA = ?

I neo-parlamentari forse non hanno ben capito che la cuccagna di avere tanta energia, fertilizzanti e acqua non durerà per sempre e che sarebbe opportuno iniziare ad attrezzarsi per un futuro non esattamente roseo.

La cosa più sensata e urgente da fare sarebbe investire ogni euro e ogni possibile "tesoretto" nell' istallazione di fonti energetiche rinnovabili, in modo da preparare una transizione dolce al post-petrolio. Peccato che in parlamento non ci sia più nessuno che abbia questo senso di urgenza.

A 40 anni di distanza, le parole di Bob Kennedy così preveggenti (e che gli sono costate il collo) sono attuali più che mai. Continuiamo pure ad inseguire il sogno allucinogeno della crescita e dello sviluppo economico senza fine, finché dura.