“Il Fatto Quotidiano” di domenica 15 novembre 2009, ha ospitato un articolo di
Maurizio Pallante, ispiratore e presidente del movimento per la decrescita felice. Secondo il mio parere queste son cose che non si dicono mai abbastanza, e che invece si dovrebbero dire.
Decrescita, non Medioevo... di Maurizio Pallante
Il periodo che stiamo vivendo è caratterizzato da diverse forme di
crisi: economica, ambientale, sociale, finanziaria, spirituale. I
rimedi che si propongono sono però sempre gli stessi, a partire da un
improbabile rilancio dei consumi. Oggi tutti parlano di crisi, ma
nessuno si prende la responsabilità di affermare che, ormai, l’unica
via per uscirne è modificare l’approccio che noi tutti stiamo avendo
non solo con l’economia, ma anche con la realtà. Nessuno si prende la
briga di dimostrare che la soluzione sta nel cambiare l’uso che si fa
della tecnologia, il tipo di partecipazione politica ed i propri stili
di vita.
Il termine Decrescita nasce in ambito economico, come ferma
contestazione al concetto di crescita economica illimitata (impossibile
in un ambiente limitato) ed al PIL come metro di misura del benessere
(il Prodotto Interno Lordo, infatti, cresce anche quando si comprano
armi o psicofarmaci, o semplicemente quando si resta imbottigliati per
ore nel traffico a respirare gas di scarico), per poi passare in ambito
filosofico, come proposta di un nuovo paradigma culturale che ci liberi
dalla schiavitù del produttivismo forsennato che ci ha attanagliati in
particolare negli ultimi decenni. E che ci ha portato all’attuale
situazione di “crisi” (economica, occupazionale, ambientale, sociale,
climatica) causata dal mito della crescita economica e dell’aumento del
PIL.
Il Movimento per la Decrescita Felice si pone quindi lo scopo di
introdurre nel dibattito politico il tema, appunto, della Decrescita
economica. Attenzione: decrescita non vuole dire ritorno al carro e
alla candela, né tanto meno ripudio per la tecnologia. Vuole
semplicemente dire rallentare questa corsa impazzita che ci sta
portando (se non lo ha già fatto) al punto di non ritorno. Vuole
tornare a parlare di qualità, piuttosto che di quantità, a dare valore
a cose che ne hanno perso troppo negli ultimi tempi, a partire
dall’ambiente fino ad arrivare alle relazioni umane. Felice perché
unire l’attuale livello culturale a certi usi imprudentemente
abbandonati ci potrebbe portare a migliorare notevolmente la qualità
della nostra vita. Addirittura diminuendo la quantità di denaro
necessaria a farlo.
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