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domenica 14 agosto 2011

Rapporto ISPRA 2009 sui rifiuti urbani


E' uscito recentemente il Rapporto ISPRA 2009 sui rifiuti urbano, contenente il rapporto sui dati nazionali, aggregati per regioni e provincie, in tema di raccolta differenziata e recupero dei materiali post consumo presso i consorzi (conai, corepla, comieco, etc.).


C'è un deciso progresso, soprattutto nelle regioni del nord, ma anche in qualche regione del sud come la sardegna, che dimostra come utilizzando politiche di raccolta domiciliare (porta a porta) si riesca agevolmente a rimanere entro i limiti stabiliti dalla legge, che prevederanno entro il 2012 il raggiungimento del 65% di raccolta differenziata.

Nel totale, solo il 25% delle province (26 su 107) ha raggiunto o superato i livelli di legge previsti al 2009, che erano pari al  50% di RD. Ovviamente le regioni che si sono distinte positivamente sono il Trentino e il Veneto, dove vige la più alta penetrazione di raccolta domiciliare spinta. 

La nostra Emilia Romagna è in buona posizione, ma difficilmente potrà incrementare il proprio risultato senza una decisa inversione di tendenza nelle modalità industriali di gestione da parte di Hera, caratterizzate da una massiccia iniezione di "assimilati". Dalla Toscana in giù invece, siamo ancora nel pieno medioevo della raccolta differenziata, salvo alcune lodevoli eccezioni.

martedì 15 dicembre 2009

Hera informa, noi rispondiamo

Un intero paginone del Corriere di Cesena, questo è quanto Hera diverse settimane fa ci ha regalato per informarci su come sta andando la raccolta differenziata a Cesena e provincia. Una pagina intera di un quotidiano per rendere noto a tutti che Hera ha aumentato le sue percentuali di raccolta differenziata fino al 45% nei primi mesi del 2009! Poffarbacco...

Anche noi vorremmo esultare per questa felice notizia, purtroppo non riusciamo proprio a farlo, per alcune semplici ragioni. Ricordo, se mai fosse necessario, che esistono leggi recepite a livello nazionale (testo unico 152/06) che impongono come “obbligatorio” per i comuni il raggiungimento del 45% di RD entro il 2008, che diventerà poi il 50% nel 2009, 55% nel 2010, 60% nel 2011. Pertanto questi risultati sono un semplice “dovere” e non un orgoglioso atto di interessamento all’ambiente.

Non ottemperando a questa norma, scatterà una sanzione da pagarsi direttamente in bolletta corrispondente ad una addizionale del 20% nel costo di smaltimento in discarica, il che si traduce in decine di euro in più da pagare nella tariffa sui rifiuti TIA per ogni famiglia. Perché analogamente non si legge mai del gestore elettrico che pubblica i risultati di penetrazione delle energie alternative, oppure del sistema ospedaliero che illustra il tasso di diminuzione dei tumori in provincia ?

Hera farebbe bene piuttosto a dichiarare quanto effettivamente ricicla di quanto raccoglie, quanto porta all’inceneritore, quanto è diminuito il rifiuto raccolto, ma si guarderebbe bene dal farlo. In realtà, con piena logica da operatore monopolistico e consapevole della necessità di procedere a gara di appalto a partire dal 2011, è evidente come tenti di ricorrere al marketing per valorizzare la sua complessa e costosa macchina industriale. Pubblicità insomma.

L'attività altamente meccanizzata del servizio rifiuti, che non ha prodotto affatto l’auspicato decremento delle tariffe, rischia di diventare proporzionalmente sempre più rigida e accentratrice di mano in mano che la legge imporrà ai comuni una raccolta differenziata di livello più spinto. Ciò porta l'azienda già oggi a privilegiare le inquinanti pratiche di incenerimento piuttosto che di riciclo su quanto raccolto.

L’intento evidente è quindi quello di fornire l’immagine di un soggetto “indispensabile” per questo territorio, riducendo così il rischio di qualsiasi forma di concorrenza quando si andrà finalmente a gara di appalto. Solo così si spiega l’ossessione di Hera per evitare di introdurre la raccolta domiciliare, la quale già da sola farebbe schizzare verso l’alto e con pochi costi aggiuntivi la raccolta differenziata a ben oltre il 70% come è successo a Forlimpopoli.

Al contrario, si preferisce insistere con il “cassonetto di prossimità” del quartiere Cesuola, oppure il “cassonetto con chiave” di Gatteo a mare, arrivando a tesserne le lodi ancora prima di concluderne la relativa sperimentazione. Anche con una semplice analisi costi benefici, questi sistemi di “potenziamento” a cassonetto stradale, qualora allargati a tutta la città, appaiono costare un multiplo di quanto costerebbe dotare ogni unità abitativa di semplici contenitori per la raccolta differenziata domiciliare porta a porta, eppure si investono centinaia di migliaia di euro in progetti poco lungimiranti e destinati a diventare obsoleti in breve tempo.

Perchè abbiamo il pallino del porta a porta ? L’introduzione della raccolta domiciliare “deindustrializza” il sistema e lo semplifica, rendendolo a bassa intensità di macchinari ma ad alta intensità di manodopera (leggi posti di lavoro), creando al contempo le condizioni affinché altri operatori possano entrare in concorrenza, magari riducendo le tariffe per i cittadini.

Questa eventualità fa paura ad Hera, pertanto continuerà a sostenere che la domiciliare costa troppo, malgrado sia già in uso da decenni nelle principali capitali europee e in tante piccole e medie realtà anche italiane. Aggiungiamo a questo il fatto di come le percentuali di raccolta differenziata annunciate siano state spesso gonfiate ad arte da Hera per fare risultare performance superiori al reale, come è avvenuto a Longiano e Rocca San Casciano, dove l’introduzione di pochi mobilifici nel computo degli “assimilati” hanno incrementato (a costo zero) la resa di raccolta differenziata passata dal 20% a ben oltre il 60% in meno di un anno.

Infine occorre citare le tante città, fra cui anche Cesena, dove con meccanismi contabili chiamati “sgravi in tariffa” si sono computate (legalmente) autodichiarazioni di aziende come se fossero vera raccolta differenziata. Tutti questi calcoli impropri (ma legali) comprendono oggi oltre un terzo dell’effettivo valore della raccolta differenziata ottenuta.

Noi continuiamo a ritenere, in contrasto con le pubbliche manifestazioni di efficienza che Hera è così solerte e tempestiva nel manifestare sui quotidiani, che la raccolta domiciliare porta a porta sia una delle poche soluzioni valide e sensate per il nostro territorio, poiché in grado di innescare una vera filiera del “riciclo” e non solo utili dividendi per le amministrazioni, minimizzando al contempo la necessità di ricorrere in maniera massiccia alla realizzazione di nuovi inquinanti e sovradimensionati impianti di incenerimento.

martedì 24 marzo 2009

Statistiche europee sui rifiuti aggiornate al 2007

Arrivano i bilanci europei e nazionali sulla gestione dei Materiali Post Consumo, aggiornati a tutto il 2007. Nell'Europa dei 27, la produzione media pro capite è a 522 chili; un italiano medio ne ha prodotto poco più, 550 chili.

Le stime del centro di ricerca di ISPRA, relative allo stesso anno, ci attribuisce qualche chilo in meno (546 kg) ma questo stesso Ente certifica che, nel 2006, i kg procapite prodotti da un italiano medio erano 550. Quindi il 2007 è il primo anno in cui in Italia la continua crescita della produzione procapite di rifiuti non solo si è fermata ma ha dato segni di decrescita. Era ora!

Questo dato va di pari passo con la produzione complessiva di MPC di origine urbana ed assimilata che, in Italia, nel 2007 è stata di 32,5 milioni di tonnellate, solo l'0,1 % in più rispetto all'anno precedente; al momento la crescita più bassa. Vedremo come è andata nel 2008 e ancor più come andrà nel 2009.

E' il caso di ricordare che nel 2007 abbiamo continuato a consumare e produrre rifiuti come se niente fosse e quasi nessuno prevedeva l'arrivo della crisi globale e la conseguente riduzione dei consumi. con un presumile riflesso sulla produzione di rifiuti.

Tornando all'Europa, vediamo che fine fanno i MPC degli Stati più virtuosi.

La Germania (con 564 chili a testa) ne ricicla il 46% ( è la migliore della classe ) e invia al compostaggio un altro buon 18%.

Il Belgio (produzione 492 kg a testa) ricicla il 39% e composta il 23%.

L'Austria (produzione procapite 597 chili) ricicla il 21% e composta il 38% (il risultato migliore tra i paesi europei, per quanto riguarda il compostaggio).

Tutte queste tre nazioni, insieme all'Olanda, riciclano e compostano più rifiuti di quanti non ne mandino ai rispettivi inceneritori.

Belgio, Germania e Austria, nel 2007, hanno incenerito rispettivamente il 34, il 35 e il 28 % dei loro MPC.

La discarica, utilizzata in Italia per il 46% dei MPC nazionali, non è sparita da nessuna parte.

Belgio, Germania, Austria hanno fatto ricorso alle discariche per il 4, 1, 13 % rispettivamente.

In questa classifica europea, l'Italia spicca per la quota compostata, pari al 33%, che la pone al secondo posto, subito dopo l'Austria, mentre il riciclaggio si ferma al l' 11%, la stessa percentuale dei nostri rifiiuti inceneriti.

Insomma se riuscissimo a riciclare come la Germania (46%: obiettivo ancora lontano, ma ampiamente raggiunto in diverse regioni) e a compostare come l'Austria (38%; ci siamo quasi) ci saremmo tolti di mezzo l'84% dei nostri MPC. Pertanto , con gli attuali inceneritori (11 % di incenerimento) e solo un 5% di discarica potremmo chiudere a basso impatto ambientale il ciclo di tutti i rifiuti prodotti in Italia.

Ovviamente tutto diventa più facile se nel frattempo, come pare stiamo cominciando a fare, impariamo a produrre meno rifiuti.

Come sapete chi è al governo e all'opposizione non la pensa proprio così e, grazie ai facili guadagni dei certificati verdi e dei CIP 6 dati agli incenritori, aspira a farci diventare la prima nazione inceneritorista in Europa.

Da un articolo originale di Federico Valerio

N.B. Il grafico si riferisce in realtà all'anno 2003, ma le ripartizioni ad oggi non sono molto diverse.

martedì 11 novembre 2008

Rifiuti urbani o rifiuti industriali ?

Come anche i sassi oramai sanno (purchè studiosi dell'argomento rifiuti), l'Emilia Romagna si colloca nella non invidiabile posizione di regione leader nella produzione dei rifiuti, superata di stretta misura solamente dalla Toscana, la quale produce oggi più di 700Kg/ab di rifiuti urbani. Questa considerazione, così come risulta dall'ultimo rapporto Apat 2007, non dice però tutta la verità.

La frazione che le statistiche considerano, cioè il rifiuto urbano (RU) di provenienza cittadina, quello per intenderci che rappresenta la base per il calcolo della raccolta differenziata, rappresenta solo una piccola parte dei rifiuti complessivamente prodotti, non tenendo infatti conto di quelli che sono i "rifiuti speciali" (RS), ovvero provenienti dalle attività produttive industriali, rifiuti pericolosi e non.

Pensate che mediamente, per ogni Kg di materiale che innocentemente noi cittadini buttiamo nel cassonetto, l'industria ha prodotto almeno 70kg di scarti, solo per lasciarci usare e buttare il nostro piccolo bene. Come scarti si intendono anche le acque reflue di lavaggio, gli sfridi, i materiali consumabili esausti, e altri residui industriali. Evidentemente gli scarti industriali saranno di tipo molto più omogeneo rispetto ai rifiuti urbani, pertanto assai più facilmente riutilizzabili nel ciclo produttivo. Non tutti verranno buttati, anzi, la maggiorparte verranno reintrodotti come materia prima seconda per altre produzioni, parte andranno in discariche speciali per elementi pericolosi, parte in discariche speciali non pericolose, parte come sovvallo e sottovaglio in discariche normali.

Nel grafico soprastante, nondimeno, emerge che a seconda della regione considerata le regioni possono produrre fino a 4Kg di rifiuti speciali contabilizzati e movimentati per ogni Kg di rifiuto urbano.

Guardate la campania come si colloca nella scala dei rifiuti speciali, praticamente è il fanalino di coda, ciò significa probabilmente o che esistono molte meno aziende oppure che le aziende fanno sparire i rifiuti speciali sottraendoli al conteggio del gestore.

Paradossalmente, emerge anche un altro fatto importante, maggiore è la percentuale di raccolta differenziata nei sistemi di tipo convenzionale (a cassonetti stradali), più grande è la produzione pro-capite sia di rifiuto urbano che di rifiuto speciale. Se li sommiamo fra loro scopriamo che l'Emilia Romagna (raccolta principalmente stradale), pur con una RD prossima al 50%, è addirittura peggio (seppur di poco) della Toscana (che ha una RD media un po inferiore, sempre prevalentemente stradale).

Come è possibile questo fatto ? Troppe aziende in Emilia Romagna e Toscana ? Cittadini più incivili e aziende più sprecone ?

Può essere, però esiste un altro fattore che non è stato adeguatamente considerato, ovvero la presenza di assimilati. Avere dati certi è molto difficile e occorrerebbero studi approfonditi, tuttavia possiamo stimare che almeno in Emilia Romagna, esaminando i dati ATO e i rendiconti MUD dei comuni in nostro possesso, la percentuale di assimilati arriva fino a un 35% di tutta la quota che risulta computata come raccolta differenziata urbana, ciò è dovuto in gran parte alla assimilazione di inerti, sfalci, residui di mobilifici, ortofrutta, grande ristorazione, sfridi artigianali, officine, uffici, etc. etc.

In sostanza, sorge il sospetto che l'incremento dei rifiuti urbani calcolati come Kg/Abitante sia direttamente correlabile con le politiche volte all'assimilazione sempre più spinta di rifiuti speciali, ciò allo scopo di permettere il mantenimento di un sistema industriale di raccolta ed al contempo ottemperare alle leggi che impongono di arrivare ad una RD del 50% per il 2009, previa multe salate in caso di inadempimento.

Il sistema stradale è poco costoso ma anche poco efficiente, pertanto ne aumentiamo artificialmente l'efficacia e "l'appeal" conteggiando più speciali, concetto semplice. Sia ben chiaro, io non sono contrario alle politiche di assimilazione spinta dei rifiuti, qualora essi siano realmente assimilabili come tali, però è un fattore che andrebbe decurtato dal reale computo della RD, altrimenti il sistema stradale ne risulta illegittimamente favorito.

La morale del discorso è che il puro numero di Kg/Abitante spesso riguarda più le politiche di assimilazione rispetto al reale virtuosismo della popolazione. Ad esempio, l'impiego del porta a porta a Forlimpopoli ha avuto un effetto indiscutibile di diminuzione di almeno il 20% del rifiuto urbano, in parte però perchè impedisce politiche di assimilazione "truffaldina", dato che non è nemmeno necessaria per ottenere alte RD superiori al 70%. Meno assimilati e più raccolta differenziata, pertanto riduzione molto marcata del conteggio del rifiuto urbano, anche senza l'introduzione di politiche veramente spinte di riuso, vuoto a rendere, etc.etc.

La considerazione che ne traggo è che il sistema a cassonetto stradale va cambiato assolutamente per evitare questi giochetti e mascherare così la reale portata dei numeri, tali da rendere inconfrontabili i risultati di città che adottano un sistema di raccolta diverso. Infine, un discorso serio andrebbe affrontato per contabilizzare correttamente i rifiuti industriali, che seppur molto più riciclabili rappresentano la parte assolutamente preponderante di tutto il rifiuto che viene prodotto e movimentato in Italia ogni anno.

venerdì 19 settembre 2008

Diga di Ridracoli: 10 anni di cambiamenti climatici ?

Nell'alto Appennino tosco-romagnolo, all'interno del parco delle foreste casentinesi, lungo il corso del fiume Bidente, s'innalza questo imponente manufatto al servizio dell'Acquedotto della Romagna, la diga di Ridracoli. (mappa) Questa grande opera d'ingegneria italiana, i cui lavori sono iniziati nel 1975, dopo 13 anni di studi, è stata completata nel 1982.

La diga ad arco ha un'altezza di 103,5 m. e una lunghezza di 432 m. Il lago a cui da vita ha una superficie di 1,035 kmq, l'invaso una capienza di 33 milioni di mc di acqua di alta qualità. Possiamo dire con certezza che se non fosse stata a suo tempo costruita (malgrado le contestazioni di allora) adesso la Romagna sarebbe veramente in grossi guai di approvvigionamento idrico, dato che i pozzi di falda sembrano essere sempre più incapaci di far fronte al vertiginoso aumento della domanda di acqua potabile, proveniente specialmente dalla affollata area costiera.

Recentemente il sito di Romagna Acque è stato ristrutturato con una nuova veste grafica, rivedendo ed ampliando le pagine contenenti i dati in tempo reale dell'invaso. Sono adesso consultabili tutti i dati storici dal 1999 fino a oggi riguardanti il livello igrometrico dell'invaso. Ho pensato di prendere le varie immagini ed incollarle in un unica sequenza, in maniera di avere con un unico colpo d'occhio l'andamento degli ultimi 10 anni, nella speranza di scorgere qualche particolare che potesse evidenziare una qualche traccia di cambiamento climatico.

L'anno 2007 è stato quello della "crisi idrica" romagnola, ove i sindaci erano ad un passo dall'emettere ordinanze (palliative) per il razionamento dell'acqua (tipo il divieto di lavare la macchina in giardino). In effetti si può notare dal grafico soprastante che il volume dell'invaso ha subito un "minimo storico" proprio nel 2007. Con mia grande sorpresa però, dal grafico si evince anche che il 2007 non è stato l'unico anno in cui si sono verificate vistose anomalie, nel 2002 la situazione era stata analoga se non peggiore. Ciò è strano considerando il fatto che non si ricorda il 2002 come anno problematico, bensì il 2003, storicamente noto per essere stato un anno record per quanto riguarda la siccità, con il livello del PO ai valori minimi, nonché temperature alte in maniera anomala (ricordate i morti in Francia per il caldo ?).

Ritornando al grafico sull'andamento dell'invaso, tolti i periodi del 2003 e 2007 caratterizzati da evidenti anomalie, possiamo ravvisare in questi dati una qualche "tendenza" che evidenzi un peggioramento del clima ?

Non voglio tediarvi certo con noiose elucubrazioni statistiche, non ne sarei nemmeno in grado, mi limiterò a qualche osservazione "a braccio". L'andamento stagionale della quota idrica, (a parte i due anni anomali), non sembra avere apprezzabili "shift" di fase, ogni anno assistiamo al consueto veloce riempimento dell'invaso in corrispondenza del mese di Dicembre, con un minimo periodico attorno ad Agosto, a seguito del maggior prelievo estivo e delle minori precipitazioni. Uno straccio di analisi però proverò a farla.

Portando tutti i dati su un banale "foglio Excel", è possibile calcolare con pochi click un andamento di tendenza lineare, su una media temporale pesata, ne risultano questi due grafici (con e senza gli anni 2002 e 2007 di anomalia):


Come sui può notare, c'è una pendenza non trascurabile decrescente sull'andamento medio del volume dell'invaso, ma tolti gli anni di anomalia la tendenza è assolutamente trascurabile. Da tutto ciò ne deduco due semplici considerazioni, se vogliamo piuttosto banali:
  • La crisi idrica del 2007 è stata largamente sovrastimata dai media
  • Non ci sono dati sufficienti per ravvisare previsioni di cambiamenti climatici radicali
I cambiamenti climatici, specie se locali e legati a fenomeni periodici e altamente non lineari, si manifestano non con un graduale deterioramento delle misurazioni (livelli idrici) quanto con una aumentata probabilità di incorrere in eventi (anni) anomali. Due anni di questo tipo su nove non possono certo dare alcuna indicazione attendibile sulla loro frequenza relativa, per quanto ne so potrebbero semplicemente essere distribuiti casualmente.

Se però si ripetessero in sequenza, le cose potrebbero presto cambiare, la frequenza di eventi anomali è ad esempio evidente negli uragani che in fila indiana stanno devastando i Caraibi, nonchè nelle irregolarità delle correnti fredde in Artico, globalmente gli effetti si vedono, ma localmente sembrano fluttuazioni casuali, per cui addirittura qualche punto della terra sembra trarne cambiamenti positivi (come il raffreddamento in Antartide).

Fare considerazioni globali partendo da misurazioni locali è quindi sempre molto fuorviante e pericoloso, anche senza invocare sciagure climatiche prossime venture il risparmio idrico è comunque una scelta intelligente che va perseguita, data la scarsità di acqua potabile di buona qualità che abbiamo a livello mondiale, in un mondo sempre più sovrappopolato ed incline a standard sempre più alti di benessere.

Nota: La foto di apertura del post è live in tempo reale come fornita dalla webcam di Romagna Acque

domenica 20 aprile 2008

Tassa rifiuti senza freni, in 5 anni +30%

Nel periodo 2003-2007 le tariffe dei servizi erogati dagli enti locali sono aumentate in media del 20%, trainate da rifiuti (+29,3%), acqua (+23,7%) e trasporto pubblico locale (+18,4%).

Lo dice l'ultima analisi condotta dall'Ufficio studi della Cgia di Mestre. La Cgia ha poi voluto analizzare anche la differenza tra gli aumenti registrati dalle tariffe rispetto all'aumento dell'inflazione (pari a +11,2%), verificatosi sempre nello stesso periodo. Il risultato, secondo l'associazione, è che le tariffe locali sono aumentate di quasi 9 punti, addirittura 18,1 punti in più per i rifiuti e 12,5 per l'acqua.

Più contenuti, invece, gli aumenti registrati dalle tariffe controllate dalle Authority (pubbliche) che mediamente sono stati del 14%. Il gas ha subito un incremento del 23,8%, l'energia elettrica del 22,1% mentre le tariffe telefoniche sono diminuite del 9,1%.

Se le prospettive di crescita dei prezzi saranno le stesse anche per il quinquennio successivo, occorrerà rivedere in modo radicale cosa intendiamo per politiche di sviluppo e privatizzazione dei servizi essenziali. Pur con l'attuale impennata dei prezzi ancora non si parla seriamente di riduzione di produzione dei rifiuti, di riduzione degli sprechi di acqua, di incentivi alla mobilità sostenibile, di risparmio energetico e contributi alla co-generazione familiare.

Ah, dimenticavo, le tariffe telefoniche sono scese del 9%, con questa magra consolazione ci sentiamo tutti un po più ricchi.

sabato 12 aprile 2008

Quanta CO2 si emette per produrre un kilowattora?

Da fonte Greenpeace, si ricava la seguente tabella di massima:

  • 940 grammi da incenerimento rifiuti solidi urbani Italia
  • 900 grammi da impianto tradizionale a carbone
  • 800 grammi da impianti a "carbone pulito"
  • 720 grammi da olio combustibile
  • 650 grammi valore medio Italia 2004 impianti termoelettrici (media da fonti fossili)
  • 530 grammi valore medio Italia 2004 (tutte le fonti)
  • 500 grammi da gas da impianto tradizionale
  • 370 grammi da gas da impianto a ciclo combinato (turbogas)
  • 0 grammi da idroelettrico
  • 0 grammi da eolico
  • 0 grammi da solare fotovoltaico
  • 0 grammi da biomasse
In sostanza, un inceneritore emetterebbe più CO2 di una centrale a carbone e quasi tre volte rispetto ad un impianto turbogas!
"Nei rifiuti è presente sia una componente organica, le cui emissioni di CO2 sono considerate nulle, che una componente di plastiche che invece è una fonte fossile a tutti gli effetti in quanto derivata dal petrolio, le cui emissioni vanno conteggiate"

spiega Giuseppe Onofrio, direttore delle campagne di Greenpeace.
"Dai dati ufficiali che annualmente vengono presentati alla Convenzione quadro sui cambiamenti climatici, risulta che a parità di energia prodotta i termovalorizzatori emettono più anidride carbonica rispetto alla media della produzione elettrica. Così gli incentivi che dovrebbero essere dedicati alle fonti rinnovabili - che hanno emissioni nulle di CO2 - vengono spesi per aumentarle".

Una centrale a biomasse emette inoltre zero solo se davvero utilizza biomasse e non assimilati a biomasse, cioè esclusivamente sfalci e residui di legno o cellulosa completamente rinnovabili.

Per quanto riguarda il nucleare, dato mancante, esso dovrebbe a rigore essere nullo, tuttavia come risulta dalla ricerca di Sergio Zabot sembra che il processo di arricchimento dell'uranio non sia propriamente neutro dal punto di vista dei carburanti fossili impiegati, pertanto andrebbe probabilmente aggiunto questo contributo. Anche il sole 24 ore ha pubblicato la stessa notizia.