lunedì 29 settembre 2008

Succede a Friburgo: Rifiuti, Parte #2

Nel post precedente abbiamo parlato a grandi linee come funziona il servizio di raccolta rifiuti nella città di Friburgo, con particolare riferimento alla caratteristica innovativa del cassonetto indifferenziato la cui gestione è affidata al cittadino e non al gestore. In questa seconda parte vedremo più in dettaglio come è organizzata ASF, la società di gestione Friburghese, e quali accorgimenti hanno adottato per minimizzare gli impatti ambientali ed organizzare un corretto piano industriale.

Innanzitutto qualche dato sulla dimensione di ASF:
  • 263 dipendenti (50 amministrativi, 2 in formazione)
  • 50 camion raccolta rifiuti
  • 44 fra spazzatrici e mezzi di servizio (spargisale, manutenzione)
  • 3 Isole ecologiche attrezzate
  • Bacino di 204.000 utenze in 15.500 ettari di superficie
  • Nessun subappalto verso categorie di lavoratori protetti
  • Utilizzo di personale stagionale con sgravi fiscali
  • Servizio di officina meccanica per i mezzi del comune
  • 27 milioni di euro di fatturato
I risultati di gestione, in breve, sono la raccolta di 56.000 tonnellate all'anno di indifferenziato (tutto portato all'inceneritore), che rappresentano un quantitativo pari a circa 270Kg/ab/anno. Se compariamo questi dati con quelli di Cesena, dove si producono circa 470 Kg/ab/anno, scopriamo che i cittadini di Friburgo producono poco più della metà del nostro rifiuto indifferenziato!

Come già accennato, ASF è una spa (Gmbh) con maggioranza pubblica (53%), mentre la restante quota privata (47%) appartiene al gruppo REMONDIS, che tra l'altro opera anche in Italia ed è salita all'onore della cronaca per essere l'azienda tedesca che smaltisce l'immondizia campana (ad un costo davvero esorbitante).

Fra i servizi offerti alla città c'è lo sgombero delle cantine e dei solai, il servizio è gratuito esclusivamente se prenotato con largo anticipo di calendario e solo per massimo due giorni all'anno, altrimenti è a pagamento su chiamata diretta, così come il ritiro a domicilio degli ingombranti (Hera invece offre gratuitamente lo stesso servizio).

L'elenco dei materiali ritirati comprende rifiuti biologici (organico), carta e cartone, plastiche, residui ferrosi, macerie, sfalci dei giardini (ritirati a parte solo 2 volte all'anno!), campane del vetro, indifferenziato domiciliare, cassonetti stradali condominiali multimateriale, cassonetti speciali per grandi unità conferitive, come per il locale McDonald (vedi foto)

Le 3 isole ecologiche distribuite in città rappresentano il fulcro a cui tutti i mezzi fanno riferimento, siamo stati in una di queste isole (ove sono ubicati anche gli uffici amministrativi) per vedere come funzionano.

Il modello è simile al nostro, arrivano camion attrezzati per raccoglere le varie tipologie di rifiuto, la caratteristica importante è che all'interno dei centri si possono stoccare i rifiuti differenziati in grossi container per ottimizzarne il trasporto verso i centri di smaltimento e di recupero (vedi foto).

Attorno alla stazione ecologica, al di la di spessi muri divisori, sorgono a stretto contatto centri privati di trattamento della parte differenziata, vetro, plastiche (vedi foto), in questo modo evitano di trasportare parte del materiale differenziato raccolto verso altri centri di recupero e trattamento, lavorandolo in loco. Le aziende private del recupero operano quindi in sinergia con le stazioni ecologiche, nell'intero complesso entrano perciò rifiuti ed escono direttamente materie prime seconde! Ciò significa molti meno mezzi pesanti in giro per la città.

Inoltre, le isole ecologiche sono spesso ubicate nei pressi della ferrovia, la parte indifferenziata da smaltire viene infatti caricata su giganteschi treni container ed inviata all'inceneritore tramite treni su rotaia, con un impatto ambientale ridotto. L'inceneritore è situato ad una trentina di km da Friburgo, i vagoni entrano direttamente dentro la sede dell'inceneritore in modo da evitare completamente le fasi di carico e scarico utilizzando mezzi su gomma.

Va sottolineata la maniera con cui vengono raccolti i rifiuti speciali non industriali. Questi prodotti, tipicamente molto tossici e pericolosi, come vernici, solventi, detersivi, materiale elettrico, collanti, etc. non sono generalmente portati dai cittadini alla stazione ecologica ma nemmeno vengono abbandonati in cassonetti specifici nelle strade. Periodicamente, alcuni piccoli mezzi del servizio rifiuti, stazionano nelle principali piazzali della città e aspettano i cittadini per fare conferire direttamente la merce agli operatori, i quali la prendono in carico e la suddividono per tipologia, per il successivo trasporto verso la stazione ecologica. Questo modo di procedere ha notevoli vantaggi, è comodo per il cittadino e consente un accurato controllo di sicurezza del conferimento.

Menzione particolare merita la gestione della parte umida industriale (ristoranti, mense scolastiche, distributori di prodotti alimentari). In questo caso si attua un ritiro ad hoc, considerabile come porta a porta. I mezzi prelevano il materiale umido in speciali autobotti e conferiscono non alla stazione di compostaggio ma ad un impianti di trattamento speciali, forniti di enormi autoclavi riscaldate, in cui viene prodotto del biogas utilizzato per alcuni mezzi pubblici e per la produzione di energia elettrica rinnovabile.

Il biometano prodotto dai residui organici permette, secondo i dati forniti da ASF, di generare un volume di affari annuo pari a ben 1 milione di euro, riducendo al contempo il rifiuto organico al 10% del suo volume originario, nonché perfettamente biostabilizzato, tale da poter essere mescolato al materiale con cui si produce il "compost" proveniente dal trattamento del normale rifiuto umido urbano. Incredibilmente, il rifiuto umido urbano stesso viene trattato con una pre-selezione manuale, in modo da destinare una quota di questo alle stesse autoclavi per il recupero di energia, ed il resto al compostaggio o allo smaltimento.

Con questo sistema di gestione, il governo tedesco conta di arrivare al 2020 chiudendo TUTTE le discariche in Germania (escluse solo le poche e costosissime utilizzate per gli speciali pericolosi). Sono al contempo stanziati dal governo fondi per la mimetizzazione, riqualificazione e bonifica delle aree dismesse, trasformate da ex-discariche a parchi pubblici.

Ultima nota sulle virtù del sistema delle isole ecologiche Friburghesi, la possibilità di allestire all'interno dei mercatini dell'usato, analoghi ad esperienze tipo quella di Mani Tese a Faenza. Gli operatori ecologici del comune, in virtù del servizio di sgombero cantine o conferimento di ingombranti, decidono se il materiale può essere utile come rivendita, allestendo un vano in cui i cittadini possono (pagando una quota di ingresso) girare per cercare materiale di loro interesse, pagato a prezzo simbolico (foto 1, 2, 3, 4). Una cosa simile si svolge in Italia, che io sappia, solo a Sesto fiorentino in toscana, ne abbiamo parlato in un precedente articolo.

E' meglio quindi il porta a porta sul modello di forlimpopoli oppure il modello partecipativo di Friburgo ? Credo che una risposta sia impossibile darla con sicurezza. La gestione di friburgo fa ampia leva sul senso civico dei cittadini tedeschi, si basa sulla condivisione delle risorse e la responsabilità civica dei cittadini. La possibilità di poter scegliere la tariffa, applicata in Italia, sono convinto porterebbe le persone a optare comunque per la tariffa minima, a costo di comportamenti "da furbo" tipo manipolare il doppiofondo del cassonetto o conferire a quello del vicino se sprovvisto di lucchetto. Ha l'indubbio vantaggio di tagliare le gambe a chi si lamenta del servizio, se vuoi un trattamento migliore basta che paghi di più, il sistema porta a porta è invece più equo, rigido, e tende alla responsabilità individuale e non collettiva.

Dal punto di vista educativo il porta a porta appare migliore, in quanto abitua il cittadino a rendersi conto costantemente che il rifiuto è qualcosa che deve imparare gestire, e non solo uno scomodo manufatto da fare sparire alla vista quanto prima. Il porta a porta crea a mio avviso cittadini più attenti all'ambiente e fa crescere il senso civico delle persone.

Il sistema di Friburgo mantiene la capacità di una ottimizzazione industriale spinta, a costo di riempire le strade di una moltitudine di cassonetti, poco visibili più per le virtù urbanistiche di quei luoghi (ogni casa ha un suo giardino dove nasconderlo) che per come funziona il sistema in se. Nelle giornate di raccolta i cassonetti verticali a rotelle sono sicuramente molto più ingombranti e deturpanti dei piccoli contenitori del porta a porta, nelle altre giornate rimangono comunque visibili nelle strade (se non dispongo di un giardino dove nasconderli).

L'idea di rendere proprietari i cittadini del cassonetto è tuttavia molto valida, peccato che a Cesena si stia andando in direzione diametralmente opposta, proponendo i "cassonetti di prossimità", pasticcio ideato da Hera con l'intento di fare risparmiare il gestore (pur di raggiungere qualche % in più di differenziata) deturpando al contempo il paesaggio senza dare in cambio nessun beneficio ambientale e di senso civico.

Per quanto riguarda una comparazione fra i costi del porta a porta ed il sistema in uso a Friburgo, il costo sembrerebbe allineato, con un vantaggio teorico di quest'ultimo in termini di flessibilità del servizio, il che si traduce nella possibilità di differenziare il costo in base alle reali esigenze di ogni singolo cittadino, e non di una media estrapolata dal totale degli utenti coinvolti, entrambi i sistemi sono comunque ad alto impiego di manodopera, impensabile adottarlo con un mono-operatore (vedi foto). Il sistema di Friburgo non consente migrazione del rifiuto, la cui tentazione esiste invece con il porta a porta (anche se di lieve entità) dato che normalmente si paga per il singolo svuotamento dell'indifferenziato.

In soldoni, il porta a porta ha senso nelle piccole realtà a relativamente bassa densità abitativa, dove l'amministrazione ha un contatto più diretto con il cittadino e consente notevoli risparmi e ottime performance ambientali di raccolta differenziata, (ben oltre il 55% di RD ottenuto a Frigurgo). Il sistema tedesco appare superiore nei grandi certi urbanizzati, coniugando una gestione industriale con la flessibilità e soprattutto il coinvolgimento diretto del cittadino, proprietario e gestore del cassonetto. Il sistema attuale di Hera basato sull'ingombrante cassonetto stradale, ... lasciamo perdere, costa poco ma è inefficiente ed impossibile da migliorare fino ad arrivare ai minimi standard europei, sarebbe a mio avviso da sostituire completamente con approcci più moderni ed ambientalmente sostenibili.

Nella terza parte si parlerà di urbanistica ed energie alternative.

Succede a Friburgo: Rifiuti, Parte #1

Luogo comune vuole che di fronte a problemi difficili di natura economica, tecnica, politica, due siano le reazioni tipiche dell'Italiano medio dotato di coscienza civile. La prima è quella di indignarsi, denunciare e gridare il proprio sdegno, magari coinvolgendo il politico di turno, sempre deviato dalla retta via a causa di interessi occulti ed inconfessabili. La seconda è quella di svilire le scelte gestionali locali, inevitabilmente frutto di superficialità ed ignoranza, citando (talvolta a sproposito) cosa fanno gli altri paesi europei sullo stesso tema, secondo una visione esterofila per cui tutto ciò che fanno altrove è migliore di ciò che facciamo noi in Italia.

In materie complesse quali quelle della gestione dei rifiuti urbani, indignarsi è fin troppo facile, invocare la necessità della raccolta differenziata, lottare o meno contro gli inceneritori, denunciare la complicità fra scelte politiche pubbliche e private. Anche peccare di esterofilia senza sapere esattamente come funzionano le cose all'estero ma solo in virtù del "sentito dire" è un atteggiamento che non avvicina alla verità.

E' per questo motivo che ho deciso di accettare l'invito rivoltomi da Paolo Lucchi, candidato sindaco del comune di Cesena, il quale ha voluto che una delegazione di tecnici ambientali (fra i quali mi sento onorato di essere stato incluso) andasse a visitare quella che forse è la città simbolo per eccellenza di un modo virtuoso di concepire l'ambientalismo: Friburgo. Ne abbiamo già parlato in un passato articolo sul nostro blog. Il movimento dei primi verdi tedeschi "Die Grunen" è infatti nato proprio a Friburgo, come conseguenza dell'opposizione spontanea della popolazione verso la costruzione di una grande centrale nucleare, nei primi anni 70.

Come lavorano a Friburgo per garantire una efficace gestione del rifiuto ? Lo abbiamo chiesto ai responsabili della ASF, che altro non è che l'analogo tedesco della nostrana Hera (foto 1, 2 ,3, 4, 5). In effetti alcune somiglianze ci sono, "in primis" il fatto di essere una azienda privata con maggioranza a controllo pubblico, il 53% delle azioni è infatti detenuto direttamente dal comune di Friburgo, oltre all'ovvio fatto che tratta anch'essa di rifiuti. Le somiglianze finiscono però immediatamente quando se ne analizza la composizione e soprattutto le dimensioni, assai più piccole.

Il core-business di ASF è limitato alla gestione della raccolta del rifiuto e spazzamento stradale, non si tratta qundi di una multiutility in senso classico che riunisce in se più servizi, tipo energia, gas, acqua, etc. La dimensione territoriale é inoltre limitata all'ambito comunale, senza nessuna smania di espansione nazionale e relative fusioni societarie.

Il sistema di Friburgo non può essere classificato ne come sistema tradizionale a cassonetti stradali ne come porta a porta, è un sistema alternativo molto interessante, nato con l'evidente intento di coniugare i costi di una gestione industriale con obiettivi ambientali ben specifici, il tutto condito da sano pragmatismo tedesco.

La parte più caratterizzante del sistema è che il contenitore del rifiuto indifferenziato è di proprietà del cittadino!

Questa caratteristica lo avvicina molto alle virtù del sistema porta a porta, con la differenza importante che il contenitore (dotato di rotelle) non viene riposto all'interno dell'abitazione bensì lasciato fuori per strada, tipicamente in qualche nicchia ben nascosta o fra i ramagli del giardino. (vedi foto)

La tariffa per il cittadino è quanto di più democratico possa venire in mente, le persone si auto organizzano in unità di conferimento, possono esserlo ad esempio palazzine multifamiliari che mettono in comune il bidone dello smaltimento dell'indifferenziato, infatti scelgono loro in completa autonomia la qualità del servizio ed il relativo costo, in funzione di alcune tabelle di possibilità.

Per il computo della tariffa occorre incrociare tre elementi:
  • Numero di persone che conferiscono
  • Capienza del cassonto in litri
  • Frequenza desiderata di raccolta
Un intestatario (che diverrà il proprietario fisico del cassonetto) dichiara quante persone o famiglie verranno a conferire in quella unità, pagando una quota fissa in base al numero dei componenti (1,2,3,4, 5 persone, più di 5 persone anche divise su più famiglie).

Viene poi scelta una capacità standard di carico del cassonetto in litri, tre sono le selte possibili: 35L, 60L, 140L. In realtà il cassonetto è sempre lo stesso, stretto, nero, alto e dotato di rotelle, però viene installato un "doppiofondo" che ne limita la capacità a quanto pattuito per contratto (vedi foto).

Viene infine scelta la frequenza d raccolta, settimanale oppure ogni 14 giorni.

Sul sito di ASF (nei link seguenti tradotto in automatico da Google translator perchè in tedesco) c'è una pagina che documenta come funziona il computo della tariffa. Per i più pigri c'è anche un calcolatore tariffa online che permette di sapere esattamente quanto si pagherà.

Come risulta evidente, il cittadino paga davvero in base al "servizio" che richiede, nessun parametro esoterico come la dimensione dell'appartamento, ciò consente un notevole risparmio a patto di produrre poco rifiuto indifferenziato. Riunendo più persone nella stessa unità conferitiva di 35L (il minimo) e svuotata ogni 14 giorni, la tariffa risulta essere particolarmente bassa. Esiste comunque il vincolo di legge di dichiarare una capacità minima di svuotamento di 5 litri a persona per settimana. E' inoltre concesso un bosus di 8€/anno per ogni unità conferitiva che decide di fare il compostaggio domestico anzichè utilizzare il bidone dell'umido.

In sostanza, la tariffa minore possibile si ottiene con 5 persone che decidono di acquistare assieme un cassonetto di 35L e lo svuotano ogni settimana facendo anche compostaggio, cioè pari a 225-8 = circa 44 euro a testa! Il massimo che si può spendere è invece indicizzato su una persona sola che usa la capacità massima di 140L e che svuota ogni settimana, cioè pari a circa 362€ per persona.

Chiunque può ritagliarsi il servizio in modo da spendere da 44€ a 362€, se spendo meno sono COSTRETTO a produrre meno rifiuti. Questa è davvero una tariffa, anni luce dal selvaggio sistema a cassonetti dove pagando una tassa posso fare essenzialmente ciò che voglio e senza alcun controllo. Anzi, se sono abusivo nemmeno pago la tassa, ma faccio ciò che voglio ugualmente, dato che il cassonetto è pubblico ed incustodito.

A Friburgo, se non mi fido del vicino, posso comunque comprare per 50€ un bel lucchetto, con cui assicurarmi da conferimenti impropri nel mio cassonetto personale.

Per la restante parte differenziata, verso la quale il cittadino non deve nulla, è il comune che provvede a dislocare nelle varie vie cassonetti pubblici per organico, vetro, metalli e plastica. Questi cassonetti sono identici come foggia a quelli dell'indifferenziato, stretti ed alti, ma di colore diverso, per la plastica sono utilizzati invece sacchi gialli (vedi foto) che i cittadini posizionano, ad orari prestabiliti, in opportune piazzole stradali di raccolta, un po come avviene da noi in molti paesi montani.

Per quanto riguarda il vetro, esistono campane fisse di raccolta differenziata per separare le componenti di vetro trasparenti, quelle verde scuro, e quelle marroni (vedi foto).


Per questa puntata è tutto, succede a Friburgo continuerà presto con la seconda parte.



domenica 28 settembre 2008

Come riciclare gli oggetti impossibili

Si stanno facendo progressi nel campo del riciclaggio degli oggetti e dei materiali più comuni, ma cosa succede ai prodotti che non rientrano nei normali piani della raccolta differenziata? Se da un lato i programmi di raccolta porta a porta aiutano a semplificare e unificare la separazione dei rifiuti dall'altro molti oggetti resteranno necessariamente fuori dai cassonetti della differenziata. In Inghilterra esistono iniziative interessantissime che varrebbe la pena di applicare anche nella nostra vituperata Italia capitale della "monnezza". Citiamo alcuni esempi.

Per smaltire un mazzo di chiavi che non servono più le si può buttare in un cassonetto dei rifiuti metallici misti oppure spedirle a keys for kindness, una associazione inglese che ricicla chiavi e manda il ricavato ad enti di beneficenza.

Si prevede che tra non molto il numero delle sveglie elettriche abbandonate nei rifiuti crescerà in modo allarmante (oramai tutte sostituite dai telefonini con la funzione di sveglia) e diverranno ufficialmente RAEE "rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche", cioè rifiuti elettronici che vanno consegnati a strutture apposite di raccolta e smaltimento dove ci si occupa di smontarle in condizioni di sicurezza. Oppure si può affidarle a Wombling, una società che ritira piccole apparecchiature elettroniche per rimetterle a nuovo e rivenderle oppure smontarle per riciclarne i più minuscoli componenti.

Una delle domande più frequenti riguarda lo smaltimento delle videocassette. Sono un problema perché la cassetta, essendo di plastica, può essere riciclata mentre il nastro invece no. Basterebbero iniziative come quella di keymood, che ricicla completamente i nastri delle cassette, ma richiede un modesto contributo per le spese di smaltimento in discarica: quindici sterline (meno di venti euro) per 50 videocassette, venti sterline fino a 140 pezzi. Il riciclaggio di dvd e cd e gratuito.

Con l'arrivo dell'estate tante donne si accorgono di avere cassetti straripanti di collant smagliati. E' inutile sperare di recuperarli: riparare come si deve una calzamaglia che non sia di pura lana è pressochè impossibile. Tights-please raccoglie collant vecchi o smagliati e lì invia in Etiopia ad Addis Abeba (fistola hospital) che accoglie le donne colpite da fistola post parto, facendone certo un uso migliore di una discarica. Si possono inviare collant a: Ethiopia Tights Appeal, Tightsplease, 2nd Floor Albion Court, 18-20 Frederick Street, Hockley, Birmingham B1 3HE Gran Bretagna.

Gli armadi di tante famiglie sono notoriamente stracolmi di teli ed asciugamani lisi e logori, lo stesso vale per le lenzuola. Tutti i manufatti tessili dovrebbero essere riutilizzati, per esempio come stracci, finché è possibile farlo. Oggi siamo abituati a trattare il cotone come un prodotto economico e di poco valore eppure basta considerare il suo impatto ambientale e sociale per capire che è vero semmai il contrario. Non è ancora possibile però recuperare e rigenerare completamente le fibre su larga scala. Fortunatamente ci sono società come Lm Barry che ritirano e riciclano ogni tipo di prodotto tessile. Gran parte delle lenzuola e degli asciugamani sono tagliate a brandelli o striscioline e usate per fabbricare strofinacci industriali per pavimenti, donando alla fibra nuova vita. Una fine un po ingloriosa, direte. Ma è pur sempre meglio della discarica dove finiscono a macerare i prodotti tessili che non vengono riciclati, spesso impregnati di sostanze tossiche come coloranti e ritardanti di fiamma.

Insomma, per farla breve, riciclare in maniera industriale molti oggetti complessi della nostra quotidianità è prossimo all'impossibile, ciò non toglie però che nell'ottica di un utilizzo parsimonioso e sobrio delle risorse nonché soprattutto del riuso, possano esistere nicchie economiche per le quali questi "rifiuti" hanno ancora un (seppur modesto) valore.

[Via The Observer]

sabato 27 settembre 2008

Efficienza economica ed incenerimento dei rifiuti

Si sente spesso parlare del concetto secondo cui l'economia, grazie alla spinta competitiva, tenderà a massimizzare sempre e comunque l'efficienza di un sistema di produzione, in quanto se non lo facesse un "competitor" arriverebbe ben presto a creare lo stesso bene ad un prezzo inferiore, facendoti uscire dal mercato. In base a questa ipotesi, l'aumento della concorrenza dovrebbe essere in grado di produrre magicamente strategie via via migliori per creare lo stesso bene in forma più economica, quella che si chiama "innovazione di processo", da non confondere con l'innovazione di prodotto che mira alla sostituzione del bene con altri di caratteristiche superiori.

Chi nutre una fede cieca ed indissolubile verso questi principi economici capitalistici ne trae spunto per alimentare il proprio ottimismo di fronte alle gravi crisi che abbiamo di fronte, non importa quale problema avremo davanti, sguinzagliando il libero mercato esso si risolverà, e sempre, nella maniera più efficiente possibile. Finisce il petrolio ? La soluzione c'è già, sono i petrolieri ed i governi cattivi che non vogliono che si sappia, i nostri scienziati sono ovviamente pronti al nastro di partenza capaci di sfornare dal cilindro gli elementi del nostro futuro.

Siamo davvero sicuri che un sistema che tende alla massima efficienza locale della singola impresa sia sempre e comunque indirizzato a produrre il migliore fra i sistemi possibili globalmente ?

Prendiamo ad esempio il problema rifiuti, limitiamoci alla nicchia di mercato dell'imprenditore che decide di entrare nel business dello smaltimento. Esso si inserisce a pieno titolo nella "catena del valore", il suo orizzonte spaziale parte dall'approvvigionamento delle materie prime (rifiuti), passa per il trattamento degli stessi (supponiamo li incenerisca) e termina con la vendita del proprio prodotto, che sarebbe poi l'energia elettrica, nonché lo smaltimento delle proprie scorie (residui, ceneri).

Da un punto di vista termodinamico, sappiamo che l'incenerimento non è il sistema più efficiente per preservare l'energia globale immessa in tutta la filiera che va dall'estrazione mineraria fino allo smaltimento in discarica, riciclare ma soprattutto riusare sono molto ma molto meglio in termini energetici, però mettiamoci per una volta nei panni dell'imprenditore che entra nel "business" dell'incenerimento.

Come massimizzo, io imprenditore, la mia "efficienza" ? Attraverso tre semplici postulati.

  • Diminuendo il costo delle materie prime che mi occorrono, in base alla stima di produzione data dal mercato.
  • Diminuendo il tempo e il costo del mio processo produttivo di trasformazione per unità di prodotto.
  • Massimizzando il ricavo totale dovuto alla vendita del mio prodotto lavorato sul mercato.
Nel caso di un qualsiasi imprenditore che non bara e non detiene posizioni dominanti di monopolio, la legge della domanda e dell'offerta consente inevitabilmente di collocarsi in un punto di equilibrio, auspicabilmente superiore al "breakeven" (lavoro e non ci rimetto). Questo equilibrio è dettato sostanzialmente dalle dinamiche di mercato del settore in cui opero e dai vincoli della legislazione a cui sono soggetto, tutte e tre le voci sopra riportate ammettono pertanto un valore ottimale considerati questi vincoli.

Nel caso dell'imprenditore "inceneritorista", cosa succede ?

Tenderà a fare si che il costo delle materie prime sia il più basso possibile, addirittura negativo! Infatti, in questo caso si può addirittura essere pagati per "smaltire" le materie prime in ingresso (rifiuto).

Diminuirà il costo del processo, perseguendo a man bassa qualsiasi possibilità di accedere (anche impropriamente) a Certificati Verdi, CIP6, finanziamenti agevolati, tanti macchinari automatici e meno mano d'opera possibile.

Massimizzerà il ricavo rivendendo il prodotto lavorato (elettricità) al prezzo tutelato pari a ben tre volte il suo valore di mercato, con contratti decennali, producendo più elettricità che può.

Uniamo queste tre spinte, considerando l'inesauribilità della sete di energia elettrica (il mercato è disposto a comprarne indipendentemente dalla quantità prodotta), aggiungiamo il fatto che la materia prima non costa quasi niente, mettiamoci pure i finanziamenti pubblici a fondo perduto per gli investimenti in capitale immobilizzato......

Ma cristo santo, se me ne danno la possibilità vorrei costruire un inceneritore anche io!!!


Questa nicchia economica é quindi fuori dalle regole di un mercato normale, il punto di incontro fra domanda ed offerta non esiste, l'unica cosa che esiste è il vincolo di "smaltire solo fino alla quantità autorizzata", che dovrà pertanto essere la più alta possibile (vedi caso Brescia), da qui il desiderio di fare inceneritori sovradimensionati e sempre più grandi, cosa assai più facile se chi deve autorizzare e chi deve costruire è sovente la stessa entità (leggi Hera e politici locali dentro i consigli di amministrazione).

In questo esempio, il raggiungimento del massimo dell'efficienza economica locale, conduce ad un peggioramento della condizione economica globale, perché è evidente che se costruissimo tutti un inceneritore sotto casa avremmo problemi enormi:

  • Esaurimento rapido delle materie prime e delle risorse minerarie
  • Spese sanitarie ed inquinamento fuori controllo
  • Impossibilità di perseguire qualsiasi altra politica di tutela ambientale

In Germania, gli inceneritori sono pubblici, non generano energia elettrica, lo smaltimento costa molto, sono pianificati dallo stato e non dalle aziende che gestiscono il rifiuto.

Comincio a capire perché la Germania incenerisce molto più di noi ma ha al contempo una struttura di gestione industriale del rifiuto molto più attenta ed efficiente, specialmente riguardo alla raccolta differenziata, al punto che i tedeschi prevedono entro il 2020 di chiudere gran parte delle discariche di rifiuti urbani ed allargare la raccolta differenziata in tutti i centri urbani ben oltre il 50%.

Da noi rimangono i conflitti di interessi, anzi solo gli interessi.

venerdì 26 settembre 2008

The Crash Course

Chris Martenson ha realizzato un rapido corso di economia in 22 lezioni.

Ci spiega in un inglese semplice e diretto (e con molti grafici comprensibili) di come il sistema economico mondiale DEVE cambiare radicalmente il prima possibile per evitare il collasso e minimizzare i danni.

E’ un appello ragionato alla decrescita economica..

The Crash Course

giovedì 25 settembre 2008

Biocarburanti ecco quello che la World Bank teneva nascosto

La crescita senza controllo dei prezzi del comparto alimentare è stata causata in massima parte dallo sviluppo dei biocarburanti. È questa una verità ormai assodata, suffragata da solide prove e sostenuta da analisi comparative. Ma è anche una verità particolarmente scomoda, o per lo meno tale è stata ritenuta dalla Banca Mondiale che aveva deciso di non divulgare il rapporto interno che inchiodava i produttori di biocarburanti (e con essi Stati Uniti Brasile ed Unione Europea) alle proprie responsabilità.

Tutto sarebbe rimasto chiuso in un cassetto se non fosse stato per una fuga di notizie quanto mai provvidenziale. Le 19 pagine della relazione firmata da Donald Mitchell sono così finite nella redazione del quotidiano britannico The Guardian che ha deciso di fare la cosa più ovvia, rendere pubblico il rapporto. Non è difficile comprendere come quelle verità risultassero così fastidiose: le cifre, si sa in questi casi, non mentono mai.

Secondo la banca mondiale lo sviluppo di biocarburanti avrebbe inciso per il 75% della crescita dei prezzi del cibo, evidenziando così un impatto di mercato decisamente superiore a quello ammesso ufficialmente dal governo degli Stati Uniti, che aveva parlato di una "responsabilità" pari a meno del 3%. La crisi alimentare, ha sottolineato in passato la World Bank, ha colpito in modo grave almeno 100 milioni di persone tra Africa e Asia. Lo sviluppo di biofuel avrebbe infatti prodotto uno trasferimento di una parte dei cereali dall'offerta alimentare quella energetica dando vita, inoltre, ad una sfrenata speculazione nel mercato dei derivati finanziari legati alle commodities.

Mentre Usa ed Unione Europea vedevano crescere esponenzialmente il proprio export, alcuni Paesi produttori delle aree in via di sviluppo iniziavano a innalzare barriere alle esportazioni per tenere sotto controllo i prezzi del mercato interno, tale mossa contribuiva alla riduzione delle scorte facendo lievitare ulteriormente prezzi.

Gli Stati Uniti hanno sempre imputato l'insorgenza della crisi all'espansione della domanda di Cina e India ma le cifre, anche in questo caso, risultano impietose: il massimo che gli appetiti alimentari indo-cinesi hanno saputo produrre è stato l'aumento dell'1,7% nel consumo di grano dal 2000 al 2007. La crescita delle tariffe nel comparto energetico all'aumento dei prezzi dei fertilizzanti hanno determinato un aumento del 15% mentre la svalutazione del dollaro ha prodotto una crescita dei prezzi al 20%.

Insomma, tutti i fattori genericamente chiamati in causa dai difensori dei "biofuel", avrebbero dato vita solo ad un incremento aggregato del prezzo di poco superiore al 35%, ma siccome l'indice dei prezzi alimentari reali registrato dalla World Bank tra il 2000 e il 2008 è cresciuto di 140 punti percentuali, né consegue che il contributo dei soli biocarburanti deve essere stato pari a tre quarti della crescita totale. Ne consegue che il 75% della crescita delle derrate alimentari è da addebitarsi alle politiche di incentivo dei biocarburanti, che entrano così in diretta competizione con le coltivazioni a scopo alimentare.

I sospetti dei critici sono stati dunque confermati, la World Bank ha reso pubblica una versione sostanzialmente identica del rapporto solo dopo l'esclusiva del Guardian. Tra i vertici dell'organismo nessuno ha voluto commentare l'accaduto scegliendo di ignorare la clamorosa gaffe. Noi nel frattempo restiamo appesi ai nostri sospetti, mentre fissiamo quelle cinque parole "not for citation or circulation" che dall'intestazione del rapporto originale fanno calare un'ombra inquietante quanto imbarazzante sull'intera vicenda.

Morale, non fidatevi mai delle versioni ufficiali, a meno che non siano gaffe, la scelta specialmente per le popolazioni più povere è: mangiare loro o guidare l'auto a biofuels noi.

da Matteo Cavallito, Valori (settembre 2008)

mercoledì 24 settembre 2008

Precisazione di Recoplastica

A seguito di un articolo apparso sul nostro Blog relativamente all'ormai famoso meeting di Moncalieri, L'azienda Recoplastica ci scrive per puntualizzare alcune precisazioni nei riguardi del suo contenuto. Lo riportiamo integralmente, affinché lo spirito di critica costruttiva e di trasparenza prevalga sempre come ausilio alla migliore comprensione dei fatti, senza alcuna presa di posizione ideologica o irrispettosa verso il lavoro altrui:

La lista civica in cui è stato eletto Gravinese non è "L'Italia che pensa", che è un partito nazionale nato il 5 giugno scorso.

Gravinese non è il marito della Sig.ra Migliardi

L'intervento relativo alle registrazioni all'ufficio brevetti e alla SIAE non voleva dimostrare la bravura di Recoplastica, ma spiegare che cosa è stato fatto per tutelare la Recoplastica e soprattutto chi aderirà al franchising, che avrà minor probabilità di trovarsi accanto il primo pinco pallino che, svegliandosi un mattino, decide di mettere su un altro negozio che compra i rifiuti.

L'ecopunto di San Gillio è gestito direttamente da noi e quindi non vende i prodotti a Recoplastica, che fa cernita e stoccaggio di rifiuti, ma direttamente ai recuperatori sul mercato e siccome questo è il nostro lavoro conosciamo bene sia le spese di trasporto, sia quelle di gestione e ancor più i ricavi di vendita.

Il porta a porta ha sicuramente molti vantaggi, il principale è che obbliga il cittadino a differenziare, ma ha sicuramente anche dei lati negativi, il maggiore dei quali è l'alto costo di gestione (aumentano drasticamente i costi di raccolta e quindi la tassa rifiuti). Come abbiamo detto in risposta ad una precisa domanda posta durante il meeting il valore di acquisto dei "rifiuti" non è tale da generare in nessuno alcuna velleità di acquisto smodato di prodotti. Sicuramente non incentiva il riuso, ma ad oggi non ci pare che si possano riutilizzare, se non domesticamente, le bottiglie in PET o la carta o le lattine. Per promuovere il riuso, come è stato detto al termine dell'incontro, stiamo anche valutando la fattibilità di inserire all'interno dell'ecopunto dei distributori di detersivi alla spina.

Non abbiamo, come Recoplastica, scopi politici. "L'Italia che pensa" non è uno schieramento di destra ne di sinistra ma si vuole alleare solo con i cittadini per risolvere i problemi quotidiani. La "fretta" con cui è stato organizzato il meeting è dovuta alla volontà di rispondere alle migliaia di persone che ci hanno pressato (e vi giuro che non sto esagerando) per avere informazioni e per aprire un negozio nella loro città.

L'intervento del legale non ci pare sia stato nei termini descritti. Ha infatti affermato che potrebbe essere antieconomico che ogni Ecopunto sia dotato di un mezzo autorizzato al trasporto dei rifiuti che userebbe solo per qualche viaggio alla settimana. I gestori degli Ecopunti (che sono configurate come società a se stanti, consigliate snc o sas) potrebbero cooperare riunendosi in una società a livello provinciale o regionale per gestire in modo ottimale i trasporti ed i rapporti con i recuperatori. Mentre in Piemonte poteva essere ipotizzabile inviare i rifiuti in Recoplastica, in un altra regione (ad esempio la Sardegna) questo sarebbe antieconomico e quindi si deve pensare ad una struttura diversa, e la cooperazione ci sembra oggi la più efficiente.

Una sola nota al suo post. Il nostro progetto ci pare, e da quanto leggiamo condivide questa analisi, abbia una valenza multipla, sul piano ambientale, sociale, formativo ed occupazionale. Accettiamo con piacere le critiche che ci vengono rivolte perché le riteniamo uno spunto a migliorare il nostro progetto, ma ci piacciono poco i giudizi gratuiti, che vogliono solo porre discredito a delle persone che, per realizzare questo progetto che, ricordiamo, è ancora in sviluppo, hanno rinunciato a molto tempo che avrebbero potuto dedicare ai propri affetti.

Ringraziamo ancora tutti coloro che, via mail, fax, telefono o di persona, hanno espresso, dopo la partecipazione al meeting, il loro sostegno e il loro interesse a percorrere questa strada con noi.

Cordiali saluti.

Paolo Airaldi
Recoplastica S.r.l.

Una breve replica mi sento di farla nei confronti dell'affermazione secondo cui i costi gestionali del "porta a porta" risultino aumentati drasticamente, costringendo all'aumento della tariffa rifiuti. Ciò è vero solamente in parte, i costi gestionali sono ovviamente molto superiori, per il semplice fatto di passare da un sistema meccanizzato industriale ad un sistema a bassa intensità di capitale ed alta intensità di manodopera, come avviene appunto con i sistemi domiciliari in genere. Tuttavia, il costo del "servizio" non è l'unica voce di costo che è compresa nel computo complessivo della tariffa, anzi, non è generalmente nemmeno la più importante. I costi di "smaltimento", specialmente in realtà dove il costo sia delle discariche che degli inceneritori è molto alto, arriva a rappresentare fin oltre il 50% dell'intero bilancio economico (poi ci sono i costi amministrativi, quelli di spazzamento, manutenzione, informazione, etc.).

Ebbene, la rimodulazione del costo operato dal sistema "porta a porta" aumenta i costi del personale operativo (dare lavoro a più persone è comunque considerabile un vantaggio) ma diminuisce di egual misura i costi di smaltimento, dato che le quantità da conferire in discarica o all'inceneritore si riducono drasticamente. Come abbiamo evidenziato più volte in passato parlando ad esempio del caso di Torino, se il costo di smaltimento supera i 100€/tonn il porta a porta conviene sempre, altrimenti no. Ci sentiamo quindi categoricamente di accettare la conclusione secondo cui i costi sono sempre e comunque più alti con l'introduzione del sistema domiciliare, semplicemente dipende da caso a caso.

Riguardo ai ricavi auspicabili negli ecopunto Recoplastica, non avendo a disposizione prospetti verosimili su molti centri di costo (specialmente quelli di trasporto), riportiamo quelli che sarebbero i ricavi stimati per i cittadini secondo una tabella fornita dalla stessa recoplastica, in sostanza quanto gli ecopunto dovrebbero pagare il materiale conferito:
  • ALLUMINIO - 50 cent al Kg
  • FERRO - 20 cent al Kg
  • PLASTICHE - 18 cent al Kg (media)
  • CARTA - 5 cent al Kg
Anche considerando una rivendita ai consorzi pari al doppio di questi valori, togliendo le spese verosimili non rimane certo molto, sicuramente non tanto da arricchirsi, però neanche così poco da asserire che la cosa non si sostiene economicamente, dipenderà soprattutto da quali volumi di raccolta si riusciranno ad ottenere. Speriamo che qualche ecopunto "startup" riesca a fornirci presto dati più indicativi per sapere se ci si può campare dignitosamente.

martedì 23 settembre 2008

Il MIZ reagisce alla legge regionale sugli hobbisti

Ne abbiamo parlato qualche settimana fa in questo post. Sembra che Confesercenti e Confcommercio siano riuscite a convincere gli amministratori regionali a promuovere una proposta di legge mirante a regolamentare (ingabbiare) il settore dei mercatini hobbistici. Il sospetto che tutto ciò sia ad esclusivo vantaggio delle categorie da loro rappresentate e null'altro appare evidente, basta elencare anche solo sommariamente le nuove misure che sarebbero previste "a tutela" del settore:

  • Tesseramento obbligatorio dei venditori al costo di 200€/Anno
  • Limite di partecipazione a 10 eventi in 5 anni, con un tetto di massimo 5 eventi all'anno, significa che bruciando il bonus nei primi due anni nei prossimi tre si sta a casa !!
  • Obbligo di esporre il prezzo su ogni oggetto venduto
  • Divieto di condividere lo spazio di vendita con amici
  • Limite di 250€ sul prezzo di ogni oggetto venduto
  • Impossibilità di concessione a chi non ha i requisiti per aprire una attività commerciale
  • Pene e sanzioni amministrative corrispondenti a quelle per le attività commerciali
Leggi come questa possono potenzialmente provocare danni enormi ad una economia di tipo solidale che in periodi di crisi economica potrebbe rappresentare un "ancora di salvezza" per molte persone, specialmente meno abbienti. Per quale motivo non posso vendere le mie cianfrusaglie in maniera semplice, diretta ed onesta, anziché portarle a smaltire in un inceneritore ? Ne ha parlato abbondantemente l'associazione Aspo Italia qui e qui.

L’intento evidente della normativa appare quello di ricorrere alla “iper regolamentazione” di un settore dalla valenza non solo prettamente economica ma anche sociale ed ecologica, che dovrebbe pertanto essere tutelato per le sue azioni positive nei riguardi della tutela dell’ambiente e del riciclo dei matriali.

Tentare di assoggettare i mercati non professionali alle stesse regole che valgono per chi fa di mestiere questa attività (e quindi lo fa per sopravvivere) rischia di avere il classico effetto di buttare via l’acqua con il bambino, al solo scopo di risolvere un problema secondario, ovvero la potenziale presenza di operatori professionali “mascherati” da hobbisti che snaturano la naturale eticità del fenomeno creando concorrenza sleale.

A Londra, il mercatino di Portobello Road, è liberamente accessibile a tutti coloro che ne fanno richiesta registrandosi per l'uso di una piazzola, alla cifra di 20 pound (circa 25€), ci sono intere microeconomie di sussistenza che permettono a persone di ogni estrazione sociale di arrotondare vendendo le proprie cianfrusaglie, in tutta sicurezza, senza danneggiare l'economia convenzionale ed anzi fungendo da incredibile attrazione turistica.

Per questo ed altri motivi, il MIZ denuncia con forza le storture che una legge simile provocherebbe al settore dei mercatini, avanzando una proposta di revisione della legge regionale, tale da inserire almeno qualche barlume di buon senso in tutta questa vicenda legislativa dalla gestione tipicamente italiana.

lunedì 22 settembre 2008

L’Europarlamento boccia il nucleare nella legge sulle rinnovabili

Siamo un paese molto strano, viviamo in un luogo che vuole beneficiare di tutti i "benefit" dell'essere parte di una Unione Europea, ma non ne vogliamo assumere le responsabilità che questo comporta e quindi molte leggi varate da "Mamma Europa" vengono puntualmente "disobbedite" dalla "figlia scapestrata" Italia. Tanto per citarne alcune, le normative sulle emissioni inquinanti, la gestione dei rifiuti, l'occupazione abusiva delle frequenze di Europa7 e ci fermiamo qui perché la fila di illegalità sarebbe troppo lunga.

Sta di fatto che l'autorità dell'Europa proprio non la sopportiamo e di fatto ce ne infischiamo alla grande, governo più, governo meno, abbiamo problemi a rapportarci con l'Autorità, anche con quella giudiziaria e questo ci sta costando davvero troppo.

Oggi mi hai rubato una scatola di biscotti e io ti ammazzo di sprangate, tanto posso sempre dire che non ero razzista, semplicemente pensavo tu mi stessi rubando anche il negozio. Siamo allo sbando totale come paese, il che si traduce in una "giustizia fai da te", in un conflitto perenne di egoismi in cui vince il più forte e non il più giusto.

Abbiamo un'altra buona occasione per trasgredire ad un'altro nuovo, buon regolamento, varato fresca il 15 settembre a Bruxelles. La commissione "ITRE" industria, ricerca ed energia del parlamento europeo ha deciso di bocciare la proposta di sostenere l'energia nucleare con fondi pubblici destinati a finanziare le energie rinnovabili per la lotta ai cambiamenti climatici.

Un plauso allo stop del nucleare lo fa Legambiente e tutte le associazioni sensibili al problema ambientale, è davvero un passo importante nella giusta direzione, il verde lussemburghese Claude Turmes ha redatto il documento che è stato poi sottoscritto da tutto il parlamento europeo. L'atomo non è la soluzione dell'effetto serra (come qualcuno vuol fare intendere) e a dirlo non sono gli ambientalisti, ma il Parlamento Europeo (ma tanto ce ne fregheremo). Con questo voto si migliora inoltre sensibilmente la direttiva sulle rinnovabili proposta dalla Commissione Europea, ad esempio introducendo una maggiore flessibilità del mercato dei certificati verdi.

Faccio un pronostico, quando inizieranno a costruire in Italia le prime centrali nucleari, sicuro come il sole che verranno finanziate con i fondi destinati alle rinnovabili, e magari parte dei CIP6 in bolletta enel, nonchè certificati verdi per la riduzione della CO2 a gogo. Tanto una multa più una multa meno....

domenica 21 settembre 2008

Latte e Yogurt alla melamina, la Cina è ancora più vicina

Un recente studio della Food and Drug Administration e AVMA (American Veterinary Medical Association) recita in maniera allarmante:
Recentemente, l’Unione Europea ha ripreso nel suo sistema di allerta rapido, una segnalazione effettuata dalla Food and Drug Administration negli Stati Uniti riguardo alla contaminazione con melamina di materie prime ad alto tenore proteico, quali farine di glutine di mais e di frumento, farine di soia, farine di pesce. Tale allerta è originato dalle segnalazioni, fatte principalmente dai veterinari liberi professionisti, di casi di insufficienza renale e di morte in cani e gatti. Segnalazioni, che, incanalate attraverso un sistema informatico accessibile via web, hanno raggiunto il numero di circa 10.000. La causa è stata rintracciata nell’utilizzo nelle materie prime proteiche, soprattutto di origine vegetale, contaminate con melamina, in cibi per cani e per gatti.

Questo sta comportando il ritiro dal commercio negli USA di svariati lotti di petfoods che abbracciano circa 5.000 linee di produzione. Contemporaneamente, la contaminazione è stata rintracciata anche in alimenti zootecnici utilizzati negli USA e nel Canada destinati all’acquacoltura, all’avicoltura e alla suinicoltura. Negli animali da produzione esposti non sono stati riscontrati fenomeni tossici e i residui presenti sono stati considerati di non rilevante pericolosità, per cui, in alcuni casi, le carni sono state esitate al consumo.

La melamina (1,3,5-Triazine-2,4,6-triamina, formula bruta C3H6N6 si presenta come polvere bianca ed è scarsamente solubile in acqua. In virtù del numero di atomi di azoto, può trovare impiego quale fertilizzante, ma il suo uso principale è nell’industria della plastica, per la formazione di resine melaminiche, in combinazione con la formaldeide, resine che trovano impiego anche nella produzione di materiali a contatto con gli alimenti. Ha caratteristiche di ritardante di fiamma e costituisce il componente principale anche di alcune colle e inchiostri. Può essere il metabolita principale negli animali di un pesticida utilizzato sui vegetali, la ciromazina.

Poco è dato a conoscere sulla tossicità della melamina nell’uomo, d’altra parte non sono stati fino a ora riportati casi di intossicazione acuta, imputabili direttamente a tale sostanza. Non ci sono dati tossicologici per l’uomo e il gatto.

(qui il documento completo)

Beh, sembra che in Cina, qualche segnale di tossicità umana ci sia stato. Pare che a causa di latte e Yogurt contaminati da melamina 4 neonati siano già morti, 6200 bambini con calcoli renali indotti dalla melamina, 170 bambini in gravi condizioni. Un paese così grande e popoloso è come un enorme laboratorio biochimico in cui è statisticamente facile che qualsiasi composto prima o poi venga immesso al consumo umano, indebitamente, in dosi massicce.

Dalle analisi sembra proprio che abbiano a che fare con latte e yogurt contaminato dalle stesse sostanze che fanno strage di cani e gatti. Tra l'altro, lo scandalo USA era prodotto proprio da farine alimentari contaminate importate regolarmente dalla Cina (fortunatamente utilizzate solo per "petfood"). Poi qualcuno ha scoperto che aggiungendo melamina era possibile allungare il latte con acqua, mantenendo artificialmente alti i tassi proteici (da azoto) al punto da nascondere l'adulterazione alle analisi biochimiche.

Non voglio certo fare del terrorismo, ma possiamo stare davvero tranquilli in un mondo alimentare di stampo industriale sempre più globalizzato ?

sabato 20 settembre 2008

Una moschea a Torre del Moro ?

Grande eco sui quotidiani locali sta avendo in questo periodo "pre-elettorale" la notizia della diatriba per la concessione o meno della destinazione d'uso, da parte del Comune di Cesena, di una zona periferica della città (Torre del Moro) allo scopo di costruire un centro islamico per la comunità mussulmana. Tale provvedimento è osteggiato calorosamente dal gruppo di Forza Italia di Cesena, se ne parla qui e qui e qui e qui. Da non perdere anche un interessante video sull'argomento.

Francamente non capisco che problema ci sia verso tale operazione, chiunque abbia visto il buco in via Dandini in pieno centro dove sono oggi costretti i fedeli a riunirsi non può che trarre un sospiro di sollievo, almeno si incontreranno in un posto tutto loro adeguatamente preparato allo scopo!

Riporto un commento di Palmiro Capacci, assessore al comune di Forlì, che esprime in maniera sintetica il concetto del perché non si tratti di un abuso ma di un atto di civiltà:

E' curioso che proprio i “mori” non possano pregare a “Torre del moro”.

Leggo sui gionali che il PRG di Cesena (Piano Regolatore Generale, ndr) prevede che nelle aree produttive un luogo di culto “non si può fare”, un centro culturale invece sì, tuttavia se qualcuno decidesse di pregarvi dentro “l’impressione è che si tratterebbe di un abuso”.

Va innanzi tutto precisato che per culto si intende il “ Complesso delle usanze e degli atti per mezzo dei quali si esprime il sentimento religioso” (da vocabolario Zanichelli)

Se la questione stesse in questi termini e la esaminassimo oggettivamente, senza pregiudizi, anzi senza ideologismi (come si usa dire oggi) dovremmo trarre conclusioni a dir poco paradossali.

Una moschea è indubbiamente un luogo di culto, questo è il suo significato etimologico in lingua araba, come lo sono: chiese, tempi, sale del regno, cappelle, monumenti a carattere religioso, ed immagini sacre stabilmente installate, ne consegue che nessuna di loro può permanere in aree classificate come produttive dal PRG.

Se pregare è un atto di per sè sufficiente a determinare che un dato sito diventi luogo di culto, va da sé che nelle aree industriali di Cesena questa attività sia vietata, quindi,all’interno di queste aree, niente processioni, niente benedizioni pasquali o in occasione delle inaugurazioni di stabilimenti o rotonde, perché “se così fosse si ha l’impressione che si tratterebbe di un abuso”. Assai più complesso è invece un giudizio se si debbano vietare anche centri di benessere incentrati su “filosofie” orientali o riconducibili al movimento New Age, che soli taluni ritengono assimilabili a religioni. Si dovrebbe poi valutare se gli eventi occasionali rientrino nel divieto.

Mi chiedo chi possa aver mai concepito simili paradossi normativi evidentemente è stato qualcuno che ritiene che cultura e preghiera, ma anche produzione e culto siano termini inconciliabili da fare in luoghi diversi.

Chi non coglie il paradosso descritto evidentemente ha un occhio ipersensibile e l’altro cieco.

Spero ancora che si trovi una soluzione ragionevole senza scadere nel ridicolo.

Va detto che anche i richiedenti del Centro di cultura islamico sono stati improvvidi, dovrebbero imparare gli usi e costumi del nostro paese, come si fa a fare simili richieste poco prima delle elezioni? Mica votano loro.

Confido che così sarà, non c’è (quasi) personaggio con responsabilità pubbliche che non dichiari d'essere laico ed imparziale.

Palmiro Capacci

Forlì, 17.09.08


Update: Sembrerebbe da quanto si legge sul Corriere di oggi che il comune di Cesena non concederà la destinazione d'uso, malgrado lo stabile industriale ubicato a torre del moro sia già stato acquistato dalla comunità islamica, che se ne faranno ora i compratori ?

venerdì 19 settembre 2008

Diga di Ridracoli: 10 anni di cambiamenti climatici ?

Nell'alto Appennino tosco-romagnolo, all'interno del parco delle foreste casentinesi, lungo il corso del fiume Bidente, s'innalza questo imponente manufatto al servizio dell'Acquedotto della Romagna, la diga di Ridracoli. (mappa) Questa grande opera d'ingegneria italiana, i cui lavori sono iniziati nel 1975, dopo 13 anni di studi, è stata completata nel 1982.

La diga ad arco ha un'altezza di 103,5 m. e una lunghezza di 432 m. Il lago a cui da vita ha una superficie di 1,035 kmq, l'invaso una capienza di 33 milioni di mc di acqua di alta qualità. Possiamo dire con certezza che se non fosse stata a suo tempo costruita (malgrado le contestazioni di allora) adesso la Romagna sarebbe veramente in grossi guai di approvvigionamento idrico, dato che i pozzi di falda sembrano essere sempre più incapaci di far fronte al vertiginoso aumento della domanda di acqua potabile, proveniente specialmente dalla affollata area costiera.

Recentemente il sito di Romagna Acque è stato ristrutturato con una nuova veste grafica, rivedendo ed ampliando le pagine contenenti i dati in tempo reale dell'invaso. Sono adesso consultabili tutti i dati storici dal 1999 fino a oggi riguardanti il livello igrometrico dell'invaso. Ho pensato di prendere le varie immagini ed incollarle in un unica sequenza, in maniera di avere con un unico colpo d'occhio l'andamento degli ultimi 10 anni, nella speranza di scorgere qualche particolare che potesse evidenziare una qualche traccia di cambiamento climatico.

L'anno 2007 è stato quello della "crisi idrica" romagnola, ove i sindaci erano ad un passo dall'emettere ordinanze (palliative) per il razionamento dell'acqua (tipo il divieto di lavare la macchina in giardino). In effetti si può notare dal grafico soprastante che il volume dell'invaso ha subito un "minimo storico" proprio nel 2007. Con mia grande sorpresa però, dal grafico si evince anche che il 2007 non è stato l'unico anno in cui si sono verificate vistose anomalie, nel 2002 la situazione era stata analoga se non peggiore. Ciò è strano considerando il fatto che non si ricorda il 2002 come anno problematico, bensì il 2003, storicamente noto per essere stato un anno record per quanto riguarda la siccità, con il livello del PO ai valori minimi, nonché temperature alte in maniera anomala (ricordate i morti in Francia per il caldo ?).

Ritornando al grafico sull'andamento dell'invaso, tolti i periodi del 2003 e 2007 caratterizzati da evidenti anomalie, possiamo ravvisare in questi dati una qualche "tendenza" che evidenzi un peggioramento del clima ?

Non voglio tediarvi certo con noiose elucubrazioni statistiche, non ne sarei nemmeno in grado, mi limiterò a qualche osservazione "a braccio". L'andamento stagionale della quota idrica, (a parte i due anni anomali), non sembra avere apprezzabili "shift" di fase, ogni anno assistiamo al consueto veloce riempimento dell'invaso in corrispondenza del mese di Dicembre, con un minimo periodico attorno ad Agosto, a seguito del maggior prelievo estivo e delle minori precipitazioni. Uno straccio di analisi però proverò a farla.

Portando tutti i dati su un banale "foglio Excel", è possibile calcolare con pochi click un andamento di tendenza lineare, su una media temporale pesata, ne risultano questi due grafici (con e senza gli anni 2002 e 2007 di anomalia):


Come sui può notare, c'è una pendenza non trascurabile decrescente sull'andamento medio del volume dell'invaso, ma tolti gli anni di anomalia la tendenza è assolutamente trascurabile. Da tutto ciò ne deduco due semplici considerazioni, se vogliamo piuttosto banali:
  • La crisi idrica del 2007 è stata largamente sovrastimata dai media
  • Non ci sono dati sufficienti per ravvisare previsioni di cambiamenti climatici radicali
I cambiamenti climatici, specie se locali e legati a fenomeni periodici e altamente non lineari, si manifestano non con un graduale deterioramento delle misurazioni (livelli idrici) quanto con una aumentata probabilità di incorrere in eventi (anni) anomali. Due anni di questo tipo su nove non possono certo dare alcuna indicazione attendibile sulla loro frequenza relativa, per quanto ne so potrebbero semplicemente essere distribuiti casualmente.

Se però si ripetessero in sequenza, le cose potrebbero presto cambiare, la frequenza di eventi anomali è ad esempio evidente negli uragani che in fila indiana stanno devastando i Caraibi, nonchè nelle irregolarità delle correnti fredde in Artico, globalmente gli effetti si vedono, ma localmente sembrano fluttuazioni casuali, per cui addirittura qualche punto della terra sembra trarne cambiamenti positivi (come il raffreddamento in Antartide).

Fare considerazioni globali partendo da misurazioni locali è quindi sempre molto fuorviante e pericoloso, anche senza invocare sciagure climatiche prossime venture il risparmio idrico è comunque una scelta intelligente che va perseguita, data la scarsità di acqua potabile di buona qualità che abbiamo a livello mondiale, in un mondo sempre più sovrappopolato ed incline a standard sempre più alti di benessere.

Nota: La foto di apertura del post è live in tempo reale come fornita dalla webcam di Romagna Acque

giovedì 18 settembre 2008

Festa del GAS di Cesena, Il Gas Si Espande!

L'invito è rivolto a tutti coloro che vogliono conoscere come funziona un gruppo di acquisto solidale, potete venire in quanti volete, preghiamo però di inviare conferma con una eMail a Silvia oppure telefonando al numero indicato sul volantino, in modo da conteggiare le presenze.

Non è assolutamente indispensabile, ma è cosa gradita arrivare portando una propria pietanza o bevanda autoprodotta da condividere con gli altri, meglio se biologica ;o)

Dopo la cena che inizierà alle ore 20 è prevista una "performance musicale" del gruppo di Forlimpopoli "Descarga de percussion", tutto ovviamente rigorosamente unplugged. Poi l'intervento di esponenti del gruppo GAS di forlì "Gli Ingasati".

Per trovare l'Ecoistituto delle Tecnologie Appropriate di Cesena puoi consultare la mappa, oppure visitate www.tecnologieappropriate.it, vi aspettiamo numerosi!

mercoledì 17 settembre 2008

Inquinamento alle falde di Pievesestina

Davide Fabbri, consigliere comunale dei Verdi nel comune di Cesena, mi comunica una grave situazione di inquinamento di terreni e di acque di falda che sembra si sia verificata presso l’Autoporto di Cesena, manifestando l'urgenza improrogabile di una immediata bonifica ambientale.

A seguito di rotture – avvenute nel dicembre del 2005 - alle condotte dell’impianto di distribuzione del carburante (inquinamento da combustibili e oli minerali), Arpa, Usl e Comune di Cesena, dopo aver imposto la bonifica dei terreni prevista per legge, non forniscono più pubblicamente alcuna notizia sulla situazione. A questa carenza di informazioni, supplisce il lavoro di indagine dei Verdi di Cesena, attraverso il consigliere comunale Davide Fabbri, il quale denuncia i ritardi della bonifica (non ancora effettuata) a quasi tre anni dall’inquinamento prodotto:

Dalle analisi effettuate, risulta una importante contaminazione, sia ai terreni che alle acque di falda; di particolare interesse vi è una contaminazione da piombo anche in punti molto distanti dalla sorgente dell’inquinamento; per questo motivo i campionamenti che sono stati effettuati non hanno permesso di delimitare l’area da bonificare e quindi da sottoporre a limitazioni.

L'inquinamento delle acque di falda è un grave problema che va risolto prontamente. I ritardi nella progettazione della bonifica sono un fatto altrettanto grave. Da quasi tre anni è stato accertato che le sostanze tossiche sono penetrate nel suolo e nelle falde acquifere; il piombo è un metallo pesante, una delle peggiori sostanze tossiche industriali.

Per queste ragioni, i Verdi di Cesena chiedono con urgenza la messa in sicurezza dell’area e la bonifica ambientale di tutta la zona. Chiediamo di accelerare i tempi sulla caratterizzazione del sito e sulla progettazione degli interventi di bonifica. Chiediamo agli enti competenti di provvedere affinché gli interventi edilizi previsti all’interno dell’Autoporto (che comportano movimentazione di terreno) possano essere attuati dopo la completa identificazione delle aree contaminate e relativa bonifica.

Saluti ecologisti. Cesena, 13 settembre 2008 Davide Fabbri

La storia alla fine, in tutte le parti di Italia, è uguale. Se una zona è inquinata e da bonificare, tanto vale costruirci qualcosa sopra.

martedì 16 settembre 2008

Nasce il progetto "Rifiuto con affetto", è migliorabile ?

A Venezia, isola della Giudecca, ci sono cassonetti per rifiuti con una parete di vetro e dei ripiani. Li si usa per gli oggetti di cui ci si vuole disfare ma che non sono proprio “da buttare”: oggetti ancora in buone condizioni che potrebbero interessare a qualcuno e che quindi vengono messi a disposizione in un luogo pulito, protetto e pubblico.

Il progetto si chiama “rifiuto con affetto” ed è attivo già da un anno. A inventare e studiare la collocazione, la pubblicizzazione e l’utilizzo di questi “vetrine di strada” sono state tre studentesse di Design e Arte.

La parte interessante dal punto di vista sociale è stata la volontà di dare dignità al recupero degli oggetti. Gli oggetti molto spesso vengono progettati con una obsolescenza programmata per far si che vengano buttati e ne vengano comprati continuamente di nuovi. Denigrare il riuso, operazione spesso svolta dalla pubblicità, favorisce i consumi e pertanto la produzione di rifiuti. Per molti, "Ravanare" in un cassonetto è percepito come qualcosa da barboni, che le persone per bene non fanno. Questo cassonetto aiuta invece a scambiarsi le cose mantenendo la propria dignità, avvicinandosi pertanto verso un concetto chiamato spigolatura dei rifiuti e promosso da Ugo Bardi di Aspo Italia.

Non ho idea se questo esperimento sia rimasto tale oppure abbia fatto partire un nuovo paradigma di gestione e riuso del rifiuto, fatto sta che sulla carta sistemi simili creano potenzialmente molti problemi ai quali si dovrebbe dare una soluzione, ne ravviso alcuni:

  • Come evitare il conferimento di merce pericolosa o tagliente.
  • Come fare a ripulire il contenitore se si sporca e proteggerlo dai vandalismi
  • Come suddividere il materiale per classi merceologiche affini
  • Come inserire ed estrarre oggetti ingombranti o di forma inconsueta
  • Come evitare che sia senza presidio (chiunque può fare qualsiasi cosa)
L'idea però in effetti è buona, anche se non è del tutto nuova (in Germania ci sono stati esperimenti simili), tuttavia credo esista una possibilità di porvi rimedio, con pochi aggiustamenti.

In parecchie città italiane, gli utenti possono conferire i loro ingombranti presso centri chiamati "stazioni ecologiche", come funzionano ? L'utente entra durante l'orario di servizio con in mano una propria bolletta dei rifiuti (dotata di codice a barre) e scarica il proprio materiale, già suddiviso per tipologia (RAEE, vetro, metalli, plastiche). Questo viene poi pesato da un addetto e viene rilasciato uno "scontrino" al cliente, dopo ovviamente avere letto il suo codice a barre sulla bolletta. La pesa del materiale da diritto generalmente ad uno sconto (miserrimo) che sarà attribuito in fase di computo della tariffa rifiuti, in qualche caso a "punti" che danno luogo ad un premio se accumulati a sufficienza.

Questo sistema ha alcuni evidenti problemi, in primo luogo l'incentivo per il conferimento è normalmente veramente poco, spesso occorre fare la fila all'ingresso (data la costante presenza di mezzi del comune per lo scarico di sfalci, etc.), inoltre il trasporto non è sempre ben ottimizzato, il mezzo del cliente parte con un carico di rifiuti e torna vuoto, dato che le stazioni ecologiche sono sovente in periferia e molto lontane dai centri commerciali.

Ebbene, perché non utilizzare le stazioni ecologiche per un servizio di spigolatura dei rifiuti ? Ci sarebbero svariati vantaggi nel portare il sistema "rifiuto con affetto" dalla strada alle stazioni ecologiche.
  • L'incentivo fittizio potrebbe essere completamente rimosso

Il cliente acquisisce infatti il diritto, conferendo il proprio materiale ingombrante, di gironzolare nell'area attrezzata e portarsi a casa tutto quello che vuole. Non è raro vedere accantonate nelle stazioni ecologiche interi televisori ancora funzionanti, frigoriferi, forni a microonde magari con solo una manopola rotta, materiale ancora riparabile in genere, oppure trovare semplicemente pezzi di ricambio.

  • Il posto è "presidiato" dal personale di stazione

Pertanto, sarebbe assai difficile combinare disastri o accedere a materiale pericoloso.

  • Il materiale può essere efficacemente catalogato

Ad esempio, durante il pomeriggio (in cui la stazione ecologica è chiusa) il materiale potrebbe essere suddiviso in "potenzialmente riusabile", "parte di ricambio" oppure "scarto inutilizzabile", ai rappresentanti delle prime due categorie sarebbe applicato un adesivo con la data di conferimento, in questo modo un elemento accantonato da più di un anno potrebbe essere semplicemente riclassificato come scarto e smaltito convenzionalmente ai consorzi.

  • Ampio spazio per il volontariato

Il lavoro di classificazione e di servizio al pubblico può essere svolto anche da personale non specializzato o lavoratori in categoria protetta, nonché da associazioni di volontariato.

  • Ottimizzazione dei trasporti

Porto un rifiuto in macchina, ma se mi va bene mi porto a casa qualcosa che mi serve o che desidero riutilizzare, in modo da fungere contemporaneamente da incentivo ed ottimizzare le spese di trasporto.

Insomma, trasformare le stazioni ecologiche in "vetrine" per la spigolatura dei rifiuti preconfigurerebbe una classica strategia "win-win", si incentiva il riciclo, si incentiva il riuso, si risparmiano preziose risorse.

Ops... dimenticavo, lo scambio gratuito di beni nelle stazioni ecologiche si fa già da anni a Friburgo, e mi giunge voce che siano partite sperimentazioni di meccanismi simili anche in alcuni comuni italiani, come ad esempio a Sesto Fiorentino, dove all'interno della stazione ecologica si svolge il mercatino del baratto.

Fonte: Ecoblog

lunedì 15 settembre 2008

Meeting Recoplastica, The day after

Il tanto atteso evento di presentazione del progetto franchising di Recoplastica finalmente è arrivato in porto. Il 13 settembre alle ore 10.30 l'ampia sala del Foro Boario di Moncalieri era già gremita di gente, si stimano siano arrivate più di 500 persone provenienti da ogni parte d'Italia. Il profilo dei partecipanti era davvero vario, dai rappresentanti dei più svariati gruppi ambientalisti (fra i quali anche il MIZ) ai giovani imprenditori fino ai semplici curiosi, desiderosi di capire se questo business può rappresentare davvero una buona idea oppure solo tempo perso all'inseguimento di una chimera.

Qual'era il business di cui si è parlato tanto ? Il fatto di distribuire sul territorio piccole micro-attività commerciali affiliate a Recoplastica che comprano i rifiuti direttamente dai cittadini. Ne avevamo già parlato qui e qui. Sembrerebbe l'uovo di colombo, ed in effetti l'aspettativa era davvero molto alta. Per uno strano effetto di moltiplicazione mediatica l'evento ha ricevuto una inaspettata risonanza, cogliendo molto probabilmente di sorpresa gli stessi esponenti di Recoplastica, inchiodati da un fuoco di fila interminabile di quesiti e domande, assai poche delle quali risolte con adeguate e risolutive risposte.

Il primo intervento introduttivo è stato a sorpresa quello dell'amico Prof.Ugo Bardi di Aspo Italia (qui il video), il quale con la sua proverbiale semplicità di linguaggio ha raccontato un fatto se vogliamo banale, comunque sconcertante per chi non si interessa di studi e ricerche sulle materie prime: "data la situazione attuale dei prezzi delle materie prime e la crisi energetica prossima ventura, non ci possiamo già fin d'ora permettere il lusso di buttare via niente". Il rifiuto rappresenta un valore che l'economia ha il compito di monetizzare per incentivarne il vero recupero, lo spreco di materiali non solo rappresenta un crimine termodinamico, ma una diseconomia che aspetta solamente qualcuno in grado di raccogliere la sfida, anche traendone un profitto. Compro 1L di acqua e 10gr di bottiglia ? Bene, bevo l'acqua ma poi la bottiglia non la butto... la rivendo!, secondo le quotazioni di mercato.

Tutto risolto allora ? Assolutamente no! Le aspettative di chi ha partecipato al convegno sono andate sostanzialmente deluse, ecco a mio parere il perchè, perdonatemi se sarò un po lungo e prolisso.

L'intervento chiave è stato quello di Roberto Gravinese, assessore eletto nella lista civica di S. Gillio "L'Italia che pensa", consigliere di Recoplastica, nonchè padre spirituale dell'iniziativa (e marito di una titolare di Recoplastica, A.Migliardi anche essa relatrice al meeting). Apparso in perfetto stile business rampante, sembrava appena uscito fresco da un corso di marketing di Pubblitalia. Avventuratosi in discorsi un po urlati, arte evidentemente affinata dalla militanza politica, forniva più l'impressione che stesse vendendo la propria azienda anzichè proporre un progetto. Questo ha insospettito a mio parere non poco la platea, la quale non era tanto interessata a valutare quanto brava fosse Recoplastica nel brevettare il proprio marchio o depositare in SIAE l'idea esclusiva di vendere i rifiuti (paventando addirittura guerriglie legali verso chiunque ci avesse provato senza essere loro affiliati), quanto avere risposta ad una semplice domanda: Quanto costa mettere su un ecopunto ? Si sostiene economicamente?

Capisco che un qualche tasso di retorica sia inevitabile nel proporre qualsiasi nuovo progetto, tuttavia calcare la bontà ambientale dell'iniziativa era assolutamente ridondante in quel contesto, compreso il patetico sottolineare di come il povero vecchietto possa integrare la sua misera pensione vendendo i rifiuti, il valutare quanto può risparmiare una famiglia media... Ma come, ci volevano convincere ad aprire una attività oppure a fare noi stessi da clienti? Insomma, bando alle ciance ecologiche, come ha funzionato il primo ecopunto ?

Ed ecco infatti la nota dolente, in effetti un reale ecopunto ancora non è mai nato, quello attivato a San Gillio non fa testo in quanto vende direttamente a Recoplastica (cioè a loro stessi), non può essere quindi indicativo ne delle reali spese di trasporto ne delle spese di gestione, men che meno dei ricavi di vendita verso le piattaforme CO.NA.I, CO.RE.PLA, etc., dato che vende a loro stessi. Assolutamente niente infatti è stato detto sulla struttura dei costi. Quello di Moncalieri inoltre é tuttora solo un punto informativo, una sorta di "show-room" dimostrativo, non ha infatti ancora mai trattato nemmeno un grammo di materiale. Siamo passati per curiosità a vederlo, (anche se chiuso), trattasi di uno stanzino abbastanza anonimo di 20 mq a malapena arredato, con una pressa colorata in bella mostra, e pochissimo spazio per accantonare alcunchè, una vetrina insomma.

Non ho apprezzato molto i continui riferimenti dei vari relatori ai "guasti" provocati a loro dire dall'introduzione del porta a porta nella zona, tipo il fenomeno della migrazione del rifiuto, oppure l'impossibilità di mangiare il pesce il giorno che uno vuole (dato che l'umido viene ritirato solo il Venerdì). Si insinua che la diffusione capillare degli ecopunto per la parte riciclabile siano strategici in un piano di ritorno ad un sistema tradizionale, a San Gillio infatti vige uno strano sistema chiamato "binario", che non è altro che un misto domiciliare/stradale più varie isole ecologiche distribuite di raccolta. A mio parere invece, se non applicato al porta a porta ed altre azioni per ridurre il rifiuto a monte, gli ecopunto potrebbero fungere anche da incentivo per la maggiore produzione del rifiuto stesso, della serie chi se ne importa dei prodotti alla spina, tanto il contenitore poi lo vendo!

Voglio essere cattivo fino in fondo, oltre a ricordarmi il "Presidente operaio" qualcosa mi fa pensare che Gravinese stia pensando di utilizzare il suo brevetto (ma è poi vero che una modalità di commercio può essere brevettata? Secondo me, no) a scopi politici. Per il centro-destra sarebbe la ricetta ideale per nascondere la soluzione del problemi legati allo smaltimento dei rifiuti: l'inziativa privata, che puntualmente risolve ogni cosa, tanto più se si prevede da parte del governo un riassetto dei consorzi obbligatori di riciclo. Credo che la fretta con cui è stato organizzato il meeting si spieghi con l'esigenza di ottenere una risonanza mediatica, ovvero pubblicitaria.

Al contrario, sono stati sviscerati a mio modo in maniera più che esauriente tutti i problemi burocratici ed autorizzativi che è necessario affrontare per avviare un ecopunto, come la necessità di compilare il formulario, il registro di carico/scarico, il MUD, ed altri blazelli vari da adempiere. Assolutamente da citare l'avvocato relatore esperto negli aspetti legali, il quale non aveva assolutamente inteso come funzionava il progetto, sostenendo la necessità di adottare per gli ecopunto una forma giuridica cooperativa perchè "sarebbe stato difficile per il singolo esercente inviare i rifiuti raccolti direttamente a Recoplastica!". Forse avrebbero dovuto avvisarlo che gli ecopunti nascono per essere indipendenti, dato che necessariamente dovranno inviare i rifiuti non alla casa madre ma ai vari consorzi locali dislocati sul territorio. Non capiva, continuava ad asserire che gli ecopunto in Sardegna sarebbero stati svantaggiati perchè non era pratico ed economico spedire i rifiuti fino a San Gillio senza essere in forma di cooperativa!!!

Sono comunque convinto che l'idea vada estesa ed affinata, magari con meno propaganda e superficialità ma con un occhio più attento alla fattibilità economica ed ai vantaggi energetici. Non posso nemmeno ipotizzare di persone che viaggino in auto per portare dieci scatolette di rifiuto, spendendo in benzina molto più del ricavato alla vendita, il problema dell'ottimizzazione dei trasporti è ancora tutto da chiarire, ma di questo parlerò in un prossimo post.

Update: Ugo Bardi ha appena espresso le sue considerazioni sugli ecopunto, in maniera assai più completa e metodica di come avrei potuto fare io, merita una attenta lettura

domenica 14 settembre 2008

Riciclare il 100% si può!

Kamikatsu è un piccolo paese di 2000 abitanti nel sud del Giappone dove non esistono più cassonetti o camion dell’immondizia, perché tutti i rifiuti sono riciclati. E per tutti si intende davvero il 100% delle scorie prodotte dall’uomo! Quì potete trovare un breve video di come operano. Questo è il risultato di una ricerca quasi maniacale collegata al progetto Zero Waste che prevede una raccolta differenziata suddivisa addirittura in 34 sotto-categorie: accendini, tappi di bottiglia, rotolini della carta igienica… Insomma per i cittadini un vero secondo lavoro, come se i nipponici già non lavorassero abbastanza, in cui conta unicamente il raggiungimento dell’obiettivo finale: l’arrivo della spazzatura all’enorme centro di riciclaggio del paese.

La quantità del materiale da riciclare è talmente rilevante da occupare box e giardini privati; le abitazioni praticamente sono ideate secondo la logica della conservazione provvisoria dei propri rifiuti domestici. E da qui la concezione che la spazzatura è qualcosa di nostro, strettamente personale, per la quale responsabilizzarci fino in fondo, escludendo l’ipotesi, peraltro piuttosto comoda, che, una volta consumato, il prodotto non sia più roba di nostro interesse.

Lo scopo finale di Kamikatsu è quello di eliminare del tutto entro il prossimo decennio la presenza delle discariche e degli inceneritori. Quello di Kamikatsu è un esempio di eccellenza nella questione dello smaltimento dei rifiuti. Ma la cosa che ci impressiona di più è la responsabilità e la consapevolezza del singolo cittadino giapponese, che per ora è lontana anni luce dalla nostra realtà italiana.

Vorrei sottolineare come, malgrado si possa in teoria riciclare il 100% ciò che usiamo, la vera priorità sia però ridurre la quantità dei beni consumati, solo così si riduce realmente lo sperpero e lo sfruttamento del pianeta...

Fonte: buonenotizie.it
Photo: courtesy of greenpeace.co.jp

sabato 13 settembre 2008

Tingiamoci di energia!

Benvenuta la vernice solare, un pannello solare liquido, spalmabile come la vernice. Ecco la straordinaria invenzione nata in Italia, frutto del lavoro di un team di ricercatori che operano nell’ambito dell’Istituto per lo studio dei "materiali nanostrutturati" del Cnr di Bologna e commercializzata dall’austriaca Bleiner ag.

L’idea di creare una vernice capace di trasformare in energia la luce del sole, operando come un vero e proprio pannello solare, non è nuova: decine di università e aziende in tutto il mondo hanno provato e stanno cercando di realizzarla. "Ma a riuscirci", racconta Thomas Bleiner, presidente dell’azienda, "noi siamo stati i primi. Si tratta dell’esito di una serie di studi compiuti da un gruppo capeggiato da Fabio Cappelli, Antonio Maroscia e Stefano Segato, che mette l’Italia all’avanguardia nel settore".

Photon Inside, questo il nome del prodotto recentemente brevettato, è una vera e propria vernice solare, che può essere applicata direttamente sulle superfici. I vantaggi di Photon Inside rispetto ai prodotti fotovoltaici sembrano enormi: nessun impatto architettonico e ambientale, resistenza agli agenti atmosferici, nessun rischio di furto, possibilità di essere applicata su grandi superfici di tutti i tipi, persino su un vetro. E questo permette di trarre un grande rendimento.

Con 50 metri quadrati si realizzano 3 KWp, ma visto che si possono trattare superfici enormi si potrebbero ricavare davvero grandi quantità di energia rinnovabile. I costi rispetto al fotovoltaico tradizionale sono sulla carta dimezzati: per un utilizzatore tipo (una famiglia), o una palazzina di tre piani suddivisa in sei appartamenti, ciascuno con un contratto standard di circa 3 KW, si dovranno verniciare 288 metri quadrati di tetto e/o facciata per soddisfare la domanda energetica, con una spesa totale di 59.400 euro, certo ancora non a buon mercato, ma abbordabile.

Ma quali sono gli impieghi possibili per Photon Inside? Tutti quei settori dove è precondizione fondamentale la leggerezza (nautico, aerospaziale, automotive), ma anche e soprattutto l’edilizia. La prima comparsa sul mercato avverrà infatti nel campo navale. Pannelli solari verranno verniciati su yacht, che li sfrutteranno per alimentare le apparecchiature di bordo e il motore in caso di emergenza.

Penso che inizierò a fare l'imbianchino! :-)

Fonte: www.yeslife.it

venerdì 12 settembre 2008

Auto a idrogeno ... si parte!

Forse qualcosa sta davvero cambiando! E' stato infatti approvato dal Parlamento Europeo, a nome dell'eurodeputato Anja Weisgerber, un "maxi emendamento" per regolarizzare la produzione e la circolazione delle auto ad idrogeno, potrebbe essere un'importante molla per la mobilità futura, vedremo un po'...

Il Parlamento Europeo ha quindi finalmente colmato l’enorme buco legislativo, con 644 voti a favore, 2 contrari e 11 astenuti, per regolarizzare la circolazione, la sicurezza e la produzione di auto a Idrogeno. Il regolamento stabilisce le norme per l’omologazione dei veicoli ad idrogeno, evitando così spiacevoli sorprese, come ad esempio criteri differenti a seconda del paese dove si intende circolare, cosa che avrebbe impedito "de facto" la diffusione e commercializzazione di questa categoria di veicoli.

Inoltre, l’emendamento puntualizza i requisiti per la sicurezza e le modalità di produzione e distribuzione. Il testo, oltre a dare direttive precise per l’omologazione dei veicoli a idrogeno stabilisce i requisiti tecnici necessari, in particolare componenti e impianti, e impone obblighi ai costruttori che saranno passibili di sanzioni. Stabiliti anche i requisiti per l’uso di miscele di idrogeno e di gas naturale e biometano, soprattutto il rapporto di mescolamento di idrogeno e gas a vantaggio dell’affidabilità tecnica e dell’ambiente. Questo consentirà auspicabilmente una riconversione graduale del parco auto attualmente circolante, già predisposto per il metano, che potrà avvantaggiarsi di una miscela contenente fino al 40% di idrogeno. L’aggiunta di idrogeno nel combustibile metano consente infatti di usare composizioni più magre, e quindi con meno ossidi di azoto negli scarichi, senza che gli incombusti aumentino in modo insostenibile, come invece succede con il metano da solo utilizzato in motori a combustione magra.

Altro punto importante trattato dalla UE è il sostegno per la costruzione di una rete di distribuzione a livello Europeo per i mezzi alimentati a idrogeno, senza la quale difficilmente sarà possibile varare nuovi progetti in questa direzione. L’obiettivo è migliorare la qualità dell’aria nelle città e la salute del cittadino, risultato che sarà raggiungibile solamente dopo una presa di posizione forte e concreta da parte di tutti verso direzioni che comprendano i carburanti alternativi.

L’idrogeno, nel senso di carburante alternativo, soddisfa tutti i requisiti possibili in termini ambientali, trattandosi di una alimentazione pulita che non scarica alcuna sostanza inquinante a base di carbonio ne gas direttamente responsabili dell’effetto serra.

Il regolamento appena stilato precisa tuttavia che l’idrogeno "è un vettore di energia e non una fonte energetica", la sua produzione, infatti, richiede energia che deve avvenire necessariamente in maniera sostenibile e da energie rinnovabili, allo scopo di preservare la sua assoluta compatibilità ambientale. Questo è possibile utilizzando elettricità generata da turbine eoliche o da centrali solari.

Le macchine ad idrogeno sono sempre più realtà! Chissà che Jeremy Rifkin, nel prefigurare la sua economia dell'idrogeno, in fondo non abbia avuto una qualche ragione.

Fonte: www.europarl.europa.eu

giovedì 11 settembre 2008

Nasce il Comitato dei Lavoratori di Avicoop

Finalmente dopo tante, troppe "cattive notizie", che purtroppo spesso siamo costretti a dare per evolverci dagli struzzi, oggi siamo contenti di darne una veramente buona, la nascita del Comitato dei Lavoratori di Avicoop coordinato da Silvano Crociani, già noto alle cronache di Cesena per il suo impegno anche all'interno del MIZ, nonchè nostro caro amico. Di comitati ce ne sono tanti, specie di lavoratori, ma non ne esisteva uno specifico all'interno di Avicoop con l'obiettivo di dare maggior rappresentanza ai lavoratori stessi. Nessuna intenzione quindi di scontrarsi con i suoi interlocutori (sindacati, vertici aziendali), ne di togliere o scavalcare ruoli già presenti, semmai di aggiungere del nuovo: i lavoratori al tavolo delle trattive.

A noi del MIZ ci sembra davvero opportuno che una sedia al tavolo delle decisioni debba essere riservata anche a loro, che sono la forza principale, il motore che ha fatto crescere Amadori in tutta Italia con tanto successo. I casi dei malori negli stabilimenti di Avicoop si protraggono oramai da troppo tempo, come abbiamo già più volte segnalato anche nel nostro Blog e il Comitato vuole porre l'attenzione anche su questo aspetto: condizioni di lavoro dignitose e la salubrità del posto di lavoro.

In un momento storico dove si parla continuamente di "Morti bianche" e sicurezza del lavoro, ci sembra opportuno tradurre queste parole anche in fatti e dal momento che ciò riguarda i lavoratori stessi è doveroso a nostro avviso coinvolgerli direttamente. Per tutelare maggiormente la salute dei suoi iscritti quindi il comitato (C.L.A.) ha assunto un esperto di medicina del lavoro il noto Dott.Vito Totire, che si occuperà di verificare le analisi richieste all'azienda sui casi di malore.

Un'altro autorevole appoggio esterno il neocomitato lo trova nel consigliere comunale dei Verdi Davide Fabbri, da sempre molto impegnato sui temi ambientali della città e che da tempo segnala in Consiglio Comunale la deprecabile situazione lavorativa degli operai Amadori. Ci uniamo anche noi a sostenere questo nuovo Comitato di cui se ne sentiva davvero il bisogno e Silvano Crociani, unico rappresentante che gode della nostra massima stima. Desideriamo sostenere, noi del MIZ, quel principio che promuove un nuovo modo di "pensare sostenibile", un principio che ci auguriamo sia sempre alla base delle nuove politiche locali e nazionali: porre al centro di ogni scelta prima di tutto l'interesse per l'uomo e solo dopo per il business.

Ci auspichiamo quindi che fra non molto tempo l'azienda Amadori venga ricordata, oltre che per la sua grandezza e il successo nazionale "made in Cesena" (e una rotonda dedicatagli), anche per l'esempio di eccellenza nei riguardi delle condizioni lavorative dei suoi dipendenti.

mercoledì 10 settembre 2008

Parte LHC al Cern, attenti al buco nero!

Verrà avviato oggi alle ore 10 al Cern di Ginevra, per la prima volta, LHC (Large Hadron Collider), l'enorme acceleratore di particelle di 27 Km di diametro destinato a soppiantare il vecchio LEP, e capace di fare collidere protoni con una energia fino a 4 volte superiore. L'idea è semplice, sarebbe come cercare di capire come è fatta una teiera prendendone due, accelerandole a velocità prossime a quelle della luce, poi facendole scagliare l'una contro l'altra creando un botto infernale, con proiezione di "cocci" da tutte le parti. Contando i cocci e capendo da che direzione provengono c'è "qualche speranza" di capire come erano fatte le teiere in origine!

Qualcuno anni fa ha avanzato l'ipotesi che "rompere i protoni" così violentemente avrebbe potuto creare un piccolo buco nero, che se instabile avrebbe potuto "inghiottire" l'intero sistema solare (o forse solamente il canton ticino), attirando verso di se, a spirale, tutta la materia circostante... Se vedete Brunetta correre all'impazzata verso la Svizzera, avete capito il perchè ;o)

Tranquilli, non succederà nulla, come afferma il prof. Michelangelo Mangano del Cern, si sta cercando solo l'effimero "Bosone di Higgs", particella ipotizzata per fare quadrare i conti della meccanica quantistica e riunificare le forze fondamentali della natura in una equazione unitaria, però "sto gran bosone" finora non si è mai trovato, in quanto di vita estremamente breve. Sarebbe come fare collidere assieme due motori di automobile e pretendere di vedere schizzare via la punta di una candela, serve un gran bel botto!

Io ho una mia personale teoria del perché un buco nero non si formerà. In soldoni, semmai esistessero altre intelligenze capaci di generare 575 Tera Elettronvolt di energia di collisione, e ammesso che questi esperimenti riuscissero davvero a creare un buco nero in accrescimento, ne risulterebbe che l'universo dovrebbe essere pieno di buchi neri, lascito di tutte le civiltà che ci hanno provato.

Ma l'universo non lo è già pieno di buchi neri direte voi ? Certo, però essi hanno la tendenza di concentrarsi nel centro delle galassie, mentre la terra è situata in un punto remoto di un braccio della nostra galassia, ben lontana dal centro. Pertanto, o i mondi intelligenti ammettiamo che nascano prevalentemente al centro delle galassie per qualche ignoto motivo, oppure noi non siamo un mondo particolarmente intelligente. Dato che la seconda ipotesi (malgrado le vette enormi di stupidità umana) sembra non vera, se l'intelligenza fosse in grado di creare buchi neri li troveremmo uniformemente distribuiti. Dato che così non sembra, significa che non succederà assolutamente niente, i buchi neri li fanno solamente le stelle "superdense" che collassano!

La diretta dell'evento potete trovarla quì, inizio ore 10 di questa mattina.

martedì 9 settembre 2008

Cip6 o ci fai ?

Credevate che lo scandalo dei Cip6 fosse finito, vero ? Sbagliato! Gli incentivi del 2007 alle fonti rinnovabili sono andati solo per il 18% alle vere energie pulite. Lo comunica Greenpeace che fa sapere che su 5,3 miliardi di euro, solamente 932 milioni vanno alle vere rinnovabili. Si tratta evidentemente di tutti i diritti acquisiti, che non possono essere estromessi anche se allo stato attuale non ci sono stati finanziamenti per nuove opere.

La questione riguarda il meccanismo del CIP6, grazie al quale, fa sapere l'associazione ambientalista nel 2007 in Italia sono stati elargiti alle fonti fossili assimilate circa 3,7 miliardi di euro, mentre alle rinnovabili sono andati solo 847 milioni di euro. Al solare fotovoltaico finanziato con il conto energia, sono stati erogati appena 26 milioni di euro, meno dell'1% sul totale.

Il problema che fa notare Greenpeace è che su 5,3 miliardi di euro di incentivi per l'energia pulita circa 4,4 miliardi sono stati erogati alle società che producono le assimilate (combustibili fossili di processo, residui di raffinazione, rifiuti). I restanti 932 milioni di euro sono andati ad incentivare le vere fonti rinnovabili. In sostanza gli incentivi per le rinnovabili vanno per la maggior parte verso le stesse aziende che producono energia da fonti non rinnovabili, in particolare verso le raffinerie.

Fonte: ambientenergia.info


INCENTIVI FONTI RINNOVABILI NEL 2007
(dati in milioni di euro)

FONTI RINNOVABILI ...........................................932

Incentivi da fondi pubblici attraverso “CIP6” 
Idroelettrico, eolico, geotermico, biomasse ........ 846,9

Incentivi da Certificati Verdi
Idroelettrico, eolico, geotermico, biomasse, rifiuti .... 59,1

Incentivi da fondi pubblici attraverso “Conto Energia”
Solare fotovoltaico.............................. 26

FONTI FOSSILI “ASSIMILATE” E RIFIUTI ............. 4.376,3

Incentivi pubblici attraverso meccanismo CIP6
Combustibili fossili di processo, residui raffinazione ....... 3.746,5

Incentivi pubblici attraverso meccanismo CIP6 Rifiuti ..... 629,8

TOTALE FONTI RINNOVABILI E ASSIMILATE ......... 5.308,3

Elaborazione Greenpeace su dati “Rapporto GSE 2007”, “Relazione AEEG del 2008”, “Relazione Annuale GME 2007”

lunedì 8 settembre 2008

Inaugurata la nuova pista ciclabile Lungosavio di Cesena

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Ecco in anteprima le foto dell'evento di ieri in città, l'inaugurazione della nuova pista ciclabile sul lungosavio! Il percorso si snoda dalla zona dell'ex zuccherificio (orti di Pelo) fino al boschetto di Cannuzzo, per un totale di circa 12 Km solo andata. Il ritorno può essere effettuato sulla sponda opposta attraversando il Savio (ma non tutto il percorso di ritorno è ancora su ciclabile). All'inaugurazione hanno partecipato (pedalando simbolicamente i primi km) sia il sindaco Conti, che Pregher e Paolo Lucchi. E' un evento storico per Cesena, fche da tempo aspettava una pista ciclabile valida e sicura che attraversa la splendida cornice del fiume Savio. Forse in futuro verrà estesa fino ad arrivare al Mare in località Lido di Savio, nel frattempo ... buona scampagnata in bici!


P.S. Sembra che su firefox le immagini non si visualizzino correttamente, per vederle potete fare click sul pulsante "fullscreen" in basso.

sabato 6 settembre 2008

Il Porta a Porta di Novara

In a "nutshell" (in soldoni) come dicono gli anglosassoni: Città di Novara, circa 110.000 abitanti, raccolta differenziata che sfiora il 70%. Una delegazione del comune di Forlì e di Cesena è stata recentemente in visita a Novara per studiare il loro modello di raccolta differenziata, di tipo domiciliare, in quanto rappresentativa di una realtà paragonabile a quella che potrebbe interessare Forlì o Cesena nel nostro immediato futuro. A Novara opera la ditta ASSA Spa, di intera proprietà comunale, quindi un modello un po diverso dalla palude di interessi in cui si è incastrata la nostrana Holding Hera Spa, ma veniamo ai dati sulla loro gestione operativa.

La particolarità del porta a porta di Novara è che la raccolta avviene a “a domicilio”, nel senso che dove è possibile gli operatori di ASSA prelevano il rifiuto direttamente dentro le aree cortilizie (ed in alcuni casi anche abitazioni), manualmente o con mezzo meccanico. Per poter svolgere tale operazione i cancelli sono dotati di una particolare serratura che in una determinata fascia oraria può aprirsi su comando degli operatori addetti alla nettezza urbana.

Il sistema di raccolta è iniziato nel 2004, ma non è partito in contemporanea su tutta la città, è cresciuto pezzo dopo pezzo fino ad essere esteso in tutto il territorio nel 2006. I risultati dimostrano che un dispiegamento graduale del servizio é possibile anche su una città di medie dimensioni e permette di “impostare” il territorio su cui modificare il sistema di raccolta. Ciò da un punto di vista organizzativo e informativo consente un impatto iniziale minore di risorse, con efficientamento graduale e crescente nel tempo, tramite il quale si ricavano risorse aggiuntive che consente di pianificare nel tempo l'estensione del servizio.
 
Per tutta la fase iniziale della trasformazione una squadra di 4-5 persone ha lavorato a tempo pieno nel settore che potremo definire come pubbliche relazioni col territorio. Complessivamente gli addetti di ASSA per il servizio di N.U sono una settantina, (più 20 addetti col p.ap.) l’unico sub-appalto operante è nella raccolta della carta.

Particolare attenzione è stata data all’analisi dell'indice di assimibilità dei rifiuti speciali, Novara appare infatti avere una "inspiegabile" bassa produzione pro-capite (475 Kg pro-capite) contro i 741 kg/ab di Forlì (al netto degli "sgravi" che non sono RSU!). I loro amministratori asseriscono che a Novara si assimila tutto il possibile per legge, ma la questione andrebbe approfondita, perché o il “loro possibile” è minore del nostro, oppure Novara ha davvero un tipo di attività che produce meno rifiuti.

Noi ovviamente siamo convinti che, almeno parzialmente, la risposta di questa bassa produzione pro capite risieda nell'adozione del sistema di raccolta p.a.p. stesso, infatti la produzione di RSU totale è passata da 51.967 del 2003 (con R.D 29%) a 48.690 del 2007 (con R.D. 69%), un risultato significativo in linea con quanto accade in altre esperienze analoghe tipo Forlimpopoli.

Passando ai costi del servizio, le notizie si fanno molto interessanti. Il costo complessivo per il 2006 è stato di Euro 13.766.000 (nel 2007 vi è stata addirittura una leggerissima contrazione) pari a 123 euro a persona, a Forlì nel 2007 il costo era di 13.108.000 pari a 115 euro a persona. Costa di più quindi ? Attenzione a considerare correttamente i dati!

Verificando il trend di aumento a Novara dal 2003 i costi assoluti sono diminuiti di 220.000 euro in termini assoluti, a Forlì si è invece avuto un forte trend di aumento dei costi, con gli aumenti previsti nel 2008 saremmo ai livelli dei costi pro-capite di Novara, poi se prosegue in questo trend velocemente li distanzieremo.

Avviene pertanto a Novara ciò che noi sapevamo già da tempo, i costi vanno valutati nel loro trend e non nel loro valore assoluto, così come è avvenuto a Torino nel 2003, il punto di pareggio esiste ed è chiaro ed incontrovertibile, se si fosse continuato con il sistema precedente i costi sarebbero cresciuti molto di più.

Il Porta a Porta quindi è una assicurazione sulla diminuzione futura dei costi, comparare con il sistema tradizionale (anche a prescindere dalla qualità del risultato) è come mettere a raffronto le mele con le pere. Spendere poco di più oggi per avere enormi risparmi nel trendo di crescita per il domani, e con un vantaggio ambientale tutt'altro che trascurabile.

A Novara ci sono arrivati, agiamo perchè questo succeda anche da noi, ottusità di Hera permettendo.

venerdì 5 settembre 2008

Il MIZ andrà al meeting di Recoplastica

Di Recoplastica ne avevamo già parlato in questo precedente post, in particolare del meeting che si svolgerà a Moncalieri il 13 Settembre prossimo, mirante ad illustrare il loro modello di business. Ancora non ci sono notizie ben definite, ma il tutto appare basato sul sacrosanto concetto per cui l'imballaggio di quello che compriamo non è automaticamente rifiuto ma materia prima seconda, pertanto deve esistere la possibilità di rivenderlo, sottraendolo così alle logiche di smaltimento in discarica.

Le testate giornalistiche (immagine tratta da La Gazzetta) cominciano solo ora a dare risonanza mediatica all'evento, secondo i dati forniti da Recoplastica tuttavia già fin dal Luglio scorso le adesioni al meeting sono state migliaia e migliaia. A causa della limitata capienza della sala si è deciso pertanto di effettuare un ulteriore meeting che si terrà a Messina il 27 settembre. Il MIZ ha avuto l'accredito per accedere al meeting di Moncalieri, pertanto una nostra delegazione di quattro persone (me compreso) sarà presente il prossimo 13 settembre all'evento.

Non nascondo che aprire un ecopunto anche a Cesena sia un obiettivo che personalmente mi ispira parecchio. Non siamo certo ancora al livello dell'Argentina, dove è dovuta nascere una intera economia di sussistenza per gli indigenti, quella dei "cartoneros", che traggono sostentamento dalla raccolta e rivendita dei rifiuti, tuttavia pur nel nostro relativo benessere esistono altri esempi che dimostrano come riciclare tutto si può, e conviene eccome.

Iniziative come gli ecopunto sono fondamentali, fungono da centro di raccolta di materia seconda ad alta qualità, pertanto è indispensabile inerentemente una corretta separazione alla fonte perché esista un minimo di profitto. Ovviamente il sistema dei consorzi di recupero (conai, coreve, coreco, etc.) possono essere parte integrante di questa strategia. Con il sistema attuale a cassonetti non esiste alcun incentivo al riciclo, mentre con il porta a porta convenzionale c'è si una buona separazione ma non ci sono sempre precise garanzie che quanto accuratamente separato sia effettivamente riutilizzato. Oppure credete forse che quanto separato nel porta a porta a Forlimpopoli sia soggetto ad un circuito di recupero a parte anzichè essere accuratamente mischiato con lo sporco multimateriale ?

Dobbiamo fare come fanno in Germania, rendere l'atto del riciclo strutturale e parte integrante del dovere civico di ogni cittadino, evitare gli sprechi non è più un optional.

giovedì 4 settembre 2008

Questa è una bottiglia di plastica: cosa ne dobbiamo fare?

Questa che vedete qui è una normale bottiglia di plastica usata, di quelle che fanno parte di quella cosa che chiamiamo "rifiuti" e che ci da tanti grattacapi ultimamente. Cosa ne dobbiamo fare? Bruciarla? Riutilizzarla? Riciclarla, o seppelirla in una di quelle grandi buche che chiamiamo "discariche"? Sembra che non riusciamo a deciderci, quindi proviamo a farci sopra un po' di conti. Faremo dei conti molto approssimati, non prendeteli per essere esatti. Ma ci serviranno per avere un'idea di quello che possiamo fare.

Per prima cosa, consideriamo quanto costa fabbricare una di queste bottiglie. Come sapete (o dovreste sapere) la plastica si fa dal petrolio, o comunque da combustibili fossili come il gas naturale. Qui, per semplicità, supporremo che sia fatta tutta dal petrolio. La bottiglia è fatta di PET (poli-etilene tereftalato) mentre il tappo è di polietilene, ma cambia poco in quanto alla necessità della materia prima di partenza.

Allora, considerando che la resa di reazione non è mai il 100%, per fare una tonnellata di plastica ci vuole perlomeno una tonnellata e mezzo di petrolio. Ai prezzi attuali (diciamo 100 dollari al barile, che è meno del valore di oggi), una tonnellata di petrolio costa circa 500 euro. Una tonnellata e mezzo deve costare almeno 800 Euro. Possiamo anche misurare il costo di quella tonnellata in unità di energia dicendo che ci si potrebbe fare energia elettrica con una resa di circa il 30%. Sappiamo che una tonnellata di petrolio contiene energia per circa 11 MWh, quindi ci potremmo fare circa 3MWh. Se ammettiamo che un kWh sul mercato vale 10 centesimi, vuol dire che 3 MWh valgono 300 Euro.

Questi sono i dati. Allora, cosa fare di questa bottiglia di plastica? Abbiamo detto che ci sono quattro possibilità 1) riutilizzarla, 2) riciclarla, 3) bruciarla, 4) buttarla in discarica. Vediamo di esaminare questi metodi uno per uno.

1. Prima ipotesi, supponiamo di riutilizzare la bottiglia. Ci diamo un'occhiata per vedere se è ancora buona, una lavata e via di nuovo in ciclo. Lo si fa comunemente in Germania. Costo totale? Praticamente solo quello del trasporto. E' difficile valutarlo esattamente, ma se ci rifacciamo ai dati per gli inceneritori, vediamo che l'energia necessaria per trasportare la bottiglia in su e in giù è piccolo rispetto all'energia contenuta nel materiale. Per quello che ci serve qui, lo possiamo trascurare, anche perchè qualunque cosa si faccia, le bottiglie dovranno essere comunque trasportate da qualche parte. Semmai, dobbiamo tener conto del fatto che non tutte le bottiglie saranno riutilizzabili. Una certa frazione la dobbiamo buttar via perchè è bucata, deformata o troppo sciupata. Ammettiamo che sia il 10%. Questo vuol dire che dovremo ri-sintetizzare dal petrolio 100 Kg di PET o polietilene per ogni tonnellata di bottiglie o tappi in ogni ciclo di riutilizzo. Questo ci costerà circa 50 euro e 0.1 MWh.

2. Proviamo ora a pensare a riciclare la bottiglia e il tappo. Questo vuol dire separarli, sminuzzarli, e rifonderli per ottenere nuovo PET e nuovo polietilene. Se cerchiamo dei valori monetari, vediamo che, al momento, i tappi separati si possono vendere ai riciclatori per circa 180 euro alla tonnellata. Ma il valore di mercato del polietilene di recupero è maggiore: almeno 300-400 Euro alla tonnellata. E' comunque un buon affare per chi fa tappi usare politilene di recupero dato che, come abbiamo visto, costa sempre meno del petrolio. In effetti, si sa che le ditte che fanno manufatti di plastica sono affamate di plastica di recupero e non riescono a trovarne a sufficienza sul mercato.

In termini energetici, i costi del riciclaggio sono la somma del costo di trasporto e quello di processo. Per il trasporto, abbiamo detto che non sono molto grandi. Per il processo non ho trovato dati completi. Si sa che la fusione di una tonnellata di polietilene richiede circa 150 MJ, ovvero circa 50 kWh. Ammettiamo di raddoppiarlo per tener conto degli altri costi (sminuzzamento, eccetera). Raddoppiamolo ancora per tener conto del fatto che la resa non potrà essere il 100%. Il risultato è 200 kWh (0.2 MWh) per tonnellata. E' comunque molto poco rispetto a quello che costa risintetizzare. Riciclare è un ottimo affare.

3. Vediamo ora l'ipotesi di bruciare bottiglia e tappo. In un inceneritore con recupero energetico, possiamo ottenere energia elettrica con una resa di circa il 15% (questo è il dato che si evince dal sito del CEWEP). Questo vuol dire che da una tonnellata di plastica possiamo ottenere circa 1.5 MWh, il che vale circa 150 euro ai prezzi di mercato. Ma, attenzione, nel fare questa operazione abbiamo distrutto la bottiglia e il suo tappo. Questo vuol dire che da qualche parte qualcuno dovrà risintetizzare tappo e bottiglia con i costi energetici e monetari che abbiamo visto prima, ovvero circa 3 MWh e 800 eur per ton. Il bilancio finale è il costo meno i ricavi, ovvero dobbiamo spenderecirca 1.5 MWh e 650 Eur per tonnellata nel totale del processo.

4. Per finire, pensiamo di buttare semplicemente la bottiglia in discarica. Questo costa molto poco, solo le spese di portarcela ma, come per gli inceneritori, bisogna che qualcuno sintetizzi una bottiglia nuova, e questo costa in termini di energia e di petrolio circa 3 MWh e 800 Euro per tonnellata.

Ora, siamo in grado di concludere e fare una graduatoria.

Metodo - costo energetico/ton(MWh) - costo monetario/ton (Eur)
  • Riusare - 0.1 - 50
  • Riciclare - 0.2 - 300-400
  • Incenerire - 1.5 - 650
  • Seppellire - 3 - 800

Ripeto che sono conti fatti in soldoni, solo per dare un ordine di grandezza. Se volete dei conti completi, bisogna fare degli studi completi. C'è chi li ha fatti, cercate per esempio il nome del prof Ulgiati su internet e troverete i suoi interessantissimi lavori fatti sulla base della metodologia detta LCA (life cycle analysis). Sono cose un po' toste da digerire; ma le conclusioni di Ulgiati e degli altri che hanno lavorato in dettaglio su queste cose sono le stesse alle quali siamo arrivati qui lavorando di accetta.

Ovvero, la cosa migliore è riusare, la peggiore è buttare in discarica. Fra riciclare e incenerire (anche con il recupero energetico), il riciclo la vince alla grande!

Allora, perché si ricicla così poco e non si recupera quasi niente? Beh, ci sono due motivi: il primo è dovuto alle sovvenzioni statali che alzano artificialmente le rese economiche dell'energia ottenuta dall'incenerimento. Un altro, più sostanziale ha a che vedere con i costi di separazione. I rifiuti sono una massa indistinta che contiene un po' di tutto e va a finire che se si considerano i costi di separarli per bene, può convenire in termini monetari di buttarli in discarica o di incenerirli.

Però questo non cambia il fatto che se potessimo separare i rifiuti a basso costo, riusare e riciclare sarebbero cose estremamente convenienti per tutta la società, che così risparmierebbe energia e soldi. E' per questo che ci chiedono di separare i rifiuti all'origine: al cittadino costa poco mettere le bottiglie dentro la campana apposita; molto meno di quanto non costerebbe separarli con delle apposite macchine a partire dalla massa dei rifiuti indifferenziati e puzzolenti.

Purtroppo, nella pratica, alla maggior parte della gente fa fatica separare i rifiuti. Nella media, solo il 30% circa di quello che si potrebbe differenziare viene differenziato. In più, c'è il fenomeno del "conferimento improprio" che fa si che se qualche imbecille butta - che so - un barattolo di vernice aperto dentro la campana della plastica, rovina tutto.

Oggi, si sta facendo strada l'idea che per ottenere la separazione all'origine, bisogna incentivare monetariamente chi la fa. I vecchi cassonetti pubblici per la raccolta differenziata non sono in grado di fare una cosa del genere e dovranno essere eliminati. La raccolta porta a porta è un sistema molto migliore, soprattutto se si usa il sistema cosiddetto "puntuale", ovvero più il cittadino separa, meno paga, o - addirittura - incassa qualcosa.

L'altro modo è di incoraggiare il recupero delle materie seconde preziose (per esempio tappi di polietilene e bottiglie di PET) da parte delle fascie sociali più deboli e al momento in gravi difficoltà economiche. Qui, si paga direttamente e in moneta sonante chi conferisce rifiuto già differenziato ad appositi centri di raccolta. Con questa attività, nessuno può diventare ricco, ma può aiutare chi non riesce più a mettere insieme pranzo e cena dalla pensione o dal cococo.

Queste cose si fanno comunemente in Germania. In Italia, purtroppo, sembra che siano delle eresie. Da noi, chi propone riciclaggio e riuso viene spesso preso in giro come se fosse un povero folle. Evidentemente, chi si fa queste crasse risate non è mai stato in Germania e non ha mai fatto un conto LCA. Sono dei begli ignoranti, eppure la gestione dei rifiuti in Italia è in mano anche a gente del genere. Non scherzo, me ne è capitato uno a un convegno che era convinto che l'incenerimento produce energia "rinnovabile". Parlandoci, è venuto fuori che non sapeva nemmeno che la plastica si fa dal petrolio. Non sono tutti così, per fortuna, anzi, ci sono tantissimi operatori che sono intelligenti, preparati e fanno del loro meglio per andare nella giusta direzione. Purtroppo, però, ci vorrà molto tempo per far capire capire a tutti come stanno le cose e raddrizzare un sistema di gestione dei rifiuti che sembra studiato apposta per massimizzare i costi e di annullare i benefici.

Tratto da un post di Ugo Bardi

martedì 2 settembre 2008

Riciclare i PC con i volontari del Trashware

Sommacampagna (VR), 26 agosto 2008. Quasi 30 computer smontati, riparati e rimessi in circolazione, tutto materiale inquinante sottratto allo smaltimento, significano anche risparmio di petrolio, acqua e sostanze chimiche, materiali che sarebbero stati impiegati nel processo di produzione di nuovi PC. Sono questi gli intenti dell'Officina per una Società Sostenibile e Solidale (OS3), un'associazione costituita attorno ai valori dell’etica e della sostenibilità ambientale, attiva già da tre mesi e che inaugurerà la propria sede domenica prossima, nell'ambito della Fiera di Sommacampagna.

Nella loro officina i volontari del trashware (così amano chiamare la loro attività) ridanno nuova vita a macchine destinate alla distruzione solo perché apparentemente obsolete.

"I computer sono sostituiti di norma ogni tre anni o poco più" dice Mirco Gasparini, responsabile dell'Officina, "ma si tratta di una manovra orchestrata dai produttori di software e hardware. In realtà le macchine potrebbero durare anche più di dieci anni".
"Con un cacciavite, un compressore e un po' di inventiva" dice Matteo Castioni, presidente di OS3, "diamo forma concreta ai nostri ideali di risparmio energetico e aiutiamo la collettività a minimizzare i rifiuti tecnologici".

L'officina sarà aperta al pubblico tutti i martedì a partire dalle ore 18, per ritirare i computer obsoleti dai cittadini sotto forma di donazione. E le macchine rigenerate, che fine fanno? "Cerchiamo di favorire le associazioni di volontariato come la nostra" continua Castioni, "ma anche chi non può (o non vuole) sottostare alle regole del consumismo informatico, troverà qui la macchina che gli si adatta".

Ma l'attività non si limita al trashware: l'officina fornisce anche corsi di formazione, come 'Smonta & rimonta', su iniziativa del comune, che ha sfornato un gruppo agguerrito di abili meccanici del PC. Non occorre essere dei maghi del computer: "Basta condividere la nostra attenzione per l'ambiente" conclude Gasparini, "le competenze possono essere acquisite qui in officina, tra una chiacchiera e una barzelletta, in un clima operoso, ma amichevole".

Fonte: buonenotizie.it

lunedì 1 settembre 2008

Dal petrolio all'empatia nella gestione delle risorse umane

Ci tengo a segnalare ai miei tre o quattro lettori questo mirabile post di Ugo Bardi: Il petrolio è uno di noi. Nell'articolo si riesce a parlare di argomenti apparentemente complessi ed astrusi, come lo sfruttamento delle risorse naturali, utilizzando collegamenti mentali inconsueti e che più di una volta spiazzano il comune sentire utilizzando argomentazioni davvero originali.

Si parte dall'economia classica e dall'analogia fra lo sfruttamento della risorsa "petrolio" e la risorsa "pesca". Si illustrano poi quali sono i meccanismi mentali e psicologici che guidano il comportamento degli individui nell'atto di utilizzare una risorsa "materiale ma non umana" assoggettata alle crude leggi del mercato. Il pericolo soggiacente è ovviamente l'ipersfruttamento, l'utilizzo cioè di una risorsa "fino a che ce n'è" senza preoccuparsi di alcuna conseguenza a lungo termine, compreso il completo e radicale esaurimento del bene.

Tale pericolo è sempre risultato piuttosto evidente quando si parla di sfruttamento delle risorse umane, assai meno nel caso dello sfruttamento delle risorse terrestri. E' successo con la pesca alle balene nell'800, è successo con lo sfruttamento delle risorse petrolifere nei mari del nord, succede con qualsiasi bene abbia un qualche prezzo di mercato e non possa protestare (minerale o animale che sia): Utilizzo sfrenato fino alla dissipazione completa del bene e quindi del mercato stesso.

Cosa guida questi comportamenti ? Esistono leggi che ci impongono di divorare l'intera torta per il solo gusto immediato del farlo, senza minimamente preoccuparci se svilupperemo oppure no il mal di pancia ? Perchè sfruttiamo in maniera così differente le risorse naturali e le risorse umane ? Per quale motivo possiamo essere buoni manager a capo di centinaia di persone impiegate in una attività lavorativa ma non riusciamo al contempo di essere buoni manager per un mare pescoso da sfruttare senza causare disastri ?

Attraversando l'economia, la politica, passando per concetti tipici delle neuroscenze come i "neuroni specchio", fino ad arrivare a lambire concetti chiave del buddismo e citando il Dalai Lama, Ugo Bardi ci fornisce una risposta al quesito: "quanto petrolio c'è rimasto, come dovremmo imparare ad usarlo, perchè non ci riusciamo".